L’inverno dei furti

Pubblicato da:

on

Classificazione: 5 su 5.

D’inverno l’isola sembrava più lontana dal mondo di quanto fosse davvero. Il traghetto arrivava solo tre volte alla settimana, quando il mare lo permetteva, e spesso il vento di maestrale costringeva il comandante a tornare indietro prima ancora di doppiare il promontorio.

I duecento abitanti  si conoscevano tutti. Conoscevano le abitudini, gli orari, i debiti, i rancori. Sapevano chi beveva troppo, chi parlava nel sonno e chi aveva ancora le chiavi delle case lasciate vuote dai proprietari estivi.

A gennaio non c’erano turisti. Solo mare nero, case chiuse e silenzio.

La caserma dei carabinieri occupava un edificio basso vicino al porto. Dentro lavoravano in tre.

Il maresciallo Giulio Ferretti, cinquantotto anni, baffi grigi e una pazienza consumata da trent’anni di servizio, l’appuntato Luca Binazzi, toscano di Piombino, giovane e preciso e il carabiniere scelto Donata Leoncini, arrivata da pochi mesi sull’isola, l’unica che ancora guardava il mare come qualcosa di bello e non come una prigione.

Il primo furto avvenne la notte del 9 gennaio.

Qualcuno entrò nella piccola bottega alimentare. Non forzò la porta. Non ruppe nulla. Sparirono soltanto alcune vecchie bottiglie di vino custodite nella cantina sul retro.

Il proprietario era furioso.

«Non è il valore!» gridava al maresciallo. «Quelle bottiglie erano di mio padre! Alcune avevano quarant’anni!»

Ferretti prese nota senza troppo entusiasmo.

Su un’isola di duecento anime, il colpevole non poteva che essere uno del posto. Eppure nessuno aveva visto niente.

Tre giorni dopo sparì qualcos’altro.

Dal piccolo museo del luogo venne rubata una bussola antica.

La direttrice del museo tremava mentre parlava.

«Era appartenuta a un comandante inglese dell’Ottocento. Non vale molto, ma è un pezzo unico.»

Il maresciallo iniziò a preoccuparsi.

Due furti. Entrambi eseguiti senza violenza. Entrambi mirati.

La terza settimana di gennaio sparì un altro oggetto.

Questa volta dalla chiesa di Sant’Antonio.

Non soldi. Non candelabri.

Scomparve un vecchio registro parrocchiale del 1944.

Don Ernesto era pallido.

«Quello non interessa a nessuno…» mormorò.

Poi arrivò il quarto furto.

Quello che cambiò tutto.

Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio qualcuno entrò in una casa disabitata, i cui proprietari erano emigrati in continente da anni.

Non venne rubato denaro, né gioielli.

Solo una scatola di lettere conservate in soffitta.

A quel punto il maresciallo convocò tutti nella piccola sala del municipio.

 Dentro si respirava diffidenza.

«Chiunque sia,» disse Ferretti, «conosce l’isola molto bene.»

Per la prima volta, sull’isola, gli abitanti iniziarono a sospettare gli uni degli altri.

La svolta arrivò grazie a un dettaglio minuscolo.

Donata stava rileggendo la denuncia del furto al museo quando notò una frase della direttrice.

“La bussola era stata pulita il giorno prima.”

«Da chi?» chiese.

La donna esitò.

«Dal signor Elia Ranaldi.»

«Il restauratore?»

«Sì. Ogni tanto ci aiuta con gli oggetti antichi.»

Elia Ranaldi viveva da solo nella parte alta del paese. Aveva sessantasette anni, mani sottili e modi educati.

Nessuno lo avrebbe mai sospettato.

Due giorni dopo il mare si alzò. Il traghetto smise di arrivare. L’isola rimase isolata.

Quella notte saltò la corrente in metà del paese.

E qualcuno tentò di entrare nell’archivio comunale.

Stavolta però trovò Donata ad aspettarlo.

La giovane carabiniera aveva intuito che il prossimo obiettivo sarebbe stato un altro documento storico. Si era nascosta dentro l’edificio al buio.

Quando sentì la serratura girare impugnò la torcia.

«Carabinieri!»

L’uomo cercò di scappare. Ma scivolò sui gradini umidi dell’ingresso.

La luce illuminò il suo volto.

Elia Ranaldi.

Il maresciallo arrivò pochi minuti dopo.

Ranaldi non oppose resistenza. Sedette in silenzio nella piccola sala della caserma mentre fuori la pioggia martellava il porto.

«Perché?» chiese Ferretti.

L’uomo rimase zitto a lungo.

Poi parlò.

«Perché volevo la verità.»

Donata corrugò la fronte.

Ranaldi tirò fuori dalla tasca una fotografia molto vecchia.

Ritraeva quattro uomini davanti al porto nel 1944.

«Mio padre era uno di loro.»

Raccontò che durante la guerra alcuni abitanti dell’isola avevano nascosto un carico di opere e documenti sottratti da militari in fuga. Una parte del bottino non era mai stata ritrovata.

Per anni quella storia era rimasta una leggenda.

Ma dopo la morte della madre, Ranaldi aveva trovato lettere e appunti che indicavano l’esistenza di un nascondiglio.

I furti non erano casuali.

Le bottiglie di vino contenevano tappi marchiati con un simbolo particolare. La bussola aveva incise coordinate. Il registro della chiesa riportava nomi cancellati. Le lettere parlavano di una grotta vicino alla vecchia colonia penale.

Tutti gli oggetti erano indizi.

«E cosa cercava davvero?» domandò Donata.

Ranaldi abbassò lo sguardo.

«Un quadro.»

Ferretti si irrigidì.

«Che quadro?»

«Un dipinto rubato durante la guerra. Mio padre lo nascose insieme agli altri.»

«Per venderlo?»

Ranaldi scosse la testa.

«No. Per distruggerlo.»

Nella stanza calò il silenzio.

«Mio padre partecipò al furto. Per tutta la vita ha vissuto nel rimorso. Prima di morire mi disse che quell’opera aveva portato solo violenza e morte. Voleva che sparisse per sempre.»

«E lei gli ha creduto?» chiese Ferretti

«Era mio padre.»

Il maresciallo sospirò.

La mattina seguente, accompagnati da Ranaldi, i tre carabinieri raggiunsero una grotta nascosta sotto il promontorio occidentale dell’isola.

Dentro trovarono una cassa di legno avvolta nella salsedine.

C’erano documenti antichi, monete e un quadro arrotolato nella tela cerata.

Non era particolarmente grande. Ma sul retro portava un timbro che confermava il furto avvenuto nel 1944.

Ferretti guardò Ranaldi.

«Quindi era tutto vero.»

L’uomo annuì lentamente.

«Volevo trovarlo prima che lo facesse qualcun altro.»

«E poi?»

Ranaldi osservò il mare agitato fuori dalla grotta.

«Poi avrei deciso.»

Il maresciallo non disse nulla.

Nei giorni successivi la notizia si diffuse per il paese.

Gli abitanti parlarono a lungo del restauratore gentile diventato ladro.

Ma nessuno riuscì davvero a odiarlo.

Perché sull’isola tutti sapevano una cosa: l’inverno, il mare e la solitudine cambiano le persone.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.