“Ferrovie del Messico” è un libro originale e, per molti versi, sorprendente, un po’ Marquez, un po’ Joyce, un po’ Borges. Ma forse il riferimento letterario più convincente è quello indicato nella sua post fazione da Marco Drago che cita “V” di Thomas Pynchon e parla, a ragione, di romanzo enciclopedico
Ci ricorda anche Italo Calvino, in una delle sue lezioni americane, quella sulla molteplicità, afferma che “lo scrittore moderno non racconta più una singola storia lineare, ma prova a tenere insieme una rete infinita di connessioni, saperi, eventi e punti di vista.”
La descrizione si adatta perfettamente a Ferrovie del Messico.
La trama “principale” è semplice. Siamo ad Asti nel 1944. La Guardia Repubblicana Cesco Manetti, afflitto da un terribile mal di denti e innamorato della bella bibliotecaria Tilde, riceve da un suo superiore l’ordine di redigere una pianta delle ferrovie del Messico. Pare che l’ordine venga dall’alto, forse da Hitler stesso, perché nel paese del Centro America potrebbe nascondersi l’arma risolutiva per volgere a favore dei nazisti l’esito della guerra.
Se questo è il tronco, come in un albero, da qui partono un numero imprecisato di rami e foglie. Ogni capitolo “divaga” per uno di questi rami, con spostamenti nel tempo e nello spazio e con uno spiegamento di personaggi, uno più inverosimile dell’altro. Un esempio, ma se ne potrebbero fare decine di altri, troviamo un cartografo delle Samoa (sic!) che lavora nel cimitero di Asti.
Il capitolo forse più esilarante è quello in cui compare il Fuhrer in persona, preoccupato che il suo “outfit” sia giusto per il festival wagneriano cui deve partecipare, ma non può pronunciare la parola “outfit” perché è un inglesismo proibito e, soprattutto, Eva non vuole. Un consiglio ai lettori: se vi impegnate nella lettura di questo romanzo, sfuggite alla tentazione di verificare con Google la veridicità dei vari riferimenti geografici e letterari. Se ne trovano moltissimi per ogni pagina, sarebbe un lavoro faticoso e inutile. Meglio abbandonarsi al fluire di questo inesauribile scintillio linguistico: dopo tutto, vero o falso sono categorie sopravvalutate

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