John Fante , “Chiedi alla polvere”, Einaudi 2004


E’ ufficiale: le  storie ambientate in una certa America mi deprimono.

John Fante è sicuramente un grande scrittore e “Chiedi alla polvere” è un capolavoro della letteratura statunitense del ‘900.

Ci sono , nel libro,  alcuni passaggi memorabili .

Per esempio la grande ossessione per lo  scrivere di Arturo Bandini che,  ad un certo punto del romanzo, sta per affogare  sulla spiaggia di Santa Monica  e  dichiara candido: ” era come se stessi registrando tutto sulla carta, era come se stessi scrivendo. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo fra le onde”. Uno spunto splendido per certi corsi di scrittura creativa.

Oppure il  grandioso il corto circuito fra l’avere fatto sesso e il terremoto che scuote Los Angeles il giorno dopo. “Ero stato io. Era mia la colpa.”

Ma i suoi pur memorabili personaggi, l’ambiente, la storia mi lasciano l’amaro in bocca.

Tutti i giorni mi sveglio e ringrazio Dio di essere nata donna, in Italia, in un periodo di pace  , di avere una famiglia, un figlio, amicizie di lunga data, di essere nata e vissuta sempre nel medesimo posto senza avere mai desiderato di essere da un’altra parte.  Non ho alcuna possibilità di incontrare persone come la signora Hargraves o il signor Hellfrick,  non raccolgo mozziconi di sigarette da terra,  non bevo birra in squallidi bar, non devo racimolare qualche dollaro per mettere insieme il pranzo con la cena, non trascorro la mia vecchiaia cercando di scaldarmi le ossa al sole della California, dopo avere lasciato qualche cittadina  nell’Indiana o nell’Illinois.  Non conosco la polvere . Per fortuna.

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