A propria immagine e somiglianza


 

 

 

 

 

 

 

A propria  immagine  e somiglianza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Che cosa hanno da agitarsi tanto? Perché non fanno un po’ meno rumore, fra tutti? Sono così fastidiosi”.

Donata tenta di rilassarsi in mezzo al caos; stringe le mani in grembo e dalla sua postazione, seduta sulla poltrona, sbircia la scena, socchiudendo gli occhi.

La finestra è aperta: un leggero alito di vento fa ondeggiare le tendine con stampata sopra la stupida faccetta sorridente di Hello Kitty.

Due uomini in divisa scattano foto.

I paramedici richiudono l’attrezzatura. Anastasia, la donna di servizio, pallida come un cencio, è rincantucciata in un angolo.

Sul letto Anna: un braccio e una gamba cadono di lato.

Donata non ne vede il viso, ma solo, da dietro, la testa ricciuta con i capelli ispidi e neri; indossa il suo pigiama favorito a fiorellini rosa, con i pantaloni corti e la canotta. La tenuta da bambina non oscura la prepotente sensualità delle forme: la maglietta tira sul petto, la pelle nera brilla nella luce.

A soli dodici anni, di fatto, è già una donna: snella, flessuosa, seducente.

“Come eri bella! Eri proprio bella, maledetta stronza!” Donata sta dando, dentro di sé, libero e silenzioso sfogo al suo odio.

“Te la sei voluta! Così impari a rovinarmi la vita. Avrei dovuto saperlo che non era una buona idea portarti nella mia casa. Nessuno mi ha avvertito; tutti lì a incoraggiarmi e a farmi i complimenti per una decisione così altruista. Colpa di quel buono a nulla, incapace. Mezza sega di uomo, nemmeno adatto a mettere al mondo un figlio.

Se lo avessi saputo che mi allevavo la serpe in seno. Ma come potevo prevederlo? Poteva anche essere una buona idea dopotutto. Avevo sentito tante storie felici, letto tanti libri sulle adozioni. Specchietti per le allodole ed io ci sono cascata. Sarò madre, sarà bello, sarà facile e divertente, e di soddisfazione. Un corno di soddisfazione! S’è visto! E’ stata un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita.

L’agente le si avvicina e tenta di scuoterla e di farla parlare.

Da quando lui e il suo collega sono entrati, la donna è restata seduta sulla poltrona, le braccia conserte, assente, con gli occhi chiusi.

La scuote per le spalle e le urla “ Che cosa ha fatto?”

“ Cosa ho fatto?”

Donata ha sentito la domanda ma non risponde  “Nulla, cosa vuoi che abbia fatto?  Non lo vedi da solo, cretino? Ho preso un cuscino e l’ho soffocata. E’ stato facile perché dormiva ancora; lei non aveva mai furia, meno che mai la mattina per andare a scuola. Figurarsi cosa gliene poteva importare di studiare. Andava a scuola solo per sculettare in faccia ai professori e ai ragazzini, e per ridacchiare con le sue amiche. Ecco quello che faceva.”

L’agente insiste.

Donata sta decidendo se rispondere o lasciarlo fare. Magari ci starebbe bene una frase tipo “Voglio un avvocato” come nei polizieschi americani. Decide di dire qualcosa così magari lui smette di infastidirla. L’ira è sbollita, lasciandola inerte e svuotata. Apre gli occhi, guarda l’agente “ Sono stata io. Ho preso il cuscino e l’ho soffocata”.

Spera che questo basti e si riabbandona al proprio torpore.

Di nuovo domande.

“Perché l’ha fatto? Si rende conto che ha ucciso una bambina?” L’uomo la fissa chiedendosi se lei possa sentirlo.

Non pensa di cavarne nulla ed è anche arrabbiato per la morte di una ragazzina dell’età di sua figlia.

All’improvviso la donna ricomincia a parlare “ Era posseduta da spiriti cattivi. Ho dovuto farlo per liberarla. Ora è in pace.”

“Ah, ok” esclama l’agente. “Caso chiuso. Questa è matta” “Infermità mentale, ci penseranno gli psichiatri”.

Donata sghignazza dentro di sé, soddisfatta della propria uscita. “Questa degli spiriti è geniale. Forse ora mi lasceranno in pace”.

E’ comodo avere dei demoni cui dare la colpa. E’ proprio quello che ci si aspetta in questi casi. La frase giusta!

Comodo, forse anche vero ma in altre circostanze. Perché quella lì, lei in persona, era un demone, altro che posseduta. E’stato un bene liberarsene prima che crescesse troppo, allora fermarla sarebbe stato impossibile. E invece ce l’ho fatta, sul filo del rasoio, appena in tempo, ma ce l’ho fatta. Forse avrei dovuto farlo anni fa, ma, in fondo, lei, prima, non era così insopportabile.

Per un po’ siamo anche state bene insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto un’infanzia felice.

Ricordo che nella strada dove abitavamo, siamo stati i primi ad avere una televisione. Stava dentro un mobiletto di legno lucido, bombato: le ante si aprivano e compariva lo schermo.

La prima cosa che ho visto è stato un telefilm di Rin Tin Tin, l’eroico cane lupo che salvava il suo padroncino da varie situazioni pericolose, fra il plauso dei soldati. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il bambino fosse un trovatello, adottato dal reggimento di stanza al forte.

Avevo un orsacchiotto di pezza che si chiamava Teddy. Era il mio portafortuna.

L’ho trascinato per la casa in lungo e in largo. Gli occhi erano due bottoni che gli erano stati riattaccati più volte, la stoffa di cui era ricoperto era diventata sudicia e macchiata.

Un giorno non l’ho più trovato e mia madre diceva di non saperne nulla.  Solo molti anni dopo ho capito che doveva averlo buttato via.

Dietro la casa c’era un giardino. Non c’erano aiuole o fiori, perché mia madre non voleva occuparsi di giardinaggio. Il terreno era ricoperto di ghiaino, c’erano un’altalena e due begli alberi da frutto su cui potevo arrampicarmi. Il nostro spazio confinava con un orto e un piccolo allevamento di conigli e galline, curato da un anziano signore. Scavalcando la rete di recinzione potevo entrarci facilmente e sbarbare carote o ravanelli oppure strappare dalle piante pomodori, zucchine, melanzane. Il proprietario incolpava sempre o gli uccelli o la banda di ragazzini del vicinato e non ha mai sospettato di me. Anzi, quando mi vedeva, mi regalava sempre qualcosa dicendomi di portarlo alla mamma.

Ero anche molto attratta dai suoi animali.

Le galline non erano facili da chiappare, ma con i conigli era un altro discorso.

Tentavano di rincattucciarsi in un angolo della gabbia ma, quando decidevo di prenderli, non avevano scampo.

Mi divertiva tirarli su per le orecchie. Li osservavo mentre scalciavano e si dimenavano. Cercavano stupidamente di liberarsi, ma li tenevo molto saldamente e non avevo nessuna intenzione di mollare la presa.

Una volta, uno di loro, scalciando, mi sporcò tutto il vestito.

“ Chi la fa, l’aspetti” come diceva sempre mia madre.

Con una corda lo appesi per il collo a un ramo basso e lo guardai contorcersi  fino a quando non si mosse più. Era morto stecchito. Lo rimisi nella gabbia.

Per giorni il vecchio si lamentò con tutti i vicini, non capacitandosi della morte dell’animale. Io ero soddisfatta: nessuno sospettava di me, l’avevo fatta franca.

Avevo anche delle bambole di celluloide.

Preparavo loro da mangiare, usando i coccini del loro corredo; i fili d’erba erano spaghetti, i sassolini pietanze, una susina il dolce.

Alle volte in giardino accendevo dei falò, con foglie e rametti, per cuocere le pietanze e fissavo affascinata le fiamme. Ancora oggi, come allora, sono molto attratta dal fuoco. In Tv mi piace guardare i film catastrofici del genere “Inferno di cristallo” e, d’estate, seguo sempre i resoconti degli incendi.

Con le  bambole immaginavo la mia felice vita futura di donna sposata. Loro erano le mie figlie obbedienti e perfette.

Le avevo educate bene.

Ne ero orgogliosa. Sarei stata un’ottima moglie e una brava madre.

Per prepararmi al futuro leggevo “L’enciclopedia della donna”.

Arrivava a casa in fascicoli, mi pare settimanali. C’erano tutti i suggerimenti perché la donna sapesse rendere orgoglioso il marito e diventare una provetta padrona di casa, che deve sempre sapere togliere ogni macchia, lucidare l’argenteria, offrire alle amiche il tè, ricevere impeccabilmente gli ospiti importanti.

Non potevo prendere esempio da mia madre: era sempre malata. Soffriva di terribili mal di testa. Passava intere giornate stesa a letto, con una pezzuola bagnata sulla fronte.

Eravamo benestanti e potevamo permetterci una donna di servizio che veniva da noi tutti i giorni, dalla mattina alla sera.

Gina, così si chiamava, era una persona forte e allegra, immigrata in città con il marito, in  cerca di lavoro e di fortuna.

In casa faceva tutto lei. Puliva, lavava, stirava, preparava il pranzo, mi alzava, mi vestiva e mi pettinava facendomi due belle treccine, mi accompagnava a scuola e veniva a riprendermi, mi teneva con sé in cucina e mi permetteva di aiutarla. Tagliavo le verdure, sbucciavo le patate, impastavo la farina, macinavo il caffè con il macinino e intanto la osservavo e imparavo. Ho imparato bene: infatti sono un’ottima cuoca.

Ho saputo, in seguito, che, lavorando a capo chino, lei e il marito erano riusciti a comprarsi una casa e a mandare il loro figlio all’università.

Nonostante i giudizi sprezzanti che dava di lui mia madre, è divenuto un medico stimato e ha fatto carriera.

Qualche volta veniva a fare i compiti da noi. Mia madre diceva che non capiva nulla, che era un figlio di contadini ignoranti e non avrebbe mai potuto andare lontano. Con ostentata bontà, pietosamente, si occupava, oltre che della mia, anche della sua istruzione, unica attività a cui qualche volta si dedicasse durante la giornata.

Una volta siamo andati a trovare Gina nella colonica sperduta in campagna, dove ancora viveva la sua famiglia d’origine. Puzzava di sporco: dalla stalla sotto l’abitazione saliva il tanfo dello sterco delle mucche, le stanze erano piccole e buie. Non c’era un bagno, ma una specie di buco in uno stanzino dove i bisogni venivano scaricati nella concimaia di sotto.

I suoi parenti ci accolsero con deferenza intimorita.

Eravamo signori, gente di città.

Nel viaggio di ritorno mia madre sottolineò tutti i particolari sulla sporcizia e sulla miseria che avevamo visto.

Io ricordo che ci avevano preparato dei dolci, dei pupazzetti a forma di uomo e di donna; gli occhi e la bocca erano fatti di confetti colorati. Mia madre ne mangiò sdegnosamente un pezzetto.

Non ho particolari ricordi di mio padre. Per me era quasi un estraneo. Usciva la mattina presto e tornava la sera. Non potevo salutarlo perché era stanco. Si chiudeva nel suo studio a fare non so cosa. Io cenavo prima di loro da sola e alle otto venivo messa a letto.

Mi tornano solo in mente le minacce di mia madre che lo usava come uno spauracchio.

“Se non stai buona, lo dico a tuo padre, stasera ”

Quando è nata mia sorella Letizia, avevo già dieci anni: fino a quel momento ero sempre stata da sola, unico arbitro e protagonista dei miei passatempi.

Il giorno del parto (ma di cosa si trattasse, non avevo idea) fui buttata fuori di casa.

La nonna Gilda che era arrivata assieme a un’altra donna, senza rivolgermi la consueta attenzione, mi disse di stare buona, mi fece sedere sui gradini esterni della casa, raccomandandomi di non muovermi e di non rientrare per nessuna ragione. Rimasi a lungo seduta lì; mi stavo annoiando. A un certo punto mi passò davanti Roberto, il figlio dei vicini. Mi guardò incuriosito perché normalmente non avevo il permesso di giocare per strada con gli altri bambini. Mia madre diceva che non stava bene che io mi mischiassi a certa gente del popolo.

Lui mi fissava un po’ troppo ed io, per mostrargli il mio disprezzo, gli feci una linguaccia. Quello mi si avvicinò e mi tirò una treccia.

Indignata, raccolsi un grosso sasso da terra e mentre si allontanava ridendo, glielo lanciai dietro con forza, centrandolo nella schiena. Il colpo lo fece barcollare. Sgattaiolai in casa veloce, chiudendo bene il portone prima che potesse tornare indietro. Restai nell’anticamera buia sperando che se ne andasse, preoccupata di avere disobbedito alla nonna.

La nascita di mia sorella mi deluse molto: ne avevo aspettato l’arrivo, ammirando estasiata le camicine, i vestiti, le scarpine di lana fatte ai ferri che Gina aveva sistemato in una cassettiera.
Avevo l’ambizione di farle da madre, ma dopo pochi giorni avevo cambiato idea.

Lei piangeva sempre, anche la notte, con urli insopportabili, sbavava e faceva una cacca puzzolentissima.

I suoi pannolini, lavati a mano da Gina, erano stesi in tutti gli spazi disponibili della casa.

Mia madre non faceva più i compiti con me e si lamentava spesso con la domestica:

“ Non ce la faccio più, non ho dormito stanotte, sono stanca”.

Ripeteva questo genere di frasi in continuazione.

Gina cercava di incoraggiarla, aveva sempre lei la piccola in braccio, la passava a mia madre solo per il latte e continuava a dire “Che bella bambina”.

Una volta ho cercato di giocare con la piccola. L’ho tirata su dalla culla e l’ho portata nell’angolo delle bambole per metterla  fra loro. Ma quella, appena messa per terra, non è rimasta, come mi aspettavo, seduta ma  si è ribaltata all’indietro, battendo violentemente la testa e mettendosi a strillare. Consapevole di avere infranto una regola che la nonna, Gina e la mamma mi avevano ripetuto più volte “Non la devi prendere in braccio da sola”, le misi una mano sulla bocca e la riportai nella sua culla.  Tentai di soffocarne il pianto perché non si sentisse, ma quella si agitava tutta e il cuscino che le avevo messo sulla faccia, scivolò di lato.

Gina arrivò di corsa in camera, pulendosi le mani al grembiule.

La guardai compunta e le dissi “L’ho sentita piangere e sono venuta a vedere”. Lei mi lanciò un’occhiata perplessa, ma non aveva prove contro di me, prese la piccola e si mise a cullarla fino a quando riuscì a calmarla.

Mi piaceva andare a scuola. Avevo un bel grembiule bianco, pulito e con un  fiocco colorato.

Grazie alla mia donna di servizio, io ero sempre in ordine ma alcune delle mie compagne di classe avevano grembiuli di una misura sbagliata, troppo grandi o troppo piccoli, rammendati o strappati e alle volte non mettevano nemmeno il fiocco.

Mi piaceva imparare, riempivo pagine di lettere, mi esercitavo per avere una bella calligrafia.

L’unico momento della giornata in cui mia madre stava con me, qualche volta, era il pomeriggio quando mi aiutava a fare i compiti e io le facevo  vedere com’ero diligente e attenta.

Ricordo quando mi sono venute le mestruazioni la prima volta.

Nessuno mi aveva detto nulla e pensai di essermi ferita, magari salendo su un albero in giardino o di essere malata. Visto che, nonostante i tentativi di pulirmi, il sangue non si fermava, andai preoccupata da Gina. “Non è nulla” mi disse “ è normale, vuole dire che sei diventata grande.”

Non capivo cosa volesse dire. Lei provò a spiegarmi che le donne grandi perdono  sangue una volta al mese. Non mi spiegò che questo aveva a  che fare con la riproduzione e tanto meno mi parlò di sesso.

Per tranquillizzarmi, mi portò in camera della mamma, prese dal cassetto dei rettangoli di stoffa e pazientemente mi spiegò come fare a indossarli.

Mi sentivo sporca e a disagio. Non avevo il controllo dei miei movimenti, avevo paura che i pannolini si spostassero o fuoriuscissero dalla mutandina.

Più tardi mia madre mi chiamò in salotto, era seduta in poltrona; con fare affettuoso mi fece, inaspettatamente, una carezza e mi disse “Sei diventata grande” e poi aggiunse “Comportati bene ora”.

Restai indispettita. “ Non mi ero sempre comportata bene ? “

A turbarmi ulteriormente già da un po’ di tempo avevano cominciato a spuntarmi peli dappertutto. Erano disgustosi.

Per un’estate, facendo impazzire di preoccupazione la Gina, mi rifiutai di mettermi camicette con le maniche corte e ne indossai solo con maniche lunghe, nonostante il caldo torrido.

Superate le scuole medie, fra gli elogi di tutti, mi sono iscritta al liceo classico.

Era un ambiente duro e competitivo. Alle scuole elementari e alle medie era evidente che io, rispetto alle altre compagne, ero la più ricca.

Al ginnasio non era più così. Lì tutti appartenevano alla buona borghesia cittadina e io non ero della loro cerchia.
Alcune mie compagne venivano a scuola in auto con l’autista, io prendevo l’autobus e scendevo una fermata prima per non farmi vedere su un mezzo così povero.

Ero stata invitata nelle case di alcune di loro, perché ero comunque fra le più brave a fare i compiti.

Guardavo le loro case: erano più grandi del posto dove stavo io , con mobili più belli, e quadri alle pareti. Le loro madri erano sorridenti, affettuose, ben vestite, anche di pomeriggio e non sprofondate con una vestaglia, in poltrona, come la mia.

Mi sentivo una specie di Cenerentola fra le sorellastre e la matrigna.
Dovevo rimontare.

L’occasione mi fu data dall’incontro con Luca: lui fu la mia arma per salire di status.

Ero una bella ragazza.

In autobus c’era sempre qualche mano che mi palpava il sedere e qualche vecchio porco che trovava il modo di strofinarsi, con la scusa di passare.

Non sapevo che tutto questo avesse a che fare con il sesso.

Credevo che i bambini si facessero baciandosi, fino a che la mia compagna di banco, smaliziata e impietosita, mi aveva spiegato come andavano le cose. Avevo assimilato scrupolosamente quei concetti sconosciuti e, soprattutto, avevo capito che i ragazzi volevano fare sesso e che le ragazze dovevano opporsi, anche se non proprio a tutto, se volevano farsi sposare.

Cominciai a sentirmi meglio. Avevo qualcosa da barattare per raggiungere i miei scopi.

Anche Luca era fra i più bravi della classe ma non era molto amato dai professori. Aveva idee proprie su molti argomenti e le esponeva appassionatamente, sia nei compiti scritti che durante le interrogazioni. Non era per niente diplomatico e non cercava minimamente di ingraziarsi gli insegnanti.

Ero andata qualche volta a fare i compiti da lui.

Mia madre approvava in pieno questa frequentazione, anche se andavo in casa di un ragazzo e non da un’amica. Alle volte mi accompagnava lei in macchina. Aveva preso la patente, cosa abbastanza insolita per una donna in quegli anni, ma diceva che andare in auto le risparmiava tempo e fatica.

La casa di Luca era una villa molto bella, nella parte più di prestigio della città, sulle colline.

Soprattutto era una casa colta. C’erano libri dappertutto e  una stanza della musica con un pianoforte. Alle pareti c’erano molti quadri, che però a me sembravano solo strappi sulla tela o prove di colore. Luca me ne  parlava  con entusiasmo, facendomi da Cicerone e ragionando di nuove tendenze pittoriche e di avanguardie.

Probabilmente riferiva discorsi dei suoi e di loro amici. Ascoltavo compunta, ma non mi convinceva.

Per me erano solo sgorbi e tali rimanevano anche dopo mille spiegazioni.

Quando mi faccio un’idea, resta quella.
Non sono una persona debole, che si fa influenzare facilmente.

Il padre di Luca era dirigente di una grossa multinazionale, in piena espansione. Sua madre lavorava come insegnante. Mia madre disapprovava che una donna, senza bisogno di soldi, lavorasse.

Il caldo entusiasmo con cui, durante le nostre visite, lei ci parlava del suo lavoro ci confermava che era una persona un po’ stravagante.
Per quanto si atteggiasse a signora, mia madre era comunque a disagio nella conversazione: l’altra parlava amabilmente di libri, di concerti, di teatro, rivelando una vita sociale e culturale di cui mia madre non sapeva nulla, anche se faceva finta di trovare quei discorsi interessanti.

Per rifarsi, durante i viaggi di andata o di ritorno, esternava tutto il suo disprezzo per una donna che non si dedicava alla famiglia. Dimenticava che anche lei, se non ci fosse stata Gina, non è che alla cura dei figli e della casa si fosse dedicata poi così tanto.

Luca mi aveva eletto a suo pubblico.

Durante i pomeriggi che passavamo insieme per fare i compiti, sfoggiava tutte le sue idee sul mondo. Faceva la ruota come i pavoni: l’esibizione di cultura era un rituale di corteggiamento ma, in tutta onestà, devo ammettere che né io né lui sapevamo in che territorio ci stessimo addentrando.

Durante quegli incontri io ero solo indispettita perché perdevamo tempo ad ascoltare dischi di musica classica noiosissimi o a leggere brani di autori russi che lui amava, ma non erano nel programma di letteratura. Leggerli era perfettamente inutile.

Poi c’era il capitolo ingiustizia nel mondo. Luca aveva le sue idee sulla lotta alla povertà e alla fame, sull’uguaglianza fra le persone e i popoli. Non lo capivo. Gina era povera: peraltro era l’unico povero che conoscessi .

” E allora” mi chiedevo “che male c’è ?”.

Per educazione, siccome non sta bene interrompere, lo lasciavo parlare. Immagino che lui si facesse l’idea che il mio silenzio era approvazione o addirittura condivisione. Pensava a noi come ad anime gemelle. Io controllavo di nascosto l’ora, calcolando mentalmente il margine che potevamo concederci prima di affrontare i compiti da fare.

Con il benestare delle famiglie, lui aveva organizzato dei giorni in cui andavamo al cinema o al teatro, da soli o con i suoi genitori e i loro amici.

Cominciai a scoprire un mondo più vasto del salotto di casa mia.

A scuola, queste esperienze, raccontate alle amiche, mi facevano guadagnare il rispetto delle altre.

Consideravano me e Luca una coppia.  Non ero più una qualunque, brava ma poco interessante; ero la fidanzata di uno che per le sue idee, la sua personalità e per lo status della sua famiglia, era considerato un leader.

Ero soddisfatta: lui non mi piaceva come persona, non ne condividevo le idee e gli entusiasmi, trovavo i suoi interessi noiosi.  Detestavo la musica classica. Se fosse stato per me, avrei ascoltato solo le canzoni del Festival di Sanremo. Ma mi dicevo che una donna deve essere paziente e apprezzavo la popolarità di cui lui mi faceva godere di riflesso.

Fisicamente non mi attraeva. Aveva capelli fini e lisci e il naso troppo grosso. Quando era agitato, soffriva di un tic che gli faceva stringere gli occhi e contrarre la faccia come se ghignasse.  Nella foga di un discorso, alle volte gli succedeva in pubblico. Lo trovavo molto imbarazzante, ma dovevo fare finta di nulla e accontentarmi.

Fortunatamente, con l’età matura, quel dannato schifosissimo tic da adolescente gli è passato, si è irrobustito, i capelli gli sono diventati brizzolati e ora posso dire che è un uomo non bellissimo, ma attraente.

Poi ci fu il capitolo sesso.

Luca premeva molto perché “lo facessimo”, come prova, secondo lui, del nostro amore, di cui parlava in continuazione.

Io resistevo, perché così si doveva fare e non ero per nulla incuriosita da tutta la faccenda.

L’intimità fisica fra noi cresceva. C’erano stati i primi baci e poi vari toccamenti. Lui mi carezzava i seni, poi era riuscito a convincermi, prendendomi per sfinimento, a toccarmi “ lì sotto”.

Durante questi palpeggiamenti diventava rosso, sudava e ovviamente aveva delle erezioni che potevo percepire quando si accostava, anche se all’inizio non capivo bene di cosa si trattasse. Incuriosita, avevo cominciato anch’io a infilargli le mani nei pantaloni e avevo scoperto divertita che il suo coso, appena toccato s’imbizzarriva e diventava grosso e duro. Ero soddisfatta di avere tutto questo potere nelle mie mani.

Dopo vari mesi di queste esplorazioni e dopo reiterate suppliche e lagnosità da parte sua, decisi di cedere.

Era estate.

Ero in villeggiatura in montagna con mia madre e mia sorella. Ci stavamo due mesi, perché mia madre non sopportava il caldo della città e si doveva riposare. Mio padre veniva a trovarci nel week-end. Senza la scuola mi annoiavo a morte. Si potevano solo fare passeggiate, sempre uguali. Poi il nulla. Qualche volta riuscivo ad andare a giocare al flipper al bar, ma dovevo farlo di nascosto perché mia madre non approvava che io frequentassi la compagnia dei giovani del paese. A me sembrava si divertissero molto. Andavano in gruppo a fare passeggiate, forniti di chitarre. Li sentivo ridere, scherzare. Parlavano di andare a ballare il sabato sera, cosa che era impensabile che mi fosse concessa. Loro mi consideravano un’estranea, nonostante che qualche ragazzo più intraprendente mi guardasse sfacciatamente il culo. Per il resto m’ignoravano. Non ero dei loro: ero solo una villeggiante, una studentessa di liceo. Loro lavoravano: vedevo i ragazzi con tute da operaio e da meccanico e le ragazze nelle botteghe del paese, al forno o dalla parrucchiera. La differenza di classe sociale era, a quei tempi, molto accentuata e influente ed era impensabile che giovani operai o commesse avessero a che fare con una studentessa liceale.  Non era previsto che i due mondi potessero comunicare.

Luca aveva il permesso di venirmi a trovare. Le sue visite spezzavano l’asfissiante routine di quelle giornate.

Mia madre, dopo un po’ di convenevoli, si disinteressava completamente di noi. Avevamo così l’opportunità di fare lunghe passeggiate nei boschi e di nasconderci in qualche radura, lontana da occhi indiscreti.

Non ho mai capito se lei si rendesse conto che erano molto più pericolose, per la mia onorabilità, quelle girate da soli io e lui piuttosto che un innocente pomeriggio al bar. Ma eravamo fidanzati, lei approvava e, se sapeva cosa facevamo, non riteneva di dovere intervenire. Lui era un buon partito.

Forti di questa libertà, dopo diversi tentativi, riuscimmo a capire la meccanica dell’atto. Non era molto difficile. C’era un oggetto cilindrico che doveva entrare in uno cavo. Eravamo giovani e sani e fummo guidati dall’istinto e dalla fisica dei corpi.

La prima volta restai un po’ perplessa. A parte un po’ di dolore e una perdita di sangue che non mi aspettavo e che m’impensierì un po’, trovai la cosa sporca e sgradevole.

Ma, volta dopo volta, feci l’inaspettata scoperta che la penetrazione mi procurava sensazioni piacevoli, anche molto intense. Non lo sapevo ma erano orgasmi. Cominciai ad apprezzare quel passatempo e nonostante lui mi annoiasse sempre mortalmente con i suoi discorsi – parlava di progetti insieme e di grande amore – cominciai a sentire la sua mancanza fra una visita e l’altra.

Finimmo il liceo. Dovevamo scegliere l’Università.

Luca voleva andare alla Facoltà di Sociologia a Trento. Era stata aperta in quegli anni ed era una novità nel mondo accademico. Una materia nuova, con inediti piani di studio, in odore di “sinistra”.

Lui ne era entusiasta. Aveva letto Adorno, Horkheimer, Marcuse, in lingua inglese, prima che venissero pubblicati in italiano.
Già ci immaginava a vivere insieme, in una casa nostra.

Dava per scontato che anch’io avessi il medesimo sogno e la sua passione per la sociologia.

Fortunatamente i suoi genitori si opposero: non era usuale mandare un ragazzo a studiare in un’altra città. I suoi sogni s’infransero su quel rifiuto. Per un po’ ne fu fortemente amareggiato.

Con il senno di poi, ritengo che fu una benedizione. Con tutte le sue idee, in quell’ambiente, sarebbe, come minimo, diventato amico di Curcio e militante delle Brigate rosse, invece che uno stimato professionista com’è adesso.

Ripiegò su architettura, sia pure parlando di Wright, modernismo e quant’altro e, dopo la laurea, grazie alle conoscenze dei suoi, entrò in un affermato studio di architettura, dove lavora ancora oggi.

Io m’iscrissi a Lettere. Era una facoltà più femminile. Nei miei sogni di bambina il mio unico progetto era quello di sposarmi, fare figli ed avere una bella casa, ma la mia ottima carriera scolastica, che era un peccato interrompere – come dissero ai miei genitori gli insegnanti –  mi aprì la strada dell’università.

Dopo la laurea avevo davanti la possibilità di iniziare a insegnare ma non mi interessava.  Trovavo abbastanza insopportabile l’idea di avere a che fare con ragazzini ignoranti.

Accettai così una proposta di lavoro di una casa editrice: mi parve più prestigioso. Ho sempre fatto un lavoro amministrativo e d’ufficio, niente di entusiasmante,  ma mi piace potere dire  che lavoro in campo culturale.

Era arrivato il momento di coronare il nostro sogno d’amore.

Luca parlava di amore libero e convivenza ma, su questo punto, riuscii a contrastarlo efficacemente, con uno sciopero del sesso e la minaccia di troncare il fidanzamento.

Si arrese.

Mi sobbarcai un anno di stress. Organizzare il matrimonio fu un’impresa titanica.

Mi dovetti occupare, in primo luogo, di arredare la casa che le famiglie ci avevano comprato. Scelsi con cura gli arredi, ispirandomi alle case delle amiche del liceo e dell’università. Lasciai a Luca solo la scelta dei quadri, perché se ne intendeva più di me.

Poi mi buttai a capofitto nei particolari organizzativi della cerimonia.

Ero sola: mia madre non aveva né l’energia né l’entusiasmo per aiutarmi e, secondo me, neppure il gusto per fare le scelte giuste. Potevo solo utilizzare mia sorella in funzione di aiutante per le incombenze più pratiche.

Qualche volta chiedevo rispettosamente l’aiuto della madre di Luca.  La mia futura suocera non dava grande importanza agli aspetti spettacolari della cerimonia ma, per una sorta di legge di compensazione, riusciva, in qualche modo, a tranquillizzarmi.

Luca, come tutti gli uomini, acconsentiva bonario a tutte le mie scelte, attribuendo, immagino, la mia fissazione al fatto che fossi felice di sposarmi.

In quei mesi il tarlo della perfezione mi ha divorato. Il vestito bianco doveva essere importante ma non svenevole o troppo infiocchettato con trine e merletti, per non risultare una cosa pacchiana, da poveri. Il vestito delle damigelle doveva essere grazioso ma non vistoso, per non offuscare l’unica vera protagonista, cioè io, la sposa.

Curai tutto nei minimi dettagli: il menù del pranzo che si sarebbe svolto in una bella villa, molto signorile, gli addobbi della chiesa, i fiori, le bomboniere, gli inviti rigorosamente scritti a mano.

Luca avrebbe voluto fare una cosa semplice, per pochi parenti e amici e poi devolvere il corrispettivo di quello che avremmo risparmiato sul pranzo e la cerimonia a qualche causa benefica.

Stroncai sul nascere le sue idee stravaganti. Volevo un pranzo come si deve, con tutte le portate e la torta nuziale e chi se ne frega dei bambini in Africa che muoiono di fame.

Arrivai esausta al giorno fatidico ma tutto andò alla perfezione. Ancora oggi sono molto soddisfatta di me e di come me la sono cavata.

Iniziammo così la nostra vita insieme.

Ritengo che quello sia stato uno dei migliori periodi della mia vita.

Avevo lasciato la casa dei miei e ne avevo una tutta mia, improntata al mio gusto e alle mie esigenze, adatta per ricevere con un bel salone ampio per pranzi, cene e feste.

Tutto era nuovo e lucente.
Grazie al mio addestramento infantile, fra Enciclopedia della Donna e lezioni della Gina, riuscivo perfettamente a destreggiarmi fra lavoro e organizzazione domestica. Era divertente fare la spesa e decidere io cosa mangiare quel giorno, senza dovermi adattare a cose già cucinate da altri.

“ O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra” diceva sempre mia madre.

Luca ha sempre avuto orari più impegnativi dei miei. Spesso, già dai primi anni di lavoro, doveva andare fuori città per qualche convegno o per incontrare clienti importanti.

Nelle giornate in cui restavo da sola, potevo sentire la musica che mi piaceva, giravo per casa, dopo il lavoro, con una tuta sbrindellata, mangiavo sul divano guardando la televisione o non mangiavo affatto. Se la domenica lui non era in casa, me ne restavo in vestaglia e ciabatte, girellando per le stanze, senza fare nulla. Mi concedevo lunghi bagni caldi in vasca, scegliendo con cura le essenze da sciogliere nell’acqua, approfittando che non c’era nessuno a lanciarmi sguardi languidi e vogliosi.

Nella mia ricca e beata solitudine stavo proprio bene.

Quando c’era Luca a casa, mi sforzavo di essere curata e di interessarmi al suo lavoro. Lui s’imbarcava in lunghi discorsi sui progetti del suo studio ed io ascoltavo, dissimulando la noia. Sono sempre stata una brava ascoltatrice.

Spesso avevamo ospiti a cena. Io me la cavavo benissimo.

Sentivo gli sguardi di ammirazione nei miei confronti dei suoi amici e colleghi, l’invidia delle donne, per la mia eleganza, per la mia casa perfetta, per le mie cene impareggiabili. Sono stata fra le prime, ad esempio, ad avventurarmi nell’organizzazione di cene etniche, sempre con ottimi risultati.

Il sesso, come ho detto, era gradevole. Il detto di mia madre e di mia nonna “ Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” mi risuonava nelle orecchie, ma pensavo che un po’ d’innocente divertimento non sarebbe stato un peccato, e poi chi avrebbe potuto scoprirlo?

Trovo fastidiosa e invadente l’idea che la religione possa  giudicare e orientare  i comportamenti delle persone, fino nei minimi dettagli.

Mi dico sempre che Dio ha altre cose a cui pensare.

Ma sono una buona cattolica, non vorrei essere fraintesa su questo punto.

Da bambina andavo in chiesa e al catechismo; mi sono sposata, come ho detto, con una bella cerimonia religiosa. A Natale e a Pasqua vado sempre in Chiesa.

Nei primi anni dopo il matrimonio abbiamo fatto molti bei viaggi.

Luca seguiva le tracce dei suoi interessi, sia di architettura che umanitari.

Anche nei paesi più poveri che abbiamo visitato, in Africa o in India, riuscivo sempre a trovare degli alberghi adeguati, dove potevo restare in piscina a prendere il sole, mentre Luca andava in giro a fotografare squallidi sobborghi o baraccopoli degradate.

Al ritorno in ufficio avevo sempre dei pittoreschi resoconti da fare alle mie colleghe.

Il tempo scorreva piacevolmente senza intoppi.

Eravamo sposati da quattro anni. Per il mio trentesimo compleanno avevo organizzato, di sabato sera, una bella festa con i nostri amici.  Due coppie non erano potute venire: avevano bambini piccoli e spesso avevano guai a sistemarli, con le baby-sitter o con i nonni. Pazienza, conoscevamo un sacco di persone e qualche defezione non avrebbe incrinato la riuscita del party.
Il pranzo della domenica successiva lo avevo dedicato invece ai festeggiamenti con i parenti.

Nonostante la mia abilità, era complicato mettere insieme le nostre famiglie. Ero sempre preoccupata che i miei genitori mi facessero sfigurare.

Per quanto cercassi di istruire mia madre, c’era sempre in lei qualcosa di sciatto, un particolare fuori posto che stonava.

Mio padre, invecchiando, è diventato di una tirchieria esagerata e non giustificata dal loro status economico.  E’capace di indossare lo stesso cappotto “buono” per anni, facendolo rifoderare più volte.

Insomma facevano di tutto per sembrare poveri, anche se non lo erano.

“L’abito non fa il monaco” come diceva mia madre ma “Anche l’occhio vuole la sua parte” le rispondevo io, con un altro dei suoi proverbi favoriti.

L’unica di cui non mi dovevo preoccupare era mia sorella Letizia: la sua vivacità, il suo slancio sociale – era spesso a manifestazioni, cortei, assemblee – piacevano a mia suocera. Si era iscritta alla Facoltà di Veterinaria.  Curare cani e gatti, a me personalmente, non sembrava una buona idea, ma “contenta lei, contenti tutti”. Per l’uno o l’altro motivo aveva comunque sempre dei validi argomenti di conversazione e anche Luca le dava volentieri spago.

Durante il pranzo per il mio compleanno mia madre introdusse l’argomento bambini.

Aveva incontrato per caso la figlia di un amico. A ventisette anni era già madre di una bambina di due anni ed era di nuovo incinta: presi svogliatamente parte alla conversazione in cui si tessevano le lodi di questa qui, il cui unico pregio era, evidentemente, quello di figliare come una coniglia, ma avvertii dentro di me qualcosa che non andava. L’immagine di vita perfetta che avevo costruito con tanta fatica rischiava di appannarsi.

Luca ed io non avevamo figli.

“Non ancora” pensai ma si può rimediare.

Quando tutti furono andati via, ne parlai con mio marito. Lui non si mostrò preoccupato più di tanto. Parlò di popolazione mondiale e di povertà. Come al solito non aveva capito nulla. Che ci fosse gente che muore di fame sul pianeta, non c’entrava nulla con noi. Un bambino in più non sarebbe stato una rovina planetaria e avrebbe completato magnificamente la nostra vita, mettendoci alla pari con gli altri.

Nei mesi successivi lo provocai più volte, prendendo l’iniziativa per fare sesso, attività a cui lui, peraltro, non si sottraeva mai.

Durante il matrimonio non avevamo mai usato precauzioni anticoncezionali. In effetti, era un po’ strano che non fossi rimasta incinta.

Nonostante avessi volutamente aumentato la frequenza dei rapporti, non succedeva nulla. Tutti i mesi, puntualmente, si manifestava la solita perdita di sangue.

Cominciai a preoccuparmi.

Mi mettevo di profilo davanti allo specchio e m’immaginavo con il pancione. Sistemavo le braccia una sopra e l’altra sotto il ventre per accogliere quello che ancora non c’era. Sarei stata bene: sono abbastanza alta, anche se mi fossi arrotondata, non sarei stata goffa e ridicola come certe donne incinta, basse e tarchiate, che, durante la gravidanza, sembrano palle che rotolano.

Senza dire nulla a nessuno, andai dal mio ginecologo. Mi prescrisse una serie di esami. Il risultato di tutti gli accertamenti clinici fu che non c’era motivo che non restassi incinta. Ero fertile. Lì per lì ne fui felice. Il mio corpo non mi aveva tradito, io andavo bene.

La causa dell’infertilità andava ricercata in Luca. Era lui il colpevole. Avrei dovuto immaginarlo. Presi in esame l’idea di non dirgli nulla e andare avanti così. Misi a fuoco una soluzione possibile. Avrei potuto fare il figlio con qualcun altro, farlo passare per suo  e farmi un bambino a dispetto dei santi. Se non gli fosse somigliato, potevo sempre dire che assomigliava a me o invocare lontani parenti con caratteristiche simili. Come dicevano gli antichi romani  ”Mater semper certa, pater numquam”. E se il padre biologico avesse capito qualcosa e, preso dall’istinto di paternità e del possesso, si fosse fatto avanti a rivendicare qualcosa? Era un’eventualità che non potevo escludere.

Arrivai alla conclusione che, scegliendo un partner giusto, magari già sposato o tutto dedito alla sua carriera, i rischi sarebbero diminuiti. Avevo adocchiato alcuni possibili candidati, ma il mio preferito era l’istruttore della palestra dove andavo il pomeriggio, ammiratissimo da tutte le frequentatrici, un bel ragazzo davvero, bruno, alto, fisico ben scolpito.
Mi sorrideva sempre, spesso mi si avvicinava con il pretesto di farmi vedere l’uso corretto di qualche attrezzo. Sapevo di piacergli. Sarebbe stato facile portarselo a letto e, dopo qualche amplesso, si sarebbe distratto, in cerca di nuove prede fra le signore della palestra, magari una di quelle smorfiose ventenni, perfette nei loro body aderenti, con gli scaldamuscoli colorati, che gli scodinzolavano dietro.

Lui doveva avere sui venticinque anni, era sicuramente sano e ben piazzato: non avrei rischiato che il bambino avesse tare fisiche.

Non era molto intelligente: diceva solo cose molto banali, ma “chi se ne frega” pensavo. Non si può avere tutto nella vita. Dopo molte fantasie decisi di non farne di nulla. A oggi, con il senno di poi, penso di avere preso una decisione sbagliata. Avrei avuto il bambino che volevo, sano e senza tutte le complicazioni che ci sono state dopo. Mi scoprii meno coraggiosa di quanto credessi, in quella circostanza, e lo dico con un senso di disappunto verso me stessa. Ancora non mi sono perdonata.

Decisi di affrontare il discorso della sterilità con Luca.

Scelsi una domenica pomeriggio.

Lui era sul letto, con le spalle allo schienale e le gambe flesse, a sorreggere il libro di turno “Crisi dell’occidente”.

Indossava una tuta; la felpa gli tirava leggermente sull’addome, aveva messo su un po’ di pancetta.  Una ciocca di capelli fini e lisci gli ricadeva, come il solito, sul viso.  Mi avvicinai e mi sedetti sul letto.

Chiuse il libro, l’indice della mano sinistra fra le pagine, per tenere il segno e mi guardò.“ Che c’è, micetta?” Odiavo che mi chiamasse micetta, come quando eravamo ragazzi. A quindici anni passi, ma dopo i trenta suona ridicolo. Decisi di non farglielo notare per la centesima volta.

Con calma gelida gli raccontai degli esami che avevo fatto e del risultato.  Lo invitai a farsi delle analisi anche lui.

Cercò di ribattere che non ne sentiva la necessità, che avevamo parlato di non avere bambini.

“ Tu ne hai parlato di non fare figli, io no” gli risposi . “Lo so, il riscaldamento globale, la popolazione mondiale, la povertà. Beh, la vuoi sapere una cosa? Non me ne può fregare di meno. Sono tutte cazzate che non mi riguardano. Qui nessuno muore di fame ed io voglio un bambino come tutti.”

Lui mi rispose che ero  ipocrita, la discussione andò avanti per un po’.

Alla fine, esasperata, uscii dalla stanza; con la coda dell’occhio vidi Luca che si alzava, gettando il libro sul letto.

Continuai a insistere. Le discussioni erano sempre più violente e, da parte sua, rancorose, ma io non arretrai di un millimetro.

Finalmente si decise. Dopo una serie di accertamenti, ebbi la conferma. Luca era sterile, in modo irreversibile.

Era la fine. Non avrei potuto avere quello che volevo. Avendogliene parlato, mi ero anche bruciata la possibilità di fare un figlio con un altro e farlo passare per suo. Insomma un disastro!
D’inseminazione artificiale ancora non si parlava molto: la ricerca, in questo campo, era agli albori, non come adesso che se ne sa di più.

Ero in trappola.

Per alcune settimane non andai a lavoro. La mattina non mi alzavo. Restavo a letto, a masticare rabbia e a piangere. Me ne stavo a casa, senza vestirmi, in camicia da notte e vestaglia. Mangiavo distrattamente, non mi guardavo allo specchio neppure per pettinarmi.

Mia madre mi compativa.

“Eh, poverina! Che disgrazia doveva capitarmi! Chi lo avrebbe detto che Luca era sterile” e via piagnucolando.

Le colleghe e le amiche mi telefonavano, invitandomi a reagire.

Io non dicevo nulla ma le odiavo tutte per la carità ipocrita che mi buttavano addosso.

Stronze, loro facevano sesso e figliavano. Dall’alto del loro successo, mi compativano e, secondo me, sotto sotto, gongolavano della mia disgrazia. Insopportabile.

Trovai, non so come, la forza di tornare a lavorare. La vita ricominciò, più o meno normalmente.

Luca era sollevato dal fatto che io fossi tornata nei ranghi. Mi lanciava occhiate sospettose ma non trovava nulla da rimproverarmi; ero tornata io, agghindata, piacevole, efficiente.

Non avevo ancora preso in considerazione l’idea dell’adozione. Non volevo un bastardo di qualcun altro ma un figlio mio, fatto a mia immagine e somiglianza. Il resto non m’interessava.

Le colleghe mi avevano suggerito, sotto voce, l’adozione, quando ero a casa, depressa.

L’idea cominciò a farsi strada nella mia mente. Certo, era un ripiego, ma meglio che nulla.

Sondai il terreno con le persone che frequentavamo Luca ed io.

L’adozione otteneva l’approvazione di tutti. Veniva considerata un gesto generoso, apprezzato socialmente. Dare una famiglia a un orfanello, perché no?

Avrei evitato i fastidi di una gravidanza e del parto, niente smagliature o seno cadente e mi sarei ritrovata con un bambino bell’e fatto, già partorito.
Sì, poteva essere, si poteva fare.

Comunicai a Luca lo sviluppo delle mie pensate.

Con tutto il suo parlare di povertà e fame doveva essere d’accordo e poi, se no, gli avrei fatto pesare che era per colpa sua che non potevamo avere figli nostri.

Forse perché si sentiva in colpa o forse perché la mia depressione lo aveva preoccupato, Luca aderì all’idea abbastanza presto.

Cominciammo un allucinante iter burocratico. una vera farsa.

Incontrammo assistenti sociali e psicologi, mezze tacche di dipendenti pubblici, che, con sussiego, ci ricevevano in uffici sgangherati, in spazi angusti  che io, a casa mia, avrei a malapena usato da sgabuzzino e avevano pure la pretesa di giudicare la nostra”idoneità genitoriale”, come dicevano nel loro astruso linguaggio social – psicologico.

Arrivavo ai colloqui volutamente ostentando abiti eleganti e gioielli costosi, che avevo accumulato negli anni, creandomi una ricca collezione di pezzi adatti a ogni occasione.

“Diamonds are a girl’s best friend”, come cantava  Marilyn.

Le assistenti sociali –  e ne ho incontrate diverse – erano delle donnicciole.

Ne ricordo in particolare una, anche simpatica a suo modo; mi sembra che si chiamasse Wanda. Avrà avuto una cinquantina di anni, l’aria materna, i capelli grigi tagliati corti come fanno le donne che non hanno tempo o soldi per il parrucchiere. Si vestiva come una zingara, con sottane lunghe di una fantasia abbinate a magliette di un altro disegno. Righe e fiori, oppure pois e righe. Raramente ho visto una donna così vestita male. A forza di assistere rom e poveracci, si era uniformata all’ambiente e la miseria altrui le si era attaccata addosso come una seconda pelle.

Mi guardava dritta negli occhi e sembrava soppesarmi. Ho l’impressione che, nonostante il tono gentile, non mi abbia mai creduto.

Facevo sfoggio di  nobili motivazioni e lei continuava ad annuire, senza dire nulla.

Parlava più volentieri con Luca, questo era evidente: lui si slanciava entusiasta nei suoi discorsi terzomondisti e lei interloquiva, aggiungeva dati, faceva osservazioni.  Quei due andavano proprio d’accordo. Erano fatti l’uno per l’altro. Sbirciavo l’ora, facevo tintinnare i miei braccialetti,  giravo e rigiravo gli anelli sulle dita, fino a che, se Dio vuole, l’interrogatorio finiva. Era tutto molto imbarazzante ma avevano la legge dalla loro parte e dovevo sottostare a quelle condizioni.

Durante i colloqui per l’idoneità, squallidi figuri, tipo inquisizione, ci interrogavano per sapere tutto di noi, com’era stata la nostra infanzia. “felice, no?” come ci era venuta l’idea di un’adozione e cosi via.

Ricordo uno psicologo particolarmente impiccione, grasso, panciuto, sudaticcio, con la testa pelata, che fissandomi con insistenza, arrivò a chiederci se avevamo una buona vita sessuale. Nel discorso infilò perfino un lapsus: guardandomi le gambe che avevo graziosamente accavallato disse “cosce” invece di “ cose” e meno male che ero io quella da analizzare.

Mi affondai le unghie nelle palme delle mani mentre rispondevo, genericamente, con un “Bene”.

“Perché non lo vai a chiedere a tua sorella, com’è la sua vita sessuale?  E piantala di guardarmi, porco! ” fu tutto quello che non gli dissi.

I nonni e la zia erano stati anche loro coinvolti in queste sedute, per stabilire se avevamo una “rete familiare d’appoggio” come dicevano le assistenti sociali. Cretine! Contare su mia madre era un’idea che non mi era mai passata per la testa.

Però l’avevo istruita bene e ai colloqui passò per una mite signora, molto perbene e molto educata. Con mio padre non ci furono problemi. Scivolò come un’ombra, ma distinta, per tutti gli scalini degli interrogatori.

Dei miei suoceri, soprattutto di lei, e di mia sorella non mi ero preoccupata. Avevano sposato con ardore la causa dell’adozione e l’altruismo e la generosità gli sprizzavano dai pori della pelle, abbondanti come il sudore dopo una serata in palestra.

Mia madre, lo sapevo, si era piegata all’idea ma non era convinta.

“Adozione?” aveva ribattuto, con una nota di sconcerto. quando, durante una delle sue visite, le avevo comunicato le mie intenzioni

“ Sei sicura?” disse, sbavando dubbi.

“ Certo, sicurissima!”

Dopo una lunga pausa, aveva incalzato “ I figli adottivi non sono come quelli naturali. È inutile che dicano. Che ne sai chi li ha messi al mondo, che tare si portano dietro?”

Avevo ribattuto, stizzita, che l’ambiente e l’educazione sono più importanti della genetica, ma, in fondo, qualche dubbio sull’ereditarietà l’avevo anch’io. Purtroppo non sapevo quanto avrei avuto ragione.

In quel periodo Luca non trovò di meglio che ammalarsi, con il rischio che il suo stato di salute incidesse negativamente sulle valutazioni. E’ chiaro che, se sei malato, un bambino in adozione non te lo danno, ma lui niente. Vomitava, non mangiava, era dimagrito, al punto che anch’io cominciai a preoccuparmi pensando a un tumore o qualcosa del genere. Fortunatamente gli fu diagnosticato solo un inizio di ulcera. Dovetti comunque occuparmi di lui, dei suoi malesseri e rimuovere gli schizzi del suo vomito in bagno. Vomitava nelle ore più impensate e non sempre potevo aspettare che ci pensasse la domestica. Alternavamo i colloqui con gli psicologi per l’adozione alle visite dagli specialisti in gastroenterologia. Avevo preteso che andasse, a pagamento, s’intende, dai migliori.

Spesso lo dovevo spronare, ricordargli gli appuntamenti, fargli prendere le medicine. Sembrava totalmente incapace di prendersi cura di sé stesso.

“ Donata, sto male! Cosa mi succede? Sarà un malaccio, che dici?”

Le sue lamentazioni quotidiane m’inseguivano in ogni angolo della casa.

Per fortuna durante i colloqui per l’adozione, riusciva a ritrovare la sua vivacità e, dopo qualche mese di cure, i disturbi fisici più fastidiosi, come il vomito, sparirono. Si ristabilì e ritrovò la sua forma fisica.

Ottenemmo l’idoneità come genitori. Le nostre motivazioni erano state ritenute affidabili, vero spirito altruistico, non una “compensazione narcisistica” che, come avevo capito, era considerata una sorta di male del secolo, l’undicesimo peccato da non commettere assolutamente. E, infatti, non lo commisi.

Di tutti gli incompetenti  che ho incontrato nessuno, però, mi aveva avvisato di quanto sarebbe stata dura avere a che fare con un ragazzino o una ragazzina stronza, che per di più non è nemmeno figlia tua, mentre intorno a te volteggiano, come avvoltoi, stormi di consulenti e assistenti sociali.
Ci rivolgemmo a un’associazione per l’adozione internazionale, perché Luca, con una delle sue tipiche fissazioni, voleva aiutare un bambino di un paese povero. Quindi vai con l’Africa.

Io avrei preferito un bambino che almeno avesse una parvenza di somiglianza con noi, bianco, non nero. Lo sapevo che non avrei mai potuto farlo passare come figlio mio, ma avrei potuto fare qualche volta come se lo fosse.

Mi toccò ingoiare anche quest’ultima delusione.

O negro, povero, orfano o nulla, anzi, per lui, doveva venire, preferibilmente, dalla cloaca più puzzolente del mondo.

Arrivò il momento; ci comunicarono la disponibilità di una bambina di due anni, eritrea, orfana, raccolta dai missionari in miserevoli condizioni.

Luca era contento. Io avevo pensato a una creatura più piccola.

A due anni puoi già avere avuto degli input ambientali negativi. Mi ero fatta una cultura a proposito di prima infanzia e sviluppo psicologico del bambino.

Purtroppo con le adozioni è così; o prendere o lasciare.

L’unico dato positivo era che non c’erano fratelli o sorelle che qualcuno potesse cercare di affidarci.

La procedura  prevede che tu faccia la conoscenza dell’adottando in loco, con un soggiorno nel paese d’origine.

Dovetti, in fretta e furia, pensare all’organizzazione, al viaggio, ai fogli, ai certificati.

Viaggiare non mi spaventava. Come ho detto, con Luca, avevamo girato il mondo. Conoscevo l’Africa. Feci una valigia razionale, piena di pantaloni color kaki e camicette bianche. Avevo deciso che il look coloniale era adatto all’occasione.  Non dovevo dimenticare occhiali da sole, farmaci contro la diarrea, un repellente per le zanzare e gli altri fastidiosi insetti che abbondano da quelle parti. Aggiunsi anche una boccetta piccola – per passare i controlli aerei – di un profumo fresco “Viola di Parma” . In certi posti, mi metto sempre due gocce di profumo o di acqua di colonia sotto il naso, per non sentirne i puzzi caratteristici. In Africa anche le capitali più occidentalizzate sono delle latrine a cielo aperto.

Mentre facevo il mio bagaglio e quello di Luca mi resi conto che dovevo organizzare qualcosa anche per la bambina.

Intanto dovevo portare qualche vestito perché, come minimo, l’avrei trovata vestita di stracci e speravo, con tutto il cuore, che non avesse pidocchi, o altre malattie dermatologiche, croste, crosticine, bolle, punture d’insetti.

Mi lanciai in uno shopping frenetico.

Era da tempo che con Luca pensavamo all’adozione e quindi in casa avevamo già individuato uno spazio per la cameretta del bambino o bambina. Si trattava di una stanza in più che, negli anni, era diventata una specie di ripostiglio dove tenevo gli armadi per il cambio di stagione. Potevo rinunciarci facilmente, distribuendo le cose in altro modo. La stanza era stata, a suo tempo, vuotata, ma era rimasta senz’arredi.

La feci imbiancare a tempo di record.

Pensai a un colore tenue, pastello, un rosa che mi sembrava adatto, con dello stencil tipo “primavera”, a mezza altezza.

Per i mobili saltai la fase box, culla e simili perché la bambina, a due anni, non ne aveva più bisogno. Tutti soldi risparmiati.

Comprai un lettino rosa e bianco con la spalliera ondulata a fiocco, coordinato con un mobile a due ante e un comodino che avevano le maniglie delle ante e dei cassetti a forma di nuvola bianca, carinissimo. Ci misi varie ceste per i giochi, e una piccola scaffalatura, in tinta, che riempii di peluche. Alle pareti appesi poster di castelli incantati e fatine. Una meraviglia!

Poi passai ai vestiti e, confesso, mi divertii molto. Nei negozi d’abbigliamento per bambini, i manichini sembrano tutti piccoli principi e principesse.

Mi ricordo un vestitino bianco di cotone ricamato e traforato, delle mini gonne da portare con collant in microfibra, delle scarpette rosa con degli strass da Cenerentola al ballo.

Spesi un capitale, sperando di azzeccare le misure. E’ difficile sapere quanto è grande un bambino se non lo hai sotto gli occhi . Comprai anche dei giochi, costruzioni, bambole con il loro corredo. Mi ricordavo che a me piaceva giocare con le bambole. La bambina forse era piccola per giocarci. Non riuscivo a ricordarmi a che età avevo cominciato io  ma avrebbe imparato.

Luca tornò a casa con due pacchi di libri di storie, di quelli tutti colorati o da colorare, con le immagini grandi e ben riconoscibili.

Alcuni erano fatti in modo che, voltando le pagine, le figure uscivano in rilievo; altri, pigiando suonavano o riproducevano i versi di animali . Ero estasiata. Quando ero piccola i libri di favole si riducevano a quelle classiche dei fratelli Grimm, con poche illustrazioni per lo più terrificanti, tipo il cacciatore che apre la pancia del lupo. Li avevo letti da sola  quando ero già alle scuole elementari.  Forse qualcuno leggeva i libri ai bambini anche a quei tempi, ma, a casa mia, quest’usanza non c’era. Figuriamoci se mia madre mi leggeva le favole della buonanotte. Come a vederla! Mi metteva a letto, spengeva la luce e usciva, con passo marziale e veloce; come massima concessione lasciava la porta socchiusa, in modo che, dall’ingresso, filtrasse un po’ di luce. Io comunque non ho mai avuto paura del buio.

Alla fine partimmo e, dopo un viaggio abbastanza faticoso, arrivammo alla missione, distante un centinaio di chilometri dalla capitale.

La chiesa spiccava nel suo candore di calce bianca; intorno c’erano diversi edifici che scoprì essere la scuola, l’orfanotrofio, il convento e l’astanteria per gli ospiti. Intorno il nulla.

Ci venne incontro una suora magra, sui sessant’anni, con spessi occhiali da miope.  Si chiamava Suor Matilde e parlava con voce bassa e gentile un italiano con forte accento veneto.

Veniva, come ci raccontò in quei giorni, da una numerosa famiglia cattolica di contadini. La sua scelta di farsi suora non era stata osteggiata, anzi, per la famiglia era un vanto e, presumo, una bocca in meno da sfamare. Lasciò al paese un moroso deluso e partì in giro per il mondo.

Mi chiedevo chi glielo avesse fatto fare. Non sarei mai riuscita a capire perché una donna giovane dovesse lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli agi dell’occidente, la prospettiva di un matrimonio e di una vita regolare . Mi ricordava la Gina, la tata della mia infanzia, anche lei veniva da una famiglia di contadini e poi la sua vita aveva preso un’altra piega.

Dopo un po’ di convenevoli, Suor Matilde ci portò direttamente nell’orfanotrofio. In una grande stanza disadorna stavano parcheggiati una ventina di bambini fra i due e i cinque anni.

Un gruppetto era seduto per terra intorno ad una suora: a turno si buttavano l’uno con l’altro, fra le gambe, un mucchio di stracci legati con uno spago che faceva da  palla.

Altri due o tre bambini erano in piedi, davanti alla finestra, e guardavano fuori; del resto non c’era molto altro da fare.

Mi girai verso  Luca per vedere se anche lui era turbato da quello squallore spartano. Per una volta tanto eravamo d’accordo.

“Mamma mia” esclamai

“Eh, già” convenne lui  e mi mise un braccio sulla spalla.

Suor Matilde si avvicinò al cerchio di bambini, batté sulle spalle a una piccola, l’aiutò ad alzarsi, la prese per mano e la condusse verso di noi.

“Questa è Anna” ci disse, spingendo in avanti una bimba di due anni circa, magra, con una testa irsuta su cui spuntavano due fiocchetti che dovevano essere stati rossi, un vestito a quadri che le andava corto e da cui sbucavano due gambette magre come stuzzicadenti. Era scalza come tutti gli altri lì dentro.

Come due cretini io e Luca ci presentammo, con i nostri nomi, l’uso della parola mamma e papà suonava fuori luogo.

“ Ciao, io sono Luca”

“Ciao, io sono Donata”.

Solo più tardi riflettei sulla stupidità di parlare in italiano, in una lingua che sicuramente le era sconosciuta. Di fronte  a due estranei lei si ritrasse e si nascose dietro Suor Matilde, sporgendosi appena per controllarci di tanto in tanto.

Estrassi dalla borsa una bambola che mi ero portata e gliela porsi ma il dono non ebbe nessun effetto. Probabilmente per lei era un oggetto sconosciuto e inquietante, Tirai fuori una palla di tutti colori. Questa le piacque. Accettò di venirla a prendere.

Devo dire che mi fece pena. Non sono mica un mostro: era chiaramente una povera creatura sola, curata dalle buone suore che, in quel contesto difficile, riuscivano a garantire a quella masnada di bambini cenciosi la sopravvivenza materiale, cibo, cure mediche, un alloggio.

“ Basta questo a un bambino? Bastano le cure materiali o ci vuole anche l’affetto di una madre?”

Me lo chiedevo per la prima volta in vita mia. Mi era stato sufficiente quello che avevo avuto nel ricco occidente, la casa, le bambole, perfino la televisione? Per un attimo le mie certezze andarono in crisi. Ebbi un attimo di commozione e gli occhi mi s’inumidirono. Luca se ne accorse e aumentò leggermente la pressione del braccio sulla mia spalla, stringendomi a sé.  Naturalmente non avevo capito che piangevo per me, non per quei bambini.

Da quell’attimo di smarrimento, che fortunatamente non mi è più tornato, per darmi un contegno, chiesi alla suora:

“ Come mai l’avete chiamata Anna”

“Era la Santa del giorno in cui l’abbiamo trovata abbandonata davanti alla Chiesa. Avrà avuto cinque o sei mesi, non si può dire, perché era malnutrita”

“Malnutrita?”

“Sì, sottopeso, ma ora sta bene”

In effetti, anche se magra e scorbutica, la bambina stava apparentemente bene, come mi ero affrettata ad accertare alla prima occhiata. Non aveva malformazioni evidenti o piaghe e cicatrici.

“Per la cartella clinica potete parlare con il nostro dottore, più tardi, ma non ci sono problemi ” si affrettò a precisare la suora.

Anna, in effetti, è sempre stata sana: peccato che la sfacciataggine e la volgarità che poi avrebbe tirato fuori non si rilevano con le analisi del sangue.

Il nostro soggiorno proseguì nei colloqui con il dottore, con il prete e le altre suore.

Siamo stati alla missione quasi un mese, durante il quale la incontrammo  varie volte.

I bambini dell’orfanotrofio erano in tutto ottanta circa. I piccolissimi stavano in una nursery, una ventina erano quelli dell’età di Anna, gli altri, il gruppo più numeroso, andavano a scuola.

La Comunità, ben finanziata dalla Chiesa, dalle adozioni a distanza e da benefattori occidentali era, per gli standard africani, abbastanza ricca. Dovevi abituarti al caldo, alle mosche, stare attenta a non sporcarti, bere acqua solo dalle bottiglie, sorridere cordialmente a Suor Matilde e alle altre suore, alcune giovanissime e di colore, socializzare con il prete e con il dottore ma alla fine tutto andò bene. Sbrigate le faccende burocratiche, potemmo ripartire per la capitale e da lì riprendere l’aereo per l’Italia. Suor Matilde si offrì di accompagnarci. Mi sentii sollevata. Non me la sentivo di prendermi cura della bambina, in prima battuta, da sola, e poi avevo visto che, nonostante i vari incontri, lei non si fidava di noi. Durante il viaggio in jeep restò in braccio alla suora piagnucolando tutto il tempo. Prima di imbarcarci sull’aereo le detti un calmante che avevo chiesto al dottore. Lui, dopo qualche perplessità, mi aveva dato delle pillole. Così Anna dormì tutto il viaggio, immagina che imbarazzo se mi fossi ritrovata sull’aereo con una bambina di due anni piangente e strillante.

Arrivammo senza intoppi a Roma e poi a casa, con lei sempre intontita.

Iniziò un periodo che ricordo ancora con piacere.

Nonostante varie difficoltà, ce la feci a farla ambientare. Non conosceva gli spazi a dimensione di una casa, ma solo gli stanzoni e le camerate dell’orfanotrofio. Semplici rumori domestici, come quello della lavatrice, della radio o della televisione, la spaventavano. Grazie al cibo che le elargivo a profusione, me la feci amica. Prese a seguirmi per tutta la casa,  non le piaceva stare da sola in una stanza. Io ero in congedo dal lavoro e avevo assunto una tata, per avere qualche ora di cambio, durante il giorno.  Ne approfittavo  per andare in palestra o dal parrucchiere o a fare shopping. Non volevo diventare sciatta o disordinata.

Nel giro di pochi mesi, rassicurata e nutrita, Anna  si fece via via più audace nell’esplorare gli spazi e nell’usare i suoi giochi. Cominciò anche a dire qualche parola in italiano, al posto dei suoni gutturali del suo dialetto d’origine. Presto riuscì a fare tutte le cose che ci si aspetta da una bambina italiana di due anni.

I miei genitori e quelli di Luca erano subito venuti a trovarci, appena eravamo rientrati.

Mia suocera arrivò con il marito quasi subito.
Entrò tutta felice e, scostandomi di lato, per rendere il suo ingresso più plateale, esclamò

“ Dov’è?”

Si slanciò verso Anna che era in braccio a Luca e si esibì in una serie di gorgheggi, tipici degli adulti scemi quando hanno a che fare con bambini piccoli “ ma che bella bambina, che begli occhietti, che bei riccioli scuri”  e via rincretinendo.

Aveva anche portato una bambola di colore, molto politicamente corretta. Io non ci avevo proprio pensato. Le bambole che avevo comprato io erano bianche come quelle che avevo da piccola.

La porse alla bambina che la prese in mano. Si girò verso di me trionfante “Hai visto, le piace!”

“Già” commentai e poi, rivolta a Luca, che la teneva ostinatamente in collo, “ Mettila giù, può anche stare sulle sue gambe da sola, no?”

Più tardi arrivò anche mia madre, trascinandosi dietro mio padre.

Come al solito era vestita male: aveva addosso un abito di marca, da signora, ma aveva messo una giacca di lino grezzo che non ci si adattava, come tessuto e come taglio, e aveva ingaglioffito il tutto con scarpe basse un po’ vecchiotte (come notai subito) ma, tant’è, sarebbe andata così anche a un udienza papale.

Anna giocava sul tappeto in salotto con la sua nuova bambola negra. Luca era andato a fare il caffè per tutti, mia madre si era seduta su una sedia del tavolo da pranzo, un po’ in punta, senza poggiarsi allo schienale e senza togliersi la giacca. Mio padre era sprofondato in una poltrona.

Mia madre si esibì in alcuni commenti di circostanza “carina” a cui mia suocera rispondeva entusiasta.

Quando riuscì a rimanere sola con me, mi apostrofò con tono deciso

” Sei sicura di quello che hai fatto?”

“In che senso?”

“ A me sembra un azzardo, te lo avevo detto. Chissà di chi è figlia”

Non replicai, era quello che preoccupava anche me.

“ E poi, se lo vuoi sapere, sembra una scimmia, ecco”

“Una scimmia! Ma non dire stronzate e non farti sentire, per Dio”

“Se vuoi dico che è carina, ma sono tua madre e devo dirti la verità. Sembra un animaletto peloso. Quei capelli crespi, poi, sono un orrore.”

“Pensa quello che ti pare ma tienitelo per te” e bruscamente abbandonai la stanza, lasciandola da sola a ruminare la sua malevolenza.

Sapevo che non l’avrebbe mai accettata . Anche il silenzio di mio padre era significativo. La discendenza di sangue era importante per lui. Già aveva avuto la delusione di non avere un erede maschio, ci mancava una bambina di colore.

Sono sicura, anche se non l’ha mai detto, che l’arrivo di Anna era per lui un fatto insignificante, poco più che l’acquisto di un cane o di un gatto, la soddisfazione di un capriccio femminile

“Si sa come sono le donne”, avrà pensato.

Per me come ho già detto, cominciò comunque un periodo felice.

Seguivo con soddisfazione i suoi progressi ed era divertente vederla giocare. Se non combinava guai, tipo rompere qualcosa, o mettersi stupidamente in pericolo tentando , che ne so, di arrampicarsi su un armadio come se fosse un albero, era carina. Ho sempre ammirato l’inesauribile capacità dei bambini di riprodurre un gioco all’infinito. Anna costruiva una torre con i dadi, la buttava giù, rideva felice, e poi la ricostruiva e la distruggeva di nuovo.

Mangiava e dormiva tranquillamente. Se aveva incubi a causa dalla sua vita precedente, né io né Luca, che la sorvegliava attentamente con la costanza di un cane pastore con il gregge di pecore, non ce ne siamo mai accorti.

L’igiene personale è una cosa che curai accuratamente. Le insegnai subito a essere autonoma nell’uso del bagno e fui inflessibile nel farle imparare a lavarsi le mani e i denti, a pettinarsi la mattina. Non volevo che puzzasse. I suoi capelli ispidi mi davano qualche preoccupazione, erano un formidabile nido per pidocchi. Visto l’insuccesso con balsami e sciampo, comprai una piastra per i capelli e glieli lisciavo. Così era molto più in ordine.

Luca si dava da fare per aiutarmi. Dopocena, era lui che, di solito,  la metteva a letto, leggendole una storia e spiandola fino a che non si addormentava.

Quando era libero, la portava volentieri al parco, spingendola pazientemente sull’altalena o facendo girare all’infinito i seggiolini della giostra.

Ero contenta delle nostre uscite pubbliche. Quando la portavamo fuori insieme, ricevevo complimenti che m’inorgoglivano.

“Che bella bambina “ dicevano tutti, negozianti, altri genitori al parco, semplici passanti.

Suppongo che il fatto che fosse di colore, quindi palesemente adottata, spingesse la gente a un surplus di gentilezza ” poverina! Un’orfanella! Che bravi questi signori che l’hanno presa chissà dove”
I loro pensieri non detti rimbombavano nel mio cervello, mentre rispondevo a domande di circostanza.

“ Si chiama Anna”

“ Ha due, tre, quattro anni” “

“Di al signore come ti chiami”

“ Fai vedere con la manina quanti anni hai” (questo era un gioco che le avevo insegnato subito, perché quella sull’età è la domanda più prevedibile).

Ero orgogliosa come quando, da giovane, i maschi mi fischiavano dietro per strada.

Quelle attenzioni mi facevano stare bene.

Ero felicemente calata nella parte della brava e compassionevole signora che adotta un bambino, spinta da carità cristiana. Una vera soddisfazione.

Lo stesso succedeva quando ricominciammo ad avere un po’ di vita sociale e la portavamo a casa di amici o invitavamo gente a casa.

Era tutta una lode.

Ero attentissima a sollecitare e ricevere pubblici riconoscimenti della mia bravura.

Dio solo sa quanto ho speso in vestiti, scarpine, sciarpe, fiocchetti.

La sua pelle scura reggeva bene qualunque colore. Il rosa, che sarebbe morto su una bambina pallida e bionda, su di lei scintillava impreziosito. Il rosso la esaltava, il bianco creava un bel contrasto con il suo colorito scuro. Qualunque cosa le stava bene.

L’avevo educata accuratamente perché evitasse in pubblico i capricci mostruosi che spesso si vedono spesso  fare ai bambini.

Fin da subito avevo usato la tecnica del bastone e della carota. Non fraintendete, però, la parola bastone. Ovviamente non la picchiavo, ci mancherebbe, non sono mica un mostro. Mi limitavo a qualche strattone per farle capire che quello che stava facendo non andava, a qualche pizzicotto e sì, lo confesso, se non c’era nessuno in vista, qualche sculaccione, ma solo sul sedere. In compenso se faceva qualcosa bene, la ricompensavo , dandole un dolcetto o una caramella di cui era golosissima.

Insomma penso di essermela cavata bene nel tirarla su.

Luca era più morbido di me. Davanti ai suoi capricci cedeva subito, correva a prenderla in braccio e a coccolarla, dandogliene tutte vinte. Era una chioccia, non un padre.

Anche la scuola è stata un buon periodo.

Mi preoccupavo che fosse sempre in ordine: aveva gli zaini, i quaderni e gli astucci che andavano di moda e tutto l’occorrente per non sfigurare.

Le preparavo merende sane (niente merendine industriali), tipo frutta e yoghurt anche se lei protestava perché voleva altre schifezze da mangiare come snack e patatine .

Andavo a tutte le riunioni scolastiche, ai colloqui con le maestre, sono stata anche eletta rappresentante di classe.

La mia concorrente all’elezioni era stata una certa Ombretta. Portava i capelli lunghi come se fosse una ventenne ma andava verso la quarantina ed era  capace solo di parlare di educazione alla pace e alimentazione vegana, una spostata a cui erano andati pochissimi voti.

Anna era intelligente e riusciva a fare i compiti senza problemi. Imparò a leggere e a scrivere come tutti gli altri bambini, nei tempi previsti .

Mi assicuravo sempre che facesse i suoi compiti a casa e non le permettevo di giocare fino a quando non aveva finito.

Le maestre erano contente .

“ Una bambina intelligente” mi dicevano ai colloqui “Socievole, ben educata”.

Tutti complimenti: anche in questo caso potevo immaginare i loro pensieri, quello che non dicevano ma che restava implicito “ intelligente per essere una della sua razza, adottata”, ma, nei loro comportamenti e nelle parole veramente dette, per essere sincera, non ci fu mai un’ombra di razzismo.

Anzi, secondo me, erano anche più indulgenti con lei che con gli altri bambini, proprio per fugare qualsiasi dubbio di discriminazione.

Una delle prime maestre con cui ho parlato, durante un incontro, aveva morbosamente tentato di indagare sulla vita in Africa di Anna.

Non avevo potuto darle soddisfazione. Anch’io non ne sapevo nulla, ignoravo perché fosse stata abbandonata, a pochi mesi, sul sagrato della chiesa e da dove venisse. Non avevo notizie di stupri, guerre o altri orrori su cui speculare, con spirito da voyeur, come voleva fare, ne sono sicura, quell’insegnante.

L’argomento adozione fu abbandonato presto e da lì in poi furono solo lodi per i suoi progressi, per il felice inserimento, ecc,ecc.

Ricordo con soddisfazione la prima letterina di Natale.

“Cari papà e mamma, vi auguro un felice Natale. La vostra Anna”

Il biglietto, frutto, secondo me, del lavoro delle maestre più che di quello dei bambini, era stato fatto su cartoncino bristol. Sul davanti c’era appiccicata una polverina d’argento che componeva alcune stelline e varie ghirlande. Carino.

Ora che mi ricordo quello dell’educazione religiosa fu fonte di discussioni fra me e Luca.

Lui non era molto religioso, come aveva dimostrato anche per la faccenda del  matrimonio in chiesa, e si era messo in testa che non dovevamo forzare la bambina a una cultura religiosa che non le apparteneva. Avrebbe scelto da grande.

“Prima di tutto è stata cresciuta da delle suore cattoliche, non ti ricordi?” avevo obbiettato.

“ Sì, ma il cattolicesimo è stato imposto, dai colonizzatori  alle popolazioni indigene”.

Mi faceva impazzire quando si buttava sull’antropologico.

“E allora? pensavo “ Che cosa dobbiamo insegnarle, qualche rito voodoo o a pregare un qualche  Dio Scimmia?”

Questo non lo dissi, ovviamente, ma ero sinceramente convinta che le missioni cattoliche avessero portato un barlume di civiltà a quei selvaggi e che sarebbe stato utile educare Anna alla religione cattolica, per contrastare sue eventuali tendenze primitive.

Dio sa quanto avevo ragione , sulle tendenze primitive, intendo.

Sull’argomento “religione” furono fatti vari consulti familiari, fu anche interpellato il pediatra e, alla fine, prevalse la tesi che fosse meglio integrarla, facendole fare l’ora di religione, la comunione, la cresima e tutto quello che facevano gli altri.

“Per non creare un gap esistenziale alla bambina” come disse mia suocera. “ Ecco!” dissi io.

Forte di questo avvallo, Anna ricevette una normale educazione cattolica come tutti gli altri bambini italiani.

Quando arrivò il tempo della comunione, organizzai una bella cerimonia, non dico come il mio matrimonio, ma quasi.

Anna, nella sua tunichetta bianca, faceva un’ottima figura. Per il suo colore nero spiccava in mezzo alle altre e, come ho già detto, il bianco, le donava.

Dopo ci fu, in un ristorante di moda, il rinfresco, che avevo minuziosamente pianificato, con pizzette, sandwich e una torta a tre strati, con la glassa bianca, decorata a fiorellini e con la scritta auguri. Avevo assunto uno dei migliori animatori della città per tenere buoni i bambini. Tutto andò benissimo, anche se, a un certo punto della festa, vidi Anna, in un angolo, che cercava di togliersi una macchia di aranciata dal vestito, strofinandola rabbiosamente.

“Ferma! Cosa hai fatto?”

“Non sono stata io, è stata Corinna a macchiarmi. Mi ha chiamato negra e mi ha rovesciato l’aranciata addosso”

“ Va bene, vai da quella cameriera, quella laggiù, vedi? E fatti portare nei bagni. Lei ti aiuterà a pulire la macchia con il sapone, magari hanno uno smacchiatore. Quando torni fuori non dare soddisfazione a nessuno, fai finta di nulla e sorridi, mi raccomando. Io torno fra le altre mamme e parlerò con la madre di Corinna per farle sapere come ha educato male sua figlia, a rovesciare aranciata addosso agli altri”.

Non mi preoccupai eccessivamente, gli episodi in cui i bambini l’avevano discriminata erano stati veramente pochi – dubito che i bambini siano razzisti – e alla madre di quella maleducata preferii non dire nulla, per non sciupare la festa.

I problemi più grossi cominciarono però alle medie e con la comparsa delle mestruazioni.

Il ciclo le venne  la prima volta che non aveva ancora compiuto undici anni.

Lei corse da me, come avevo fatto io con la Gina, spaventata da quel sangue strano nelle mutandine. Restai sconcertata, non le avevo detto nulla di sviluppo o cose simili, non me ne  aspettavo una comparsa così precoce, anche se avevo visto qualche cambiamento nel suo corpo, come un accenno di seno e qualche peluria.

Imbastii in fretta un discorso sulla normalità della faccenda e le consegnai degli assorbenti spiegandole cosa fare.  Per fortuna non c’erano più i pannolini di cotone come quando era successo a me!

Telefonai al pediatra che mi rassicurò, con un discorso sui tempi, ogni persona ha i suoi, insomma era tutto normale.

A me restò l’idea che la precocità dell’evento fosse dovuta alla razza, anche se il dottore non aveva detto nulla a riguardo. E’ risaputo che le negre sviluppano prima delle donne occidentali.

Quando arrivò Luca, lo informai dell’accaduto. Dovevamo dirle qualcosa sul sesso, ora che era potenzialmente feconda. Non sapevo da che parte cominciare. Viste le mie difficoltà, Luca si offri di parlarle ed io ne fui sollevata. Non capì subito che i discorsi sul sesso, fatti da lui invece che da me, avrebbero gettato, fra loro due, il seme di una complicità che avrebbe dato, in seguito, cattivi frutti.

Non avevo mai pensato ad Anna cresciuta. Il suo sviluppo infrangeva l’immagine di lei bambina, simpatica e civettuola, da portare in giro ben vestita e infiocchettata.

Non avevo immaginato il suo futuro, prima di adolescente e poi di donna, sposata (e chi se la prendeva?) e magari madre a sua  volta con dei figli che sarebbero stati mulatti, al meno che non trovasse un marito negro, cosa che mi sembrava difficile in Italia.

L’idea di diventar nonna di nipoti di colore mi dava veramente fastidio.

La mia vecchiaia, all’improvviso, mi parve pericolosamente vicina. Avevo pensato che, al momento giusto, avrei messo i miei in una Casa di Riposo. Già sentivo gli strilli di mia sorella, ma pazienza. Avevo previsto il loro declino, non il mio.

Luca, quella sera, si chiuse in camera con Anna. Ormai non le leggeva più i libri di fiabe, ma aveva conservato l’abitudine di passare un po’ di tempo con lei la sera, dopocena. Li sentivo sempre ridere e scherzare.

Aspettai ansiosa che lui mi dicesse come se l’era cavata .

“Come me la sono cavata? Bene, il sesso è una cosa naturale. Le ho spiegato come nascono i bambini, a grandi linee, naturalmente. Lei sapeva già la differenza fra un uomo e una donna e ha capito”

“ Come faceva a sapere la differenza?”

“ Quanto sei scema.  Mi ha visto nudo, qualche volta, e i bambini di oggi non sono mica ignoranti com’eravamo noi ai nostri tempi, sanno più di quanto non t’immagini”

“ Le hai detto di tenersi alla larga dagli  uomini, per non restare incinta?”

“ Le ho parlato di amore e di affetto, di rispetto reciproco fra uomo e donna, non potevo farle discorsi intimidatori.”

“ Ma quale intimidatori. E’ per metterla in guardia o vuoi che ci resti incinta a undici anni?”

“ Senti, io ho fatto del mio meglio. Se non ti sembra abbastanza, potevi parlarci te: in fondo è un discorso da madre a figlia, non ti pare?  ma si sa come sei tu, non vuoi problemi ma solo cose perfette”.

Non replicai per non litigare e forse, tutto sommato, sui discorsi da donne aveva ragione lui, ma mi guardai bene dal dargli questa soddisfazione.

Nei giorni seguenti mi affrettai a integrare il discorso di Luca, con un po’ di sano terrorismo e parlai ad Anna dei rischi di restare incinta, della vergogna di avere figli fuori del matrimonio e dei problemi che questo avrebbe creato a una giovane come lei.

Anna sbocciò rapidamente. I seni, che erano appena accennati , s’ingrossarono tanto che mi toccò comprarle dei reggipetti, a pois, a righe, di prima misura, ma sempre reggipetti.

Il suo modo di muoversi cambiò: non camminava, ancheggiava, si muoveva sulle sue gambe slanciate come se avesse sempre i tacchi, anche se era a piedi nudi. Passava ore allo specchio, non le andava bene quello che le proponevo di mettersi. Voleva magliette strette e corte che lasciassero scoperta la pancia,  gonne raso passera, pantaloncini corti che sembravano culotte.

La mattina erano discussioni estenuanti. Qualche volta cedevo per sfinimento “Va bene, vai in giro come una puttana, allora”

A scuola avevo avvertito le insegnanti della comparsa delle mestruazioni.

Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare. Era la prima volta che mi capitava una convocazione così e non mi aspettavo nulla di buono.

Fui ricevuta dalla professoressa di lettere, una bella signora di cui avevo sempre ammirato l’eleganza, con un caschetto di capelli con delle mèches e un trucco leggero, perfetto anche dopo ore di scuola.

“Signora, il rendimento di Anna sta calando. La bambina è sempre inquieta, c’è qualcosa che non va. Saremo costretti a metterle varie insufficienze”.

Anch’io l’avevo vista distratta e svagata. Invece di studiare, ascoltava in continuazione la sua musica favorita con le cuffie in testa. Sembrava che, per lei, non ci fosse nulla di più importante che ballare frenetica, in camera sua.

Con la professoressa tentai una difesa d’ufficio. Le ricordai il recente sviluppo di Anna, di cui le avevo avvisate, invocai la comprensione per la povera orfana adottata che sempre aveva accompagnato il suo percorso scolastico.

“ C’è anche dell’altro.”

“Cos’altro può esserci? “ mi chiesi, sulle difensive.

“Le pare appropriato che una ragazza di quest’età si trucchi?”

Restai sdegnata dall’insinuazione che era implicita nell’osservazione, come se io lo sapessi.

“ Certo che non è appropriato” protestai con veemenza “ Io non la mando certo fuori di casa truccata.”

“Signora, qui Anna arriva a scuola impiastricciata, con rossetto e ombretto”

Troncai il discorso, protestando la mia ignoranza e la mia innocenza, assicurandola che avrei cercato di capire. Ma avevo capito bene cosa era successo. Era evidente che la ladra aveva rovistato fra i miei trucchi e sottratto cose che poi si metteva quando usciva.

Tenevo ombretto, rossetto, creme in delle piccole ceste in bagno, un po’ alla rinfusa, e facilmente poteva essermi sfuggita la sparizione di qualcosa.

Mi aveva messo in mezzo.

Inorridita, esposi la situazione a Luca. Lui tentò di difenderla, sorridendo come se fosse compiaciuto “ Non è più una bambina, è una piccola donna e sta facendo le sue prove di femminilità .” Poi mi rivolse la solita sfilza di “ Stai calma, non ti agitare, non fare tragedie” ma alla fine dovette ammettere che il furto, fare le cose di nascosto e il calo di rendimento scolastico non andavano bene. Concordammo una punizione: niente paghetta e niente visite da amiche per un mese.

Luca si offrì di andarle a parlare, comunicandole quello che avevamo deciso, ma posso immaginare che l’avrà detto in tono dispiaciuto, quasi scusandosi.  Non era in grado di fare il padre autoritario e severo come ci sarebbe voluto.

Trovai due ragazze universitarie che venivano a darle ripetizioni di matematica e d’inglese; all’italiano avrei provveduto io. Ero più che in grado, anche se Luca aveva avanzato dei dubbi, sostenendo che io mi spazientivo quando l’aiutavo a fare i compiti e che pretendevo troppo dalla poverina, senza riuscire a farle apprezzare lo studio, anzi facendoglielo odiare. Insomma era colpa mia se lei non studiava volentieri.

Le insufficienze scolastiche furono recuperate ma non era che l’inizio, la scuola era solo la punta di un iceberg.

Ancora oggi, a distanza di tempo, non riesco a pensare a quello che stava succedendo sotto il mio naso senza sentirmi disgustata, presa in giro e arrabbiata.

La puttana aveva gli ormoni in circolo. Era evidente: il trucco, gli ancheggiamenti erano tutti segnali che lei cercava maschi. In particolare i suoi richiami erano lanciati all’uomo che più aveva a portata di mano, il più vicino, il più stupidamente vulnerabile per l’affetto che provava da sempre per lei, cioè, ça va sans dire, Luca, suo padre, anche se padre è una parola grossa. Chissà da che negro era stata sputata fuori quella lì.

Una volta l’ho sorpresa che gli si buttava addosso. Luca era seduto sul divano, in salotto. Lei gli si è messa a cavalcioni, con le ginocchia sul divano e il culo sulle sue gambe e gli saltellava in grembo.

“ Papà, ho fatto pace con Sonia” cinguettava. Sonia era la sua amica del cuore, con cui litigava, per delle cavolate, un giorno sì e uno no.

Per esprimere la sua felicità si agitava tutta; di fatto si stava esibendo in un su e giù da amplesso.

Luca era fermo, immobile, con le braccia lungo i fianchi, il ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte senza che lui facesse un gesto per spostarlo, sulla faccia aveva stampato un sorriso ebete.

I nostri sguardi si sono incrociati, allora si è come scosso, l’ha sollevata e messa di lato sul divano e si è alzato “ Sono contento per te, tesoro. Ora fammi alzare, che così mi stronchi” e se n’era andato nel suo studio, dove di solito né io né lei entravamo.

La sera ho provato a parlargli dell’episodio.

Eravamo a letto, finalmente in pace, da soli. Lui stava leggendo. Io, con la mia elegante camicia di raso azzurro, a cui avevo negligentemente lasciato due bottoni slacciati davanti, gli ho fatto notare quanto fosse stato sconveniente il comportamento della zoccola.

“ Che dici? Cosa c’è di male! Era contenta per la sua amica, come sempre vedi il male dappertutto e non hai capito nulla”

“ Perché, secondo te, è normale salterellare su e giù su  un uomo come se fosse un amplesso?”

Nella foga dell’arrabbiatura. avevo smarrito il mio linguaggio di solito forbito, ma era quello che pensavo e la parola cazzo mi era uscita di bocca di getto, come uno spruzzo di vomito.

“ Ora basta, non farmi incazzare. Sei morbosa. Era solo contenta, ti ho detto, e lo manifestava in modo infantile,  che diamine!”

“Fai finta di non capire? Ti ho visto, sai, eri imbarazzato anche te, non puoi negarlo”

“Ora basta!” Chiuse il libro, prese il guanciale e se ne andò sul divano. Era evidente che il senso di colpa per l’eccitazione che sicuramente aveva provato – non poteva negarla – lo rendeva incapace di ragionare.

Un’altra volta l’ho trovato fermo in corridoio, con una mano sulla maniglia della cameretta di lei. La porta era solo accostata.

Dalla stanza usciva, altissimo, il suono di una di quei pezzi di rock duro,  ritmato, che le piacevano tanto.

Dalla porta si poteva vederla di spalle, assorta nella danza, che si agitava come una tarantata, incurante di essere in reggipetto e mutandine, che dico mutandine, in tanga con un nastrino minuscolo di stoffa che le spariva fra le chiappe.

Ormai metteva solo roba così perché non voleva che sotto i pantaloni, attilatissimi, si vedesse il segno . Avevo acconsentito, perché, in effetti, trovo volgare che si intravedano le mutande, sotto gli abiti, ma, santo cielo, non avevo pensato che potesse mettersi a ballare con solo un tanga e un reggipetto addosso.

Era uno spettacolo ipnotico: sembrava che la musica la traversasse dalla testa ai piedi, alzava e abbassava prima una spalla e poi l’altra, roteava la testa. A tutti gli effetti era una danza tribale.

Il suo sangue nero stava prendendo il sopravvento sull’educazione che le avevo dato. Quando si accorse di avermi alle spalle nel corridoio, Luca si girò verso di me “ Chiudo, perché la musica è troppo alta”

“ Un corno chiudo”, pensai, ” non stavi chiudendo la porta, eri lì imbambolato a goderti lo spettacolo” “Chiudi, sarà meglio” mi limitai a dire. Lui non fece cenno di avere colto il rimprovero implicito nelle mie parole.

Si allontanò in fretta e non mi diede il tempo di aggiungere altro. Lei non stava facendo un innocente balletto, ma si era esibita in uno spettacolo di spudorata primitiva sensualità e lui aveva gli occhi come me, aveva visto anche lui quello che avevo visto io.

I miei tentativi di fare notare a Luca il pericolo e di non farlo cadere nella trappola della sgualdrina cadevano nel vuoto.

“Uomo avvisato, mezzo salvato”, come diceva sempre mia madre.

Ma non ci fu modo: lui continuava a negare l’evidenza, era già irretito e sedotto, credeva di essere libero ed era come una mosca nella tela del ragno.

“Che dici! Cosa vai a immaginare? Datti una calmata. Non è vero nulla, smettila, mi fai incazzare” erano le frasi tipiche che mi rovesciava addosso, in cambio dei miei sforzi di allertarlo.

Pensai di affrontare lei, visto che con lui non arrivava a nulla.

“ Non fare la puttana, vestiti, non girare in casa mezza nuda, non sta bene, non dimenarti, stai composta, non sederti a gambe larghe, ti si vedono le mutande, specie con codesta gonna corta “ ma era come cercare di arginare un fiume che tracima. Lei scrollava le spalle, ridacchiava e continuava a fare come le pareva e io collezionavo una serie di “ non mi rompere, non è vero. Uffa, che palle”.

Non volli approfondire oltre e non volevo darle la soddisfazione  di dirle che sapevo quale era il suo obiettivo reale.

Ho masticato impotente odio e disgusto. Avevo la certezza che, approfittando di qualche mia assenza, i due l’avessero già fatto. Ne ero sicura, era così, stavano scopando nella mia casa, magari nel mio letto, nelle mie lenzuola, forse usano gli asciugamani per pulire ripulirsi di liquidi e umori, perché non trovavo tracce di sperma o altro.

Avevo visto le lenzuola del letto di lei macchiate di sangue, ma non potevo sostenere che fosse sangue di una deflorazione e non flusso mestruale. Non avevo prove, ma molte certezze.

Non mi ricordavo di quanto sangue avessi perso io la prima volta perché con Luca eravamo in un prato e non mi ero dovuta preoccupare che si fosse macchiato qualcosa.

Tutto poteva essere. Mi stavano cornificando.

L’intimità fra loro cresceva , c’era una complicità affettuosa fra i due, qualcosa di allegro e sorridente che li legava.

Bacini, risatine, paroline.

Una sera lui si era infilato in camera sua per la buonanotte . “Sì la buonanotte , lo so io di che buonanotte parla quella lì”, come faceva fin da quando era piccola.

Li sentivo parlottare. Ho aperto la porta – chiusa- e ho visto con i miei occhi lui sdraiato sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, lei rannicchiata accanto a lui, la testa nell’incavo dell’ascella, una gamba stesa di traverso sulle sue e il braccio sul suo ventre, potrei quasi giurarlo una mano all’altezza della patta dei pantaloni, forse solo un centimetro più su.

Lei ridacchiava, lui sorrideva beato.

“Che vuoi?” mi ha detto sgarbatamente Luca.

Lei ha riso più forte.

“Nulla” ho richiuso la porta e ho capito che dovevo fare qualcosa.

Ci ho pensato a lungo e poi l’altra mattina ho agito, ma d’impulso.

Non ne potevo più, non sono riuscita a controllarmi. Sono molto pentita di quello che ho fatto.

Dovevo studiarla meglio, se mi fossi dato più tempo, avrei potuto inscenare un suicidio, fare credere che fosse entrato qualcuno, un albanese o un rumeno, in casa e invece nulla, maledetta ansia. La rabbia mi ha accecato; i sentimenti rendono stupidi. Bisognerebbe sempre ragionare con calma e freddezza. Ho fatto così per una vita ed è sempre andato tutto bene. Ho controllato il disgusto per mia madre, l’insofferenza per mio padre, la noia per mia suocera, il disprezzo per Luca. Ho fatto finta di essere cordiale con persone di cui non mi fregava nulla, insomma sono sempre stata all’altezza delle situazioni e vado a commettere un omicidio “ beh, diciamo meglio, un’autodifesa” con un testimone in casa, la domestica che si è messa a urlare come una cretina.

Imperdonabile, ma è tutta colpa di quella puttana, quando l’ho vista sul letto che dormiva ancora – la vacca avrebbe dovuto già essere sveglia per andare a scuola – ho avuto un sussulto.

Era veramente bella, una bellezza acerba ma promettente, con la pelle scura lucida, le gambe lunghe e affusolate, fuori dai pantaloncini corti del pigiama.

L’ho guardata come l’avrebbe guardata un uomo, come sicuramente l’ha guardata Luca.

Ho sentito un languore al basso ventre, lo stomaco in subbuglio. Ho fatto quello che dovevo fare.

Che dice dottore, posso invocare l’infermità mentale?

Forse è meglio che parli di voci, sì, ora mi ricordo , l’ho detto anche a quel poliziotto, ho sentito delle voci e ho ubbidito , come Abramo nella Bibbia.

Ho seguito la voce di Dio che mi diceva

“Uccidila!”

E così ho fatto. Pensa che sia pazza, dottore?

 

 

 

 

Trascrizione delle sedute di Donata B. per la perizia psichiatrica disposta dal giudice nel procedimento penale a suo carico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere di Firenze

30 ottobre 1996

Assolta la madre omicida.

Donata B, protagonista l’anno scorso dell’ efferato omicidio della figlia adottiva Anna è stata prosciolta dalle accuse per infermità mentale. La signora ha sostenuto di avere sentito la voce di Dio che le ordinava di uccidere la ragazzina, a cui a detta di tutti, era molto affezionata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Pascoli

Tema in classe di Anna B.

 

Titolo

Descrivi cosa hai fatto domenica

Svolgimento

Domenica io, mio padre e mia madre siamo andati a pranzo dai nonni.

C’erano la nonna e il nonno, mia zia non è potuta venire perché la domenica fa la volontaria al canile. Una volta sono stata a trovarla: ci sono tanti cani, di tanti tipi, grandi e piccoli, lasciati lì dai loro padroni che non li vogliono più, in attesa di una nuova famiglia.

Alcuni mi sono piaciuti, ma quelli grandi e grossi che abbaiavano mi hanno fatto paura. Mio padre mi ha preso in braccio, dicendomi che erano in gabbia e che non potevano farmi nulla.

A pranzo dalla nonna ho mangiato spaghetti al pomodoro, arrosto con le patate e torta di mela, tutto preparato dall’Anita, una signora peruviana che sta in casa con loro, per aiutare la nonna.

Noi avevamo portato un vassoio di bignè crema e cioccolata. La mamma si è voluta fermare a un bar a comprarli perché “ non si arriva in una casa a mani vuote”.

Così c’erano due tipi di dolci ed io ero molto contenta perché mi piacciono molto. La carne invece mi piace un po’ meno e volevo lasciarla, ma la nonna mi ha detto che non sta bene e che dovrei pensare ai bambini meno fortunati di me che in Africa muoiono di fame.

Mia madre ha detto alla nonna “ Ma ti pare il caso?”

Mio padre è rimasto per un attimo con la forchetta sospesa a mezz’aria, immobile.

Ho finito quello che avevo davanti. così nessuno si è più arrabbiato.

Dopo pranzo la nonna è andata in camera a riposare perché era stanca.

Il nonno si è messo alla TV a guardare la partita. Anche la mamma si è messa su una poltrona in salotto.

Io e mio padre siamo scesi al parco vicino alla casa dei nonni. Lui mi ha spinto sull’altalena ha fatto girare velocissima la giostra tanto io sono grande e non ho paura come i bambini piccoli.

Abbiamo giocato a palla rilanciata che è un gioco che mi piace molto.

Poi siamo tornati a casa.  Con la mamma ho fatto i compiti, poi ho guardato la televisione ma solo un’ora, perché i miei genitori non vogliono che la guardi tanto. Abbiamo cenato e sono andata a letto. Il babbo è venuto a darmi la buonanotte e abbiamo riso ripensando a quanto girava veloce la giostra.

Così ho passato la mia domenica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A propria  immagine  e somiglianza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Che cosa hanno da agitarsi tanto? Perché non fanno un po’ meno rumore, fra tutti? Sono così fastidiosi”.

Donata tenta di rilassarsi in mezzo al caos; stringe le mani in grembo e dalla sua postazione, seduta sulla poltrona, sbircia la scena, socchiudendo gli occhi.

La finestra è aperta: un leggero alito di vento fa ondeggiare le tendine con stampata sopra la stupida faccetta sorridente di Hello Kitty.

Due uomini in divisa scattano foto.

I paramedici richiudono l’attrezzatura. Anastasia, la donna di servizio, pallida come un cencio, è rincantucciata in un angolo.

Sul letto Anna: un braccio e una gamba cadono di lato.

Donata non ne vede il viso, ma solo, da dietro, la testa ricciuta con i capelli ispidi e neri; indossa il suo pigiama favorito a fiorellini rosa, con i pantaloni corti e la canotta. La tenuta da bambina non oscura la prepotente sensualità delle forme: la maglietta tira sul petto, la pelle nera brilla nella luce.

A soli dodici anni, di fatto, è già una donna: snella, flessuosa, seducente.

“Come eri bella! Eri proprio bella, maledetta stronza!” Donata sta dando, dentro di sé, libero e silenzioso sfogo al suo odio.

“Te la sei voluta! Così impari a rovinarmi la vita. Avrei dovuto saperlo che non era una buona idea portarti nella mia casa. Nessuno mi ha avvertito; tutti lì a incoraggiarmi e a farmi i complimenti per una decisione così altruista. Colpa di quel buono a nulla, incapace. Mezza sega di uomo, nemmeno adatto a mettere al mondo un figlio.

Se lo avessi saputo che mi allevavo la serpe in seno. Ma come potevo prevederlo? Poteva anche essere una buona idea dopotutto. Avevo sentito tante storie felici, letto tanti libri sulle adozioni. Specchietti per le allodole ed io ci sono cascata. Sarò madre, sarà bello, sarà facile e divertente, e di soddisfazione. Un corno di soddisfazione! S’è visto! E’ stata un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita.

L’agente le si avvicina e tenta di scuoterla e di farla parlare.

Da quando lui e il suo collega sono entrati, la donna è restata seduta sulla poltrona, le braccia conserte, assente, con gli occhi chiusi.

La scuote per le spalle e le urla “ Che cosa ha fatto?”

“ Cosa ho fatto?”

Donata ha sentito la domanda ma non risponde  “Nulla, cosa vuoi che abbia fatto?  Non lo vedi da solo, cretino? Ho preso un cuscino e l’ho soffocata. E’ stato facile perché dormiva ancora; lei non aveva mai furia, meno che mai la mattina per andare a scuola. Figurarsi cosa gliene poteva importare di studiare. Andava a scuola solo per sculettare in faccia ai professori e ai ragazzini, e per ridacchiare con le sue amiche. Ecco quello che faceva.”

L’agente insiste.

Donata sta decidendo se rispondere o lasciarlo fare. Magari ci starebbe bene una frase tipo “Voglio un avvocato” come nei polizieschi americani. Decide di dire qualcosa così magari lui smette di infastidirla. L’ira è sbollita, lasciandola inerte e svuotata. Apre gli occhi, guarda l’agente “ Sono stata io. Ho preso il cuscino e l’ho soffocata”.

Spera che questo basti e si riabbandona al proprio torpore.

Di nuovo domande.

“Perché l’ha fatto? Si rende conto che ha ucciso una bambina?” L’uomo la fissa chiedendosi se lei possa sentirlo.

Non pensa di cavarne nulla ed è anche arrabbiato per la morte di una ragazzina dell’età di sua figlia.

All’improvviso la donna ricomincia a parlare “ Era posseduta da spiriti cattivi. Ho dovuto farlo per liberarla. Ora è in pace.”

“Ah, ok” esclama l’agente. “Caso chiuso. Questa è matta” “Infermità mentale, ci penseranno gli psichiatri”.

Donata sghignazza dentro di sé, soddisfatta della propria uscita. “Questa degli spiriti è geniale. Forse ora mi lasceranno in pace”.

E’ comodo avere dei demoni cui dare la colpa. E’ proprio quello che ci si aspetta in questi casi. La frase giusta!

Comodo, forse anche vero ma in altre circostanze. Perché quella lì, lei in persona, era un demone, altro che posseduta. E’stato un bene liberarsene prima che crescesse troppo, allora fermarla sarebbe stato impossibile. E invece ce l’ho fatta, sul filo del rasoio, appena in tempo, ma ce l’ho fatta. Forse avrei dovuto farlo anni fa, ma, in fondo, lei, prima, non era così insopportabile.

Per un po’ siamo anche state bene insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto un’infanzia felice.

Ricordo che nella strada dove abitavamo, siamo stati i primi ad avere una televisione. Stava dentro un mobiletto di legno lucido, bombato: le ante si aprivano e compariva lo schermo.

La prima cosa che ho visto è stato un telefilm di Rin Tin Tin, l’eroico cane lupo che salvava il suo padroncino da varie situazioni pericolose, fra il plauso dei soldati. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il bambino fosse un trovatello, adottato dal reggimento di stanza al forte.

Avevo un orsacchiotto di pezza che si chiamava Teddy. Era il mio portafortuna.

L’ho trascinato per la casa in lungo e in largo. Gli occhi erano due bottoni che gli erano stati riattaccati più volte, la stoffa di cui era ricoperto era diventata sudicia e macchiata.

Un giorno non l’ho più trovato e mia madre diceva di non saperne nulla.  Solo molti anni dopo ho capito che doveva averlo buttato via.

Dietro la casa c’era un giardino. Non c’erano aiuole o fiori, perché mia madre non voleva occuparsi di giardinaggio. Il terreno era ricoperto di ghiaino, c’erano un’altalena e due begli alberi da frutto su cui potevo arrampicarmi. Il nostro spazio confinava con un orto e un piccolo allevamento di conigli e galline, curato da un anziano signore. Scavalcando la rete di recinzione potevo entrarci facilmente e sbarbare carote o ravanelli oppure strappare dalle piante pomodori, zucchine, melanzane. Il proprietario incolpava sempre o gli uccelli o la banda di ragazzini del vicinato e non ha mai sospettato di me. Anzi, quando mi vedeva, mi regalava sempre qualcosa dicendomi di portarlo alla mamma.

Ero anche molto attratta dai suoi animali.

Le galline non erano facili da chiappare, ma con i conigli era un altro discorso.

Tentavano di rincattucciarsi in un angolo della gabbia ma, quando decidevo di prenderli, non avevano scampo.

Mi divertiva tirarli su per le orecchie. Li osservavo mentre scalciavano e si dimenavano. Cercavano stupidamente di liberarsi, ma li tenevo molto saldamente e non avevo nessuna intenzione di mollare la presa.

Una volta, uno di loro, scalciando, mi sporcò tutto il vestito.

“ Chi la fa, l’aspetti” come diceva sempre mia madre.

Con una corda lo appesi per il collo a un ramo basso e lo guardai contorcersi  fino a quando non si mosse più. Era morto stecchito. Lo rimisi nella gabbia.

Per giorni il vecchio si lamentò con tutti i vicini, non capacitandosi della morte dell’animale. Io ero soddisfatta: nessuno sospettava di me, l’avevo fatta franca.

Avevo anche delle bambole di celluloide.

Preparavo loro da mangiare, usando i coccini del loro corredo; i fili d’erba erano spaghetti, i sassolini pietanze, una susina il dolce.

Alle volte in giardino accendevo dei falò, con foglie e rametti, per cuocere le pietanze e fissavo affascinata le fiamme. Ancora oggi, come allora, sono molto attratta dal fuoco. In Tv mi piace guardare i film catastrofici del genere “Inferno di cristallo” e, d’estate, seguo sempre i resoconti degli incendi.

Con le  bambole immaginavo la mia felice vita futura di donna sposata. Loro erano le mie figlie obbedienti e perfette.

Le avevo educate bene.

Ne ero orgogliosa. Sarei stata un’ottima moglie e una brava madre.

Per prepararmi al futuro leggevo “L’enciclopedia della donna”.

Arrivava a casa in fascicoli, mi pare settimanali. C’erano tutti i suggerimenti perché la donna sapesse rendere orgoglioso il marito e diventare una provetta padrona di casa, che deve sempre sapere togliere ogni macchia, lucidare l’argenteria, offrire alle amiche il tè, ricevere impeccabilmente gli ospiti importanti.

Non potevo prendere esempio da mia madre: era sempre malata. Soffriva di terribili mal di testa. Passava intere giornate stesa a letto, con una pezzuola bagnata sulla fronte.

Eravamo benestanti e potevamo permetterci una donna di servizio che veniva da noi tutti i giorni, dalla mattina alla sera.

Gina, così si chiamava, era una persona forte e allegra, immigrata in città con il marito, in  cerca di lavoro e di fortuna.

In casa faceva tutto lei. Puliva, lavava, stirava, preparava il pranzo, mi alzava, mi vestiva e mi pettinava facendomi due belle treccine, mi accompagnava a scuola e veniva a riprendermi, mi teneva con sé in cucina e mi permetteva di aiutarla. Tagliavo le verdure, sbucciavo le patate, impastavo la farina, macinavo il caffè con il macinino e intanto la osservavo e imparavo. Ho imparato bene: infatti sono un’ottima cuoca.

Ho saputo, in seguito, che, lavorando a capo chino, lei e il marito erano riusciti a comprarsi una casa e a mandare il loro figlio all’università.

Nonostante i giudizi sprezzanti che dava di lui mia madre, è divenuto un medico stimato e ha fatto carriera.

Qualche volta veniva a fare i compiti da noi. Mia madre diceva che non capiva nulla, che era un figlio di contadini ignoranti e non avrebbe mai potuto andare lontano. Con ostentata bontà, pietosamente, si occupava, oltre che della mia, anche della sua istruzione, unica attività a cui qualche volta si dedicasse durante la giornata.

Una volta siamo andati a trovare Gina nella colonica sperduta in campagna, dove ancora viveva la sua famiglia d’origine. Puzzava di sporco: dalla stalla sotto l’abitazione saliva il tanfo dello sterco delle mucche, le stanze erano piccole e buie. Non c’era un bagno, ma una specie di buco in uno stanzino dove i bisogni venivano scaricati nella concimaia di sotto.

I suoi parenti ci accolsero con deferenza intimorita.

Eravamo signori, gente di città.

Nel viaggio di ritorno mia madre sottolineò tutti i particolari sulla sporcizia e sulla miseria che avevamo visto.

Io ricordo che ci avevano preparato dei dolci, dei pupazzetti a forma di uomo e di donna; gli occhi e la bocca erano fatti di confetti colorati. Mia madre ne mangiò sdegnosamente un pezzetto.

Non ho particolari ricordi di mio padre. Per me era quasi un estraneo. Usciva la mattina presto e tornava la sera. Non potevo salutarlo perché era stanco. Si chiudeva nel suo studio a fare non so cosa. Io cenavo prima di loro da sola e alle otto venivo messa a letto.

Mi tornano solo in mente le minacce di mia madre che lo usava come uno spauracchio.

“Se non stai buona, lo dico a tuo padre, stasera ”

Quando è nata mia sorella Letizia, avevo già dieci anni: fino a quel momento ero sempre stata da sola, unico arbitro e protagonista dei miei passatempi.

Il giorno del parto (ma di cosa si trattasse, non avevo idea) fui buttata fuori di casa.

La nonna Gilda che era arrivata assieme a un’altra donna, senza rivolgermi la consueta attenzione, mi disse di stare buona, mi fece sedere sui gradini esterni della casa, raccomandandomi di non muovermi e di non rientrare per nessuna ragione. Rimasi a lungo seduta lì; mi stavo annoiando. A un certo punto mi passò davanti Roberto, il figlio dei vicini. Mi guardò incuriosito perché normalmente non avevo il permesso di giocare per strada con gli altri bambini. Mia madre diceva che non stava bene che io mi mischiassi a certa gente del popolo.

Lui mi fissava un po’ troppo ed io, per mostrargli il mio disprezzo, gli feci una linguaccia. Quello mi si avvicinò e mi tirò una treccia.

Indignata, raccolsi un grosso sasso da terra e mentre si allontanava ridendo, glielo lanciai dietro con forza, centrandolo nella schiena. Il colpo lo fece barcollare. Sgattaiolai in casa veloce, chiudendo bene il portone prima che potesse tornare indietro. Restai nell’anticamera buia sperando che se ne andasse, preoccupata di avere disobbedito alla nonna.

La nascita di mia sorella mi deluse molto: ne avevo aspettato l’arrivo, ammirando estasiata le camicine, i vestiti, le scarpine di lana fatte ai ferri che Gina aveva sistemato in una cassettiera.
Avevo l’ambizione di farle da madre, ma dopo pochi giorni avevo cambiato idea.

Lei piangeva sempre, anche la notte, con urli insopportabili, sbavava e faceva una cacca puzzolentissima.

I suoi pannolini, lavati a mano da Gina, erano stesi in tutti gli spazi disponibili della casa.

Mia madre non faceva più i compiti con me e si lamentava spesso con la domestica:

“ Non ce la faccio più, non ho dormito stanotte, sono stanca”.

Ripeteva questo genere di frasi in continuazione.

Gina cercava di incoraggiarla, aveva sempre lei la piccola in braccio, la passava a mia madre solo per il latte e continuava a dire “Che bella bambina”.

Una volta ho cercato di giocare con la piccola. L’ho tirata su dalla culla e l’ho portata nell’angolo delle bambole per metterla  fra loro. Ma quella, appena messa per terra, non è rimasta, come mi aspettavo, seduta ma  si è ribaltata all’indietro, battendo violentemente la testa e mettendosi a strillare. Consapevole di avere infranto una regola che la nonna, Gina e la mamma mi avevano ripetuto più volte “Non la devi prendere in braccio da sola”, le misi una mano sulla bocca e la riportai nella sua culla.  Tentai di soffocarne il pianto perché non si sentisse, ma quella si agitava tutta e il cuscino che le avevo messo sulla faccia, scivolò di lato.

Gina arrivò di corsa in camera, pulendosi le mani al grembiule.

La guardai compunta e le dissi “L’ho sentita piangere e sono venuta a vedere”. Lei mi lanciò un’occhiata perplessa, ma non aveva prove contro di me, prese la piccola e si mise a cullarla fino a quando riuscì a calmarla.

Mi piaceva andare a scuola. Avevo un bel grembiule bianco, pulito e con un  fiocco colorato.

Grazie alla mia donna di servizio, io ero sempre in ordine ma alcune delle mie compagne di classe avevano grembiuli di una misura sbagliata, troppo grandi o troppo piccoli, rammendati o strappati e alle volte non mettevano nemmeno il fiocco.

Mi piaceva imparare, riempivo pagine di lettere, mi esercitavo per avere una bella calligrafia.

L’unico momento della giornata in cui mia madre stava con me, qualche volta, era il pomeriggio quando mi aiutava a fare i compiti e io le facevo  vedere com’ero diligente e attenta.

Ricordo quando mi sono venute le mestruazioni la prima volta.

Nessuno mi aveva detto nulla e pensai di essermi ferita, magari salendo su un albero in giardino o di essere malata. Visto che, nonostante i tentativi di pulirmi, il sangue non si fermava, andai preoccupata da Gina. “Non è nulla” mi disse “ è normale, vuole dire che sei diventata grande.”

Non capivo cosa volesse dire. Lei provò a spiegarmi che le donne grandi perdono  sangue una volta al mese. Non mi spiegò che questo aveva a  che fare con la riproduzione e tanto meno mi parlò di sesso.

Per tranquillizzarmi, mi portò in camera della mamma, prese dal cassetto dei rettangoli di stoffa e pazientemente mi spiegò come fare a indossarli.

Mi sentivo sporca e a disagio. Non avevo il controllo dei miei movimenti, avevo paura che i pannolini si spostassero o fuoriuscissero dalla mutandina.

Più tardi mia madre mi chiamò in salotto, era seduta in poltrona; con fare affettuoso mi fece, inaspettatamente, una carezza e mi disse “Sei diventata grande” e poi aggiunse “Comportati bene ora”.

Restai indispettita. “ Non mi ero sempre comportata bene ? “

A turbarmi ulteriormente già da un po’ di tempo avevano cominciato a spuntarmi peli dappertutto. Erano disgustosi.

Per un’estate, facendo impazzire di preoccupazione la Gina, mi rifiutai di mettermi camicette con le maniche corte e ne indossai solo con maniche lunghe, nonostante il caldo torrido.

Superate le scuole medie, fra gli elogi di tutti, mi sono iscritta al liceo classico.

Era un ambiente duro e competitivo. Alle scuole elementari e alle medie era evidente che io, rispetto alle altre compagne, ero la più ricca.

Al ginnasio non era più così. Lì tutti appartenevano alla buona borghesia cittadina e io non ero della loro cerchia.
Alcune mie compagne venivano a scuola in auto con l’autista, io prendevo l’autobus e scendevo una fermata prima per non farmi vedere su un mezzo così povero.

Ero stata invitata nelle case di alcune di loro, perché ero comunque fra le più brave a fare i compiti.

Guardavo le loro case: erano più grandi del posto dove stavo io , con mobili più belli, e quadri alle pareti. Le loro madri erano sorridenti, affettuose, ben vestite, anche di pomeriggio e non sprofondate con una vestaglia, in poltrona, come la mia.

Mi sentivo una specie di Cenerentola fra le sorellastre e la matrigna.
Dovevo rimontare.

L’occasione mi fu data dall’incontro con Luca: lui fu la mia arma per salire di status.

Ero una bella ragazza.

In autobus c’era sempre qualche mano che mi palpava il sedere e qualche vecchio porco che trovava il modo di strofinarsi, con la scusa di passare.

Non sapevo che tutto questo avesse a che fare con il sesso.

Credevo che i bambini si facessero baciandosi, fino a che la mia compagna di banco, smaliziata e impietosita, mi aveva spiegato come andavano le cose. Avevo assimilato scrupolosamente quei concetti sconosciuti e, soprattutto, avevo capito che i ragazzi volevano fare sesso e che le ragazze dovevano opporsi, anche se non proprio a tutto, se volevano farsi sposare.

Cominciai a sentirmi meglio. Avevo qualcosa da barattare per raggiungere i miei scopi.

Anche Luca era fra i più bravi della classe ma non era molto amato dai professori. Aveva idee proprie su molti argomenti e le esponeva appassionatamente, sia nei compiti scritti che durante le interrogazioni. Non era per niente diplomatico e non cercava minimamente di ingraziarsi gli insegnanti.

Ero andata qualche volta a fare i compiti da lui.

Mia madre approvava in pieno questa frequentazione, anche se andavo in casa di un ragazzo e non da un’amica. Alle volte mi accompagnava lei in macchina. Aveva preso la patente, cosa abbastanza insolita per una donna in quegli anni, ma diceva che andare in auto le risparmiava tempo e fatica.

La casa di Luca era una villa molto bella, nella parte più di prestigio della città, sulle colline.

Soprattutto era una casa colta. C’erano libri dappertutto e  una stanza della musica con un pianoforte. Alle pareti c’erano molti quadri, che però a me sembravano solo strappi sulla tela o prove di colore. Luca me ne  parlava  con entusiasmo, facendomi da Cicerone e ragionando di nuove tendenze pittoriche e di avanguardie.

Probabilmente riferiva discorsi dei suoi e di loro amici. Ascoltavo compunta, ma non mi convinceva.

Per me erano solo sgorbi e tali rimanevano anche dopo mille spiegazioni.

Quando mi faccio un’idea, resta quella.
Non sono una persona debole, che si fa influenzare facilmente.

Il padre di Luca era dirigente di una grossa multinazionale, in piena espansione. Sua madre lavorava come insegnante. Mia madre disapprovava che una donna, senza bisogno di soldi, lavorasse.

Il caldo entusiasmo con cui, durante le nostre visite, lei ci parlava del suo lavoro ci confermava che era una persona un po’ stravagante.
Per quanto si atteggiasse a signora, mia madre era comunque a disagio nella conversazione: l’altra parlava amabilmente di libri, di concerti, di teatro, rivelando una vita sociale e culturale di cui mia madre non sapeva nulla, anche se faceva finta di trovare quei discorsi interessanti.

Per rifarsi, durante i viaggi di andata o di ritorno, esternava tutto il suo disprezzo per una donna che non si dedicava alla famiglia. Dimenticava che anche lei, se non ci fosse stata Gina, non è che alla cura dei figli e della casa si fosse dedicata poi così tanto.

Luca mi aveva eletto a suo pubblico.

Durante i pomeriggi che passavamo insieme per fare i compiti, sfoggiava tutte le sue idee sul mondo. Faceva la ruota come i pavoni: l’esibizione di cultura era un rituale di corteggiamento ma, in tutta onestà, devo ammettere che né io né lui sapevamo in che territorio ci stessimo addentrando.

Durante quegli incontri io ero solo indispettita perché perdevamo tempo ad ascoltare dischi di musica classica noiosissimi o a leggere brani di autori russi che lui amava, ma non erano nel programma di letteratura. Leggerli era perfettamente inutile.

Poi c’era il capitolo ingiustizia nel mondo. Luca aveva le sue idee sulla lotta alla povertà e alla fame, sull’uguaglianza fra le persone e i popoli. Non lo capivo. Gina era povera: peraltro era l’unico povero che conoscessi .

” E allora” mi chiedevo “che male c’è ?”.

Per educazione, siccome non sta bene interrompere, lo lasciavo parlare. Immagino che lui si facesse l’idea che il mio silenzio era approvazione o addirittura condivisione. Pensava a noi come ad anime gemelle. Io controllavo di nascosto l’ora, calcolando mentalmente il margine che potevamo concederci prima di affrontare i compiti da fare.

Con il benestare delle famiglie, lui aveva organizzato dei giorni in cui andavamo al cinema o al teatro, da soli o con i suoi genitori e i loro amici.

Cominciai a scoprire un mondo più vasto del salotto di casa mia.

A scuola, queste esperienze, raccontate alle amiche, mi facevano guadagnare il rispetto delle altre.

Consideravano me e Luca una coppia.  Non ero più una qualunque, brava ma poco interessante; ero la fidanzata di uno che per le sue idee, la sua personalità e per lo status della sua famiglia, era considerato un leader.

Ero soddisfatta: lui non mi piaceva come persona, non ne condividevo le idee e gli entusiasmi, trovavo i suoi interessi noiosi.  Detestavo la musica classica. Se fosse stato per me, avrei ascoltato solo le canzoni del Festival di Sanremo. Ma mi dicevo che una donna deve essere paziente e apprezzavo la popolarità di cui lui mi faceva godere di riflesso.

Fisicamente non mi attraeva. Aveva capelli fini e lisci e il naso troppo grosso. Quando era agitato, soffriva di un tic che gli faceva stringere gli occhi e contrarre la faccia come se ghignasse.  Nella foga di un discorso, alle volte gli succedeva in pubblico. Lo trovavo molto imbarazzante, ma dovevo fare finta di nulla e accontentarmi.

Fortunatamente, con l’età matura, quel dannato schifosissimo tic da adolescente gli è passato, si è irrobustito, i capelli gli sono diventati brizzolati e ora posso dire che è un uomo non bellissimo, ma attraente.

Poi ci fu il capitolo sesso.

Luca premeva molto perché “lo facessimo”, come prova, secondo lui, del nostro amore, di cui parlava in continuazione.

Io resistevo, perché così si doveva fare e non ero per nulla incuriosita da tutta la faccenda.

L’intimità fisica fra noi cresceva. C’erano stati i primi baci e poi vari toccamenti. Lui mi carezzava i seni, poi era riuscito a convincermi, prendendomi per sfinimento, a toccarmi “ lì sotto”.

Durante questi palpeggiamenti diventava rosso, sudava e ovviamente aveva delle erezioni che potevo percepire quando si accostava, anche se all’inizio non capivo bene di cosa si trattasse. Incuriosita, avevo cominciato anch’io a infilargli le mani nei pantaloni e avevo scoperto divertita che il suo coso, appena toccato s’imbizzarriva e diventava grosso e duro. Ero soddisfatta di avere tutto questo potere nelle mie mani.

Dopo vari mesi di queste esplorazioni e dopo reiterate suppliche e lagnosità da parte sua, decisi di cedere.

Era estate.

Ero in villeggiatura in montagna con mia madre e mia sorella. Ci stavamo due mesi, perché mia madre non sopportava il caldo della città e si doveva riposare. Mio padre veniva a trovarci nel week-end. Senza la scuola mi annoiavo a morte. Si potevano solo fare passeggiate, sempre uguali. Poi il nulla. Qualche volta riuscivo ad andare a giocare al flipper al bar, ma dovevo farlo di nascosto perché mia madre non approvava che io frequentassi la compagnia dei giovani del paese. A me sembrava si divertissero molto. Andavano in gruppo a fare passeggiate, forniti di chitarre. Li sentivo ridere, scherzare. Parlavano di andare a ballare il sabato sera, cosa che era impensabile che mi fosse concessa. Loro mi consideravano un’estranea, nonostante che qualche ragazzo più intraprendente mi guardasse sfacciatamente il culo. Per il resto m’ignoravano. Non ero dei loro: ero solo una villeggiante, una studentessa di liceo. Loro lavoravano: vedevo i ragazzi con tute da operaio e da meccanico e le ragazze nelle botteghe del paese, al forno o dalla parrucchiera. La differenza di classe sociale era, a quei tempi, molto accentuata e influente ed era impensabile che giovani operai o commesse avessero a che fare con una studentessa liceale.  Non era previsto che i due mondi potessero comunicare.

Luca aveva il permesso di venirmi a trovare. Le sue visite spezzavano l’asfissiante routine di quelle giornate.

Mia madre, dopo un po’ di convenevoli, si disinteressava completamente di noi. Avevamo così l’opportunità di fare lunghe passeggiate nei boschi e di nasconderci in qualche radura, lontana da occhi indiscreti.

Non ho mai capito se lei si rendesse conto che erano molto più pericolose, per la mia onorabilità, quelle girate da soli io e lui piuttosto che un innocente pomeriggio al bar. Ma eravamo fidanzati, lei approvava e, se sapeva cosa facevamo, non riteneva di dovere intervenire. Lui era un buon partito.

Forti di questa libertà, dopo diversi tentativi, riuscimmo a capire la meccanica dell’atto. Non era molto difficile. C’era un oggetto cilindrico che doveva entrare in uno cavo. Eravamo giovani e sani e fummo guidati dall’istinto e dalla fisica dei corpi.

La prima volta restai un po’ perplessa. A parte un po’ di dolore e una perdita di sangue che non mi aspettavo e che m’impensierì un po’, trovai la cosa sporca e sgradevole.

Ma, volta dopo volta, feci l’inaspettata scoperta che la penetrazione mi procurava sensazioni piacevoli, anche molto intense. Non lo sapevo ma erano orgasmi. Cominciai ad apprezzare quel passatempo e nonostante lui mi annoiasse sempre mortalmente con i suoi discorsi – parlava di progetti insieme e di grande amore – cominciai a sentire la sua mancanza fra una visita e l’altra.

Finimmo il liceo. Dovevamo scegliere l’Università.

Luca voleva andare alla Facoltà di Sociologia a Trento. Era stata aperta in quegli anni ed era una novità nel mondo accademico. Una materia nuova, con inediti piani di studio, in odore di “sinistra”.

Lui ne era entusiasta. Aveva letto Adorno, Horkheimer, Marcuse, in lingua inglese, prima che venissero pubblicati in italiano.
Già ci immaginava a vivere insieme, in una casa nostra.

Dava per scontato che anch’io avessi il medesimo sogno e la sua passione per la sociologia.

Fortunatamente i suoi genitori si opposero: non era usuale mandare un ragazzo a studiare in un’altra città. I suoi sogni s’infransero su quel rifiuto. Per un po’ ne fu fortemente amareggiato.

Con il senno di poi, ritengo che fu una benedizione. Con tutte le sue idee, in quell’ambiente, sarebbe, come minimo, diventato amico di Curcio e militante delle Brigate rosse, invece che uno stimato professionista com’è adesso.

Ripiegò su architettura, sia pure parlando di Wright, modernismo e quant’altro e, dopo la laurea, grazie alle conoscenze dei suoi, entrò in un affermato studio di architettura, dove lavora ancora oggi.

Io m’iscrissi a Lettere. Era una facoltà più femminile. Nei miei sogni di bambina il mio unico progetto era quello di sposarmi, fare figli ed avere una bella casa, ma la mia ottima carriera scolastica, che era un peccato interrompere – come dissero ai miei genitori gli insegnanti –  mi aprì la strada dell’università.

Dopo la laurea avevo davanti la possibilità di iniziare a insegnare ma non mi interessava.  Trovavo abbastanza insopportabile l’idea di avere a che fare con ragazzini ignoranti.

Accettai così una proposta di lavoro di una casa editrice: mi parve più prestigioso. Ho sempre fatto un lavoro amministrativo e d’ufficio, niente di entusiasmante,  ma mi piace potere dire  che lavoro in campo culturale.

Era arrivato il momento di coronare il nostro sogno d’amore.

Luca parlava di amore libero e convivenza ma, su questo punto, riuscii a contrastarlo efficacemente, con uno sciopero del sesso e la minaccia di troncare il fidanzamento.

Si arrese.

Mi sobbarcai un anno di stress. Organizzare il matrimonio fu un’impresa titanica.

Mi dovetti occupare, in primo luogo, di arredare la casa che le famiglie ci avevano comprato. Scelsi con cura gli arredi, ispirandomi alle case delle amiche del liceo e dell’università. Lasciai a Luca solo la scelta dei quadri, perché se ne intendeva più di me.

Poi mi buttai a capofitto nei particolari organizzativi della cerimonia.

Ero sola: mia madre non aveva né l’energia né l’entusiasmo per aiutarmi e, secondo me, neppure il gusto per fare le scelte giuste. Potevo solo utilizzare mia sorella in funzione di aiutante per le incombenze più pratiche.

Qualche volta chiedevo rispettosamente l’aiuto della madre di Luca.  La mia futura suocera non dava grande importanza agli aspetti spettacolari della cerimonia ma, per una sorta di legge di compensazione, riusciva, in qualche modo, a tranquillizzarmi.

Luca, come tutti gli uomini, acconsentiva bonario a tutte le mie scelte, attribuendo, immagino, la mia fissazione al fatto che fossi felice di sposarmi.

In quei mesi il tarlo della perfezione mi ha divorato. Il vestito bianco doveva essere importante ma non svenevole o troppo infiocchettato con trine e merletti, per non risultare una cosa pacchiana, da poveri. Il vestito delle damigelle doveva essere grazioso ma non vistoso, per non offuscare l’unica vera protagonista, cioè io, la sposa.

Curai tutto nei minimi dettagli: il menù del pranzo che si sarebbe svolto in una bella villa, molto signorile, gli addobbi della chiesa, i fiori, le bomboniere, gli inviti rigorosamente scritti a mano.

Luca avrebbe voluto fare una cosa semplice, per pochi parenti e amici e poi devolvere il corrispettivo di quello che avremmo risparmiato sul pranzo e la cerimonia a qualche causa benefica.

Stroncai sul nascere le sue idee stravaganti. Volevo un pranzo come si deve, con tutte le portate e la torta nuziale e chi se ne frega dei bambini in Africa che muoiono di fame.

Arrivai esausta al giorno fatidico ma tutto andò alla perfezione. Ancora oggi sono molto soddisfatta di me e di come me la sono cavata.

Iniziammo così la nostra vita insieme.

Ritengo che quello sia stato uno dei migliori periodi della mia vita.

Avevo lasciato la casa dei miei e ne avevo una tutta mia, improntata al mio gusto e alle mie esigenze, adatta per ricevere con un bel salone ampio per pranzi, cene e feste.

Tutto era nuovo e lucente.
Grazie al mio addestramento infantile, fra Enciclopedia della Donna e lezioni della Gina, riuscivo perfettamente a destreggiarmi fra lavoro e organizzazione domestica. Era divertente fare la spesa e decidere io cosa mangiare quel giorno, senza dovermi adattare a cose già cucinate da altri.

“ O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra” diceva sempre mia madre.

Luca ha sempre avuto orari più impegnativi dei miei. Spesso, già dai primi anni di lavoro, doveva andare fuori città per qualche convegno o per incontrare clienti importanti.

Nelle giornate in cui restavo da sola, potevo sentire la musica che mi piaceva, giravo per casa, dopo il lavoro, con una tuta sbrindellata, mangiavo sul divano guardando la televisione o non mangiavo affatto. Se la domenica lui non era in casa, me ne restavo in vestaglia e ciabatte, girellando per le stanze, senza fare nulla. Mi concedevo lunghi bagni caldi in vasca, scegliendo con cura le essenze da sciogliere nell’acqua, approfittando che non c’era nessuno a lanciarmi sguardi languidi e vogliosi.

Nella mia ricca e beata solitudine stavo proprio bene.

Quando c’era Luca a casa, mi sforzavo di essere curata e di interessarmi al suo lavoro. Lui s’imbarcava in lunghi discorsi sui progetti del suo studio ed io ascoltavo, dissimulando la noia. Sono sempre stata una brava ascoltatrice.

Spesso avevamo ospiti a cena. Io me la cavavo benissimo.

Sentivo gli sguardi di ammirazione nei miei confronti dei suoi amici e colleghi, l’invidia delle donne, per la mia eleganza, per la mia casa perfetta, per le mie cene impareggiabili. Sono stata fra le prime, ad esempio, ad avventurarmi nell’organizzazione di cene etniche, sempre con ottimi risultati.

Il sesso, come ho detto, era gradevole. Il detto di mia madre e di mia nonna “ Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” mi risuonava nelle orecchie, ma pensavo che un po’ d’innocente divertimento non sarebbe stato un peccato, e poi chi avrebbe potuto scoprirlo?

Trovo fastidiosa e invadente l’idea che la religione possa  giudicare e orientare  i comportamenti delle persone, fino nei minimi dettagli.

Mi dico sempre che Dio ha altre cose a cui pensare.

Ma sono una buona cattolica, non vorrei essere fraintesa su questo punto.

Da bambina andavo in chiesa e al catechismo; mi sono sposata, come ho detto, con una bella cerimonia religiosa. A Natale e a Pasqua vado sempre in Chiesa.

Nei primi anni dopo il matrimonio abbiamo fatto molti bei viaggi.

Luca seguiva le tracce dei suoi interessi, sia di architettura che umanitari.

Anche nei paesi più poveri che abbiamo visitato, in Africa o in India, riuscivo sempre a trovare degli alberghi adeguati, dove potevo restare in piscina a prendere il sole, mentre Luca andava in giro a fotografare squallidi sobborghi o baraccopoli degradate.

Al ritorno in ufficio avevo sempre dei pittoreschi resoconti da fare alle mie colleghe.

Il tempo scorreva piacevolmente senza intoppi.

Eravamo sposati da quattro anni. Per il mio trentesimo compleanno avevo organizzato, di sabato sera, una bella festa con i nostri amici.  Due coppie non erano potute venire: avevano bambini piccoli e spesso avevano guai a sistemarli, con le baby-sitter o con i nonni. Pazienza, conoscevamo un sacco di persone e qualche defezione non avrebbe incrinato la riuscita del party.
Il pranzo della domenica successiva lo avevo dedicato invece ai festeggiamenti con i parenti.

Nonostante la mia abilità, era complicato mettere insieme le nostre famiglie. Ero sempre preoccupata che i miei genitori mi facessero sfigurare.

Per quanto cercassi di istruire mia madre, c’era sempre in lei qualcosa di sciatto, un particolare fuori posto che stonava.

Mio padre, invecchiando, è diventato di una tirchieria esagerata e non giustificata dal loro status economico.  E’capace di indossare lo stesso cappotto “buono” per anni, facendolo rifoderare più volte.

Insomma facevano di tutto per sembrare poveri, anche se non lo erano.

“L’abito non fa il monaco” come diceva mia madre ma “Anche l’occhio vuole la sua parte” le rispondevo io, con un altro dei suoi proverbi favoriti.

L’unica di cui non mi dovevo preoccupare era mia sorella Letizia: la sua vivacità, il suo slancio sociale – era spesso a manifestazioni, cortei, assemblee – piacevano a mia suocera. Si era iscritta alla Facoltà di Veterinaria.  Curare cani e gatti, a me personalmente, non sembrava una buona idea, ma “contenta lei, contenti tutti”. Per l’uno o l’altro motivo aveva comunque sempre dei validi argomenti di conversazione e anche Luca le dava volentieri spago.

Durante il pranzo per il mio compleanno mia madre introdusse l’argomento bambini.

Aveva incontrato per caso la figlia di un amico. A ventisette anni era già madre di una bambina di due anni ed era di nuovo incinta: presi svogliatamente parte alla conversazione in cui si tessevano le lodi di questa qui, il cui unico pregio era, evidentemente, quello di figliare come una coniglia, ma avvertii dentro di me qualcosa che non andava. L’immagine di vita perfetta che avevo costruito con tanta fatica rischiava di appannarsi.

Luca ed io non avevamo figli.

“Non ancora” pensai ma si può rimediare.

Quando tutti furono andati via, ne parlai con mio marito. Lui non si mostrò preoccupato più di tanto. Parlò di popolazione mondiale e di povertà. Come al solito non aveva capito nulla. Che ci fosse gente che muore di fame sul pianeta, non c’entrava nulla con noi. Un bambino in più non sarebbe stato una rovina planetaria e avrebbe completato magnificamente la nostra vita, mettendoci alla pari con gli altri.

Nei mesi successivi lo provocai più volte, prendendo l’iniziativa per fare sesso, attività a cui lui, peraltro, non si sottraeva mai.

Durante il matrimonio non avevamo mai usato precauzioni anticoncezionali. In effetti, era un po’ strano che non fossi rimasta incinta.

Nonostante avessi volutamente aumentato la frequenza dei rapporti, non succedeva nulla. Tutti i mesi, puntualmente, si manifestava la solita perdita di sangue.

Cominciai a preoccuparmi.

Mi mettevo di profilo davanti allo specchio e m’immaginavo con il pancione. Sistemavo le braccia una sopra e l’altra sotto il ventre per accogliere quello che ancora non c’era. Sarei stata bene: sono abbastanza alta, anche se mi fossi arrotondata, non sarei stata goffa e ridicola come certe donne incinta, basse e tarchiate, che, durante la gravidanza, sembrano palle che rotolano.

Senza dire nulla a nessuno, andai dal mio ginecologo. Mi prescrisse una serie di esami. Il risultato di tutti gli accertamenti clinici fu che non c’era motivo che non restassi incinta. Ero fertile. Lì per lì ne fui felice. Il mio corpo non mi aveva tradito, io andavo bene.

La causa dell’infertilità andava ricercata in Luca. Era lui il colpevole. Avrei dovuto immaginarlo. Presi in esame l’idea di non dirgli nulla e andare avanti così. Misi a fuoco una soluzione possibile. Avrei potuto fare il figlio con qualcun altro, farlo passare per suo  e farmi un bambino a dispetto dei santi. Se non gli fosse somigliato, potevo sempre dire che assomigliava a me o invocare lontani parenti con caratteristiche simili. Come dicevano gli antichi romani  ”Mater semper certa, pater numquam”. E se il padre biologico avesse capito qualcosa e, preso dall’istinto di paternità e del possesso, si fosse fatto avanti a rivendicare qualcosa? Era un’eventualità che non potevo escludere.

Arrivai alla conclusione che, scegliendo un partner giusto, magari già sposato o tutto dedito alla sua carriera, i rischi sarebbero diminuiti. Avevo adocchiato alcuni possibili candidati, ma il mio preferito era l’istruttore della palestra dove andavo il pomeriggio, ammiratissimo da tutte le frequentatrici, un bel ragazzo davvero, bruno, alto, fisico ben scolpito.
Mi sorrideva sempre, spesso mi si avvicinava con il pretesto di farmi vedere l’uso corretto di qualche attrezzo. Sapevo di piacergli. Sarebbe stato facile portarselo a letto e, dopo qualche amplesso, si sarebbe distratto, in cerca di nuove prede fra le signore della palestra, magari una di quelle smorfiose ventenni, perfette nei loro body aderenti, con gli scaldamuscoli colorati, che gli scodinzolavano dietro.

Lui doveva avere sui venticinque anni, era sicuramente sano e ben piazzato: non avrei rischiato che il bambino avesse tare fisiche.

Non era molto intelligente: diceva solo cose molto banali, ma “chi se ne frega” pensavo. Non si può avere tutto nella vita. Dopo molte fantasie decisi di non farne di nulla. A oggi, con il senno di poi, penso di avere preso una decisione sbagliata. Avrei avuto il bambino che volevo, sano e senza tutte le complicazioni che ci sono state dopo. Mi scoprii meno coraggiosa di quanto credessi, in quella circostanza, e lo dico con un senso di disappunto verso me stessa. Ancora non mi sono perdonata.

Decisi di affrontare il discorso della sterilità con Luca.

Scelsi una domenica pomeriggio.

Lui era sul letto, con le spalle allo schienale e le gambe flesse, a sorreggere il libro di turno “Crisi dell’occidente”.

Indossava una tuta; la felpa gli tirava leggermente sull’addome, aveva messo su un po’ di pancetta.  Una ciocca di capelli fini e lisci gli ricadeva, come il solito, sul viso.  Mi avvicinai e mi sedetti sul letto.

Chiuse il libro, l’indice della mano sinistra fra le pagine, per tenere il segno e mi guardò.“ Che c’è, micetta?” Odiavo che mi chiamasse micetta, come quando eravamo ragazzi. A quindici anni passi, ma dopo i trenta suona ridicolo. Decisi di non farglielo notare per la centesima volta.

Con calma gelida gli raccontai degli esami che avevo fatto e del risultato.  Lo invitai a farsi delle analisi anche lui.

Cercò di ribattere che non ne sentiva la necessità, che avevamo parlato di non avere bambini.

“ Tu ne hai parlato di non fare figli, io no” gli risposi . “Lo so, il riscaldamento globale, la popolazione mondiale, la povertà. Beh, la vuoi sapere una cosa? Non me ne può fregare di meno. Sono tutte cazzate che non mi riguardano. Qui nessuno muore di fame ed io voglio un bambino come tutti.”

Lui mi rispose che ero  ipocrita, la discussione andò avanti per un po’.

Alla fine, esasperata, uscii dalla stanza; con la coda dell’occhio vidi Luca che si alzava, gettando il libro sul letto.

Continuai a insistere. Le discussioni erano sempre più violente e, da parte sua, rancorose, ma io non arretrai di un millimetro.

Finalmente si decise. Dopo una serie di accertamenti, ebbi la conferma. Luca era sterile, in modo irreversibile.

Era la fine. Non avrei potuto avere quello che volevo. Avendogliene parlato, mi ero anche bruciata la possibilità di fare un figlio con un altro e farlo passare per suo. Insomma un disastro!
D’inseminazione artificiale ancora non si parlava molto: la ricerca, in questo campo, era agli albori, non come adesso che se ne sa di più.

Ero in trappola.

Per alcune settimane non andai a lavoro. La mattina non mi alzavo. Restavo a letto, a masticare rabbia e a piangere. Me ne stavo a casa, senza vestirmi, in camicia da notte e vestaglia. Mangiavo distrattamente, non mi guardavo allo specchio neppure per pettinarmi.

Mia madre mi compativa.

“Eh, poverina! Che disgrazia doveva capitarmi! Chi lo avrebbe detto che Luca era sterile” e via piagnucolando.

Le colleghe e le amiche mi telefonavano, invitandomi a reagire.

Io non dicevo nulla ma le odiavo tutte per la carità ipocrita che mi buttavano addosso.

Stronze, loro facevano sesso e figliavano. Dall’alto del loro successo, mi compativano e, secondo me, sotto sotto, gongolavano della mia disgrazia. Insopportabile.

Trovai, non so come, la forza di tornare a lavorare. La vita ricominciò, più o meno normalmente.

Luca era sollevato dal fatto che io fossi tornata nei ranghi. Mi lanciava occhiate sospettose ma non trovava nulla da rimproverarmi; ero tornata io, agghindata, piacevole, efficiente.

Non avevo ancora preso in considerazione l’idea dell’adozione. Non volevo un bastardo di qualcun altro ma un figlio mio, fatto a mia immagine e somiglianza. Il resto non m’interessava.

Le colleghe mi avevano suggerito, sotto voce, l’adozione, quando ero a casa, depressa.

L’idea cominciò a farsi strada nella mia mente. Certo, era un ripiego, ma meglio che nulla.

Sondai il terreno con le persone che frequentavamo Luca ed io.

L’adozione otteneva l’approvazione di tutti. Veniva considerata un gesto generoso, apprezzato socialmente. Dare una famiglia a un orfanello, perché no?

Avrei evitato i fastidi di una gravidanza e del parto, niente smagliature o seno cadente e mi sarei ritrovata con un bambino bell’e fatto, già partorito.
Sì, poteva essere, si poteva fare.

Comunicai a Luca lo sviluppo delle mie pensate.

Con tutto il suo parlare di povertà e fame doveva essere d’accordo e poi, se no, gli avrei fatto pesare che era per colpa sua che non potevamo avere figli nostri.

Forse perché si sentiva in colpa o forse perché la mia depressione lo aveva preoccupato, Luca aderì all’idea abbastanza presto.

Cominciammo un allucinante iter burocratico. una vera farsa.

Incontrammo assistenti sociali e psicologi, mezze tacche di dipendenti pubblici, che, con sussiego, ci ricevevano in uffici sgangherati, in spazi angusti  che io, a casa mia, avrei a malapena usato da sgabuzzino e avevano pure la pretesa di giudicare la nostra”idoneità genitoriale”, come dicevano nel loro astruso linguaggio social – psicologico.

Arrivavo ai colloqui volutamente ostentando abiti eleganti e gioielli costosi, che avevo accumulato negli anni, creandomi una ricca collezione di pezzi adatti a ogni occasione.

“Diamonds are a girl’s best friend”, come cantava  Marilyn.

Le assistenti sociali –  e ne ho incontrate diverse – erano delle donnicciole.

Ne ricordo in particolare una, anche simpatica a suo modo; mi sembra che si chiamasse Wanda. Avrà avuto una cinquantina di anni, l’aria materna, i capelli grigi tagliati corti come fanno le donne che non hanno tempo o soldi per il parrucchiere. Si vestiva come una zingara, con sottane lunghe di una fantasia abbinate a magliette di un altro disegno. Righe e fiori, oppure pois e righe. Raramente ho visto una donna così vestita male. A forza di assistere rom e poveracci, si era uniformata all’ambiente e la miseria altrui le si era attaccata addosso come una seconda pelle.

Mi guardava dritta negli occhi e sembrava soppesarmi. Ho l’impressione che, nonostante il tono gentile, non mi abbia mai creduto.

Facevo sfoggio di  nobili motivazioni e lei continuava ad annuire, senza dire nulla.

Parlava più volentieri con Luca, questo era evidente: lui si slanciava entusiasta nei suoi discorsi terzomondisti e lei interloquiva, aggiungeva dati, faceva osservazioni.  Quei due andavano proprio d’accordo. Erano fatti l’uno per l’altro. Sbirciavo l’ora, facevo tintinnare i miei braccialetti,  giravo e rigiravo gli anelli sulle dita, fino a che, se Dio vuole, l’interrogatorio finiva. Era tutto molto imbarazzante ma avevano la legge dalla loro parte e dovevo sottostare a quelle condizioni.

Durante i colloqui per l’idoneità, squallidi figuri, tipo inquisizione, ci interrogavano per sapere tutto di noi, com’era stata la nostra infanzia. “felice, no?” come ci era venuta l’idea di un’adozione e cosi via.

Ricordo uno psicologo particolarmente impiccione, grasso, panciuto, sudaticcio, con la testa pelata, che fissandomi con insistenza, arrivò a chiederci se avevamo una buona vita sessuale. Nel discorso infilò perfino un lapsus: guardandomi le gambe che avevo graziosamente accavallato disse “cosce” invece di “ cose” e meno male che ero io quella da analizzare.

Mi affondai le unghie nelle palme delle mani mentre rispondevo, genericamente, con un “Bene”.

“Perché non lo vai a chiedere a tua sorella, com’è la sua vita sessuale?  E piantala di guardarmi, porco! ” fu tutto quello che non gli dissi.

I nonni e la zia erano stati anche loro coinvolti in queste sedute, per stabilire se avevamo una “rete familiare d’appoggio” come dicevano le assistenti sociali. Cretine! Contare su mia madre era un’idea che non mi era mai passata per la testa.

Però l’avevo istruita bene e ai colloqui passò per una mite signora, molto perbene e molto educata. Con mio padre non ci furono problemi. Scivolò come un’ombra, ma distinta, per tutti gli scalini degli interrogatori.

Dei miei suoceri, soprattutto di lei, e di mia sorella non mi ero preoccupata. Avevano sposato con ardore la causa dell’adozione e l’altruismo e la generosità gli sprizzavano dai pori della pelle, abbondanti come il sudore dopo una serata in palestra.

Mia madre, lo sapevo, si era piegata all’idea ma non era convinta.

“Adozione?” aveva ribattuto, con una nota di sconcerto. quando, durante una delle sue visite, le avevo comunicato le mie intenzioni

“ Sei sicura?” disse, sbavando dubbi.

“ Certo, sicurissima!”

Dopo una lunga pausa, aveva incalzato “ I figli adottivi non sono come quelli naturali. È inutile che dicano. Che ne sai chi li ha messi al mondo, che tare si portano dietro?”

Avevo ribattuto, stizzita, che l’ambiente e l’educazione sono più importanti della genetica, ma, in fondo, qualche dubbio sull’ereditarietà l’avevo anch’io. Purtroppo non sapevo quanto avrei avuto ragione.

In quel periodo Luca non trovò di meglio che ammalarsi, con il rischio che il suo stato di salute incidesse negativamente sulle valutazioni. E’ chiaro che, se sei malato, un bambino in adozione non te lo danno, ma lui niente. Vomitava, non mangiava, era dimagrito, al punto che anch’io cominciai a preoccuparmi pensando a un tumore o qualcosa del genere. Fortunatamente gli fu diagnosticato solo un inizio di ulcera. Dovetti comunque occuparmi di lui, dei suoi malesseri e rimuovere gli schizzi del suo vomito in bagno. Vomitava nelle ore più impensate e non sempre potevo aspettare che ci pensasse la domestica. Alternavamo i colloqui con gli psicologi per l’adozione alle visite dagli specialisti in gastroenterologia. Avevo preteso che andasse, a pagamento, s’intende, dai migliori.

Spesso lo dovevo spronare, ricordargli gli appuntamenti, fargli prendere le medicine. Sembrava totalmente incapace di prendersi cura di sé stesso.

“ Donata, sto male! Cosa mi succede? Sarà un malaccio, che dici?”

Le sue lamentazioni quotidiane m’inseguivano in ogni angolo della casa.

Per fortuna durante i colloqui per l’adozione, riusciva a ritrovare la sua vivacità e, dopo qualche mese di cure, i disturbi fisici più fastidiosi, come il vomito, sparirono. Si ristabilì e ritrovò la sua forma fisica.

Ottenemmo l’idoneità come genitori. Le nostre motivazioni erano state ritenute affidabili, vero spirito altruistico, non una “compensazione narcisistica” che, come avevo capito, era considerata una sorta di male del secolo, l’undicesimo peccato da non commettere assolutamente. E, infatti, non lo commisi.

Di tutti gli incompetenti  che ho incontrato nessuno, però, mi aveva avvisato di quanto sarebbe stata dura avere a che fare con un ragazzino o una ragazzina stronza, che per di più non è nemmeno figlia tua, mentre intorno a te volteggiano, come avvoltoi, stormi di consulenti e assistenti sociali.
Ci rivolgemmo a un’associazione per l’adozione internazionale, perché Luca, con una delle sue tipiche fissazioni, voleva aiutare un bambino di un paese povero. Quindi vai con l’Africa.

Io avrei preferito un bambino che almeno avesse una parvenza di somiglianza con noi, bianco, non nero. Lo sapevo che non avrei mai potuto farlo passare come figlio mio, ma avrei potuto fare qualche volta come se lo fosse.

Mi toccò ingoiare anche quest’ultima delusione.

O negro, povero, orfano o nulla, anzi, per lui, doveva venire, preferibilmente, dalla cloaca più puzzolente del mondo.

Arrivò il momento; ci comunicarono la disponibilità di una bambina di due anni, eritrea, orfana, raccolta dai missionari in miserevoli condizioni.

Luca era contento. Io avevo pensato a una creatura più piccola.

A due anni puoi già avere avuto degli input ambientali negativi. Mi ero fatta una cultura a proposito di prima infanzia e sviluppo psicologico del bambino.

Purtroppo con le adozioni è così; o prendere o lasciare.

L’unico dato positivo era che non c’erano fratelli o sorelle che qualcuno potesse cercare di affidarci.

La procedura  prevede che tu faccia la conoscenza dell’adottando in loco, con un soggiorno nel paese d’origine.

Dovetti, in fretta e furia, pensare all’organizzazione, al viaggio, ai fogli, ai certificati.

Viaggiare non mi spaventava. Come ho detto, con Luca, avevamo girato il mondo. Conoscevo l’Africa. Feci una valigia razionale, piena di pantaloni color kaki e camicette bianche. Avevo deciso che il look coloniale era adatto all’occasione.  Non dovevo dimenticare occhiali da sole, farmaci contro la diarrea, un repellente per le zanzare e gli altri fastidiosi insetti che abbondano da quelle parti. Aggiunsi anche una boccetta piccola – per passare i controlli aerei – di un profumo fresco “Viola di Parma” . In certi posti, mi metto sempre due gocce di profumo o di acqua di colonia sotto il naso, per non sentirne i puzzi caratteristici. In Africa anche le capitali più occidentalizzate sono delle latrine a cielo aperto.

Mentre facevo il mio bagaglio e quello di Luca mi resi conto che dovevo organizzare qualcosa anche per la bambina.

Intanto dovevo portare qualche vestito perché, come minimo, l’avrei trovata vestita di stracci e speravo, con tutto il cuore, che non avesse pidocchi, o altre malattie dermatologiche, croste, crosticine, bolle, punture d’insetti.

Mi lanciai in uno shopping frenetico.

Era da tempo che con Luca pensavamo all’adozione e quindi in casa avevamo già individuato uno spazio per la cameretta del bambino o bambina. Si trattava di una stanza in più che, negli anni, era diventata una specie di ripostiglio dove tenevo gli armadi per il cambio di stagione. Potevo rinunciarci facilmente, distribuendo le cose in altro modo. La stanza era stata, a suo tempo, vuotata, ma era rimasta senz’arredi.

La feci imbiancare a tempo di record.

Pensai a un colore tenue, pastello, un rosa che mi sembrava adatto, con dello stencil tipo “primavera”, a mezza altezza.

Per i mobili saltai la fase box, culla e simili perché la bambina, a due anni, non ne aveva più bisogno. Tutti soldi risparmiati.

Comprai un lettino rosa e bianco con la spalliera ondulata a fiocco, coordinato con un mobile a due ante e un comodino che avevano le maniglie delle ante e dei cassetti a forma di nuvola bianca, carinissimo. Ci misi varie ceste per i giochi, e una piccola scaffalatura, in tinta, che riempii di peluche. Alle pareti appesi poster di castelli incantati e fatine. Una meraviglia!

Poi passai ai vestiti e, confesso, mi divertii molto. Nei negozi d’abbigliamento per bambini, i manichini sembrano tutti piccoli principi e principesse.

Mi ricordo un vestitino bianco di cotone ricamato e traforato, delle mini gonne da portare con collant in microfibra, delle scarpette rosa con degli strass da Cenerentola al ballo.

Spesi un capitale, sperando di azzeccare le misure. E’ difficile sapere quanto è grande un bambino se non lo hai sotto gli occhi . Comprai anche dei giochi, costruzioni, bambole con il loro corredo. Mi ricordavo che a me piaceva giocare con le bambole. La bambina forse era piccola per giocarci. Non riuscivo a ricordarmi a che età avevo cominciato io  ma avrebbe imparato.

Luca tornò a casa con due pacchi di libri di storie, di quelli tutti colorati o da colorare, con le immagini grandi e ben riconoscibili.

Alcuni erano fatti in modo che, voltando le pagine, le figure uscivano in rilievo; altri, pigiando suonavano o riproducevano i versi di animali . Ero estasiata. Quando ero piccola i libri di favole si riducevano a quelle classiche dei fratelli Grimm, con poche illustrazioni per lo più terrificanti, tipo il cacciatore che apre la pancia del lupo. Li avevo letti da sola  quando ero già alle scuole elementari.  Forse qualcuno leggeva i libri ai bambini anche a quei tempi, ma, a casa mia, quest’usanza non c’era. Figuriamoci se mia madre mi leggeva le favole della buonanotte. Come a vederla! Mi metteva a letto, spengeva la luce e usciva, con passo marziale e veloce; come massima concessione lasciava la porta socchiusa, in modo che, dall’ingresso, filtrasse un po’ di luce. Io comunque non ho mai avuto paura del buio.

Alla fine partimmo e, dopo un viaggio abbastanza faticoso, arrivammo alla missione, distante un centinaio di chilometri dalla capitale.

La chiesa spiccava nel suo candore di calce bianca; intorno c’erano diversi edifici che scoprì essere la scuola, l’orfanotrofio, il convento e l’astanteria per gli ospiti. Intorno il nulla.

Ci venne incontro una suora magra, sui sessant’anni, con spessi occhiali da miope.  Si chiamava Suor Matilde e parlava con voce bassa e gentile un italiano con forte accento veneto.

Veniva, come ci raccontò in quei giorni, da una numerosa famiglia cattolica di contadini. La sua scelta di farsi suora non era stata osteggiata, anzi, per la famiglia era un vanto e, presumo, una bocca in meno da sfamare. Lasciò al paese un moroso deluso e partì in giro per il mondo.

Mi chiedevo chi glielo avesse fatto fare. Non sarei mai riuscita a capire perché una donna giovane dovesse lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli agi dell’occidente, la prospettiva di un matrimonio e di una vita regolare . Mi ricordava la Gina, la tata della mia infanzia, anche lei veniva da una famiglia di contadini e poi la sua vita aveva preso un’altra piega.

Dopo un po’ di convenevoli, Suor Matilde ci portò direttamente nell’orfanotrofio. In una grande stanza disadorna stavano parcheggiati una ventina di bambini fra i due e i cinque anni.

Un gruppetto era seduto per terra intorno ad una suora: a turno si buttavano l’uno con l’altro, fra le gambe, un mucchio di stracci legati con uno spago che faceva da  palla.

Altri due o tre bambini erano in piedi, davanti alla finestra, e guardavano fuori; del resto non c’era molto altro da fare.

Mi girai verso  Luca per vedere se anche lui era turbato da quello squallore spartano. Per una volta tanto eravamo d’accordo.

“Mamma mia” esclamai

“Eh, già” convenne lui  e mi mise un braccio sulla spalla.

Suor Matilde si avvicinò al cerchio di bambini, batté sulle spalle a una piccola, l’aiutò ad alzarsi, la prese per mano e la condusse verso di noi.

“Questa è Anna” ci disse, spingendo in avanti una bimba di due anni circa, magra, con una testa irsuta su cui spuntavano due fiocchetti che dovevano essere stati rossi, un vestito a quadri che le andava corto e da cui sbucavano due gambette magre come stuzzicadenti. Era scalza come tutti gli altri lì dentro.

Come due cretini io e Luca ci presentammo, con i nostri nomi, l’uso della parola mamma e papà suonava fuori luogo.

“ Ciao, io sono Luca”

“Ciao, io sono Donata”.

Solo più tardi riflettei sulla stupidità di parlare in italiano, in una lingua che sicuramente le era sconosciuta. Di fronte  a due estranei lei si ritrasse e si nascose dietro Suor Matilde, sporgendosi appena per controllarci di tanto in tanto.

Estrassi dalla borsa una bambola che mi ero portata e gliela porsi ma il dono non ebbe nessun effetto. Probabilmente per lei era un oggetto sconosciuto e inquietante, Tirai fuori una palla di tutti colori. Questa le piacque. Accettò di venirla a prendere.

Devo dire che mi fece pena. Non sono mica un mostro: era chiaramente una povera creatura sola, curata dalle buone suore che, in quel contesto difficile, riuscivano a garantire a quella masnada di bambini cenciosi la sopravvivenza materiale, cibo, cure mediche, un alloggio.

“ Basta questo a un bambino? Bastano le cure materiali o ci vuole anche l’affetto di una madre?”

Me lo chiedevo per la prima volta in vita mia. Mi era stato sufficiente quello che avevo avuto nel ricco occidente, la casa, le bambole, perfino la televisione? Per un attimo le mie certezze andarono in crisi. Ebbi un attimo di commozione e gli occhi mi s’inumidirono. Luca se ne accorse e aumentò leggermente la pressione del braccio sulla mia spalla, stringendomi a sé.  Naturalmente non avevo capito che piangevo per me, non per quei bambini.

Da quell’attimo di smarrimento, che fortunatamente non mi è più tornato, per darmi un contegno, chiesi alla suora:

“ Come mai l’avete chiamata Anna”

“Era la Santa del giorno in cui l’abbiamo trovata abbandonata davanti alla Chiesa. Avrà avuto cinque o sei mesi, non si può dire, perché era malnutrita”

“Malnutrita?”

“Sì, sottopeso, ma ora sta bene”

In effetti, anche se magra e scorbutica, la bambina stava apparentemente bene, come mi ero affrettata ad accertare alla prima occhiata. Non aveva malformazioni evidenti o piaghe e cicatrici.

“Per la cartella clinica potete parlare con il nostro dottore, più tardi, ma non ci sono problemi ” si affrettò a precisare la suora.

Anna, in effetti, è sempre stata sana: peccato che la sfacciataggine e la volgarità che poi avrebbe tirato fuori non si rilevano con le analisi del sangue.

Il nostro soggiorno proseguì nei colloqui con il dottore, con il prete e le altre suore.

Siamo stati alla missione quasi un mese, durante il quale la incontrammo  varie volte.

I bambini dell’orfanotrofio erano in tutto ottanta circa. I piccolissimi stavano in una nursery, una ventina erano quelli dell’età di Anna, gli altri, il gruppo più numeroso, andavano a scuola.

La Comunità, ben finanziata dalla Chiesa, dalle adozioni a distanza e da benefattori occidentali era, per gli standard africani, abbastanza ricca. Dovevi abituarti al caldo, alle mosche, stare attenta a non sporcarti, bere acqua solo dalle bottiglie, sorridere cordialmente a Suor Matilde e alle altre suore, alcune giovanissime e di colore, socializzare con il prete e con il dottore ma alla fine tutto andò bene. Sbrigate le faccende burocratiche, potemmo ripartire per la capitale e da lì riprendere l’aereo per l’Italia. Suor Matilde si offrì di accompagnarci. Mi sentii sollevata. Non me la sentivo di prendermi cura della bambina, in prima battuta, da sola, e poi avevo visto che, nonostante i vari incontri, lei non si fidava di noi. Durante il viaggio in jeep restò in braccio alla suora piagnucolando tutto il tempo. Prima di imbarcarci sull’aereo le detti un calmante che avevo chiesto al dottore. Lui, dopo qualche perplessità, mi aveva dato delle pillole. Così Anna dormì tutto il viaggio, immagina che imbarazzo se mi fossi ritrovata sull’aereo con una bambina di due anni piangente e strillante.

Arrivammo senza intoppi a Roma e poi a casa, con lei sempre intontita.

Iniziò un periodo che ricordo ancora con piacere.

Nonostante varie difficoltà, ce la feci a farla ambientare. Non conosceva gli spazi a dimensione di una casa, ma solo gli stanzoni e le camerate dell’orfanotrofio. Semplici rumori domestici, come quello della lavatrice, della radio o della televisione, la spaventavano. Grazie al cibo che le elargivo a profusione, me la feci amica. Prese a seguirmi per tutta la casa,  non le piaceva stare da sola in una stanza. Io ero in congedo dal lavoro e avevo assunto una tata, per avere qualche ora di cambio, durante il giorno.  Ne approfittavo  per andare in palestra o dal parrucchiere o a fare shopping. Non volevo diventare sciatta o disordinata.

Nel giro di pochi mesi, rassicurata e nutrita, Anna  si fece via via più audace nell’esplorare gli spazi e nell’usare i suoi giochi. Cominciò anche a dire qualche parola in italiano, al posto dei suoni gutturali del suo dialetto d’origine. Presto riuscì a fare tutte le cose che ci si aspetta da una bambina italiana di due anni.

I miei genitori e quelli di Luca erano subito venuti a trovarci, appena eravamo rientrati.

Mia suocera arrivò con il marito quasi subito.
Entrò tutta felice e, scostandomi di lato, per rendere il suo ingresso più plateale, esclamò

“ Dov’è?”

Si slanciò verso Anna che era in braccio a Luca e si esibì in una serie di gorgheggi, tipici degli adulti scemi quando hanno a che fare con bambini piccoli “ ma che bella bambina, che begli occhietti, che bei riccioli scuri”  e via rincretinendo.

Aveva anche portato una bambola di colore, molto politicamente corretta. Io non ci avevo proprio pensato. Le bambole che avevo comprato io erano bianche come quelle che avevo da piccola.

La porse alla bambina che la prese in mano. Si girò verso di me trionfante “Hai visto, le piace!”

“Già” commentai e poi, rivolta a Luca, che la teneva ostinatamente in collo, “ Mettila giù, può anche stare sulle sue gambe da sola, no?”

Più tardi arrivò anche mia madre, trascinandosi dietro mio padre.

Come al solito era vestita male: aveva addosso un abito di marca, da signora, ma aveva messo una giacca di lino grezzo che non ci si adattava, come tessuto e come taglio, e aveva ingaglioffito il tutto con scarpe basse un po’ vecchiotte (come notai subito) ma, tant’è, sarebbe andata così anche a un udienza papale.

Anna giocava sul tappeto in salotto con la sua nuova bambola negra. Luca era andato a fare il caffè per tutti, mia madre si era seduta su una sedia del tavolo da pranzo, un po’ in punta, senza poggiarsi allo schienale e senza togliersi la giacca. Mio padre era sprofondato in una poltrona.

Mia madre si esibì in alcuni commenti di circostanza “carina” a cui mia suocera rispondeva entusiasta.

Quando riuscì a rimanere sola con me, mi apostrofò con tono deciso

” Sei sicura di quello che hai fatto?”

“In che senso?”

“ A me sembra un azzardo, te lo avevo detto. Chissà di chi è figlia”

Non replicai, era quello che preoccupava anche me.

“ E poi, se lo vuoi sapere, sembra una scimmia, ecco”

“Una scimmia! Ma non dire stronzate e non farti sentire, per Dio”

“Se vuoi dico che è carina, ma sono tua madre e devo dirti la verità. Sembra un animaletto peloso. Quei capelli crespi, poi, sono un orrore.”

“Pensa quello che ti pare ma tienitelo per te” e bruscamente abbandonai la stanza, lasciandola da sola a ruminare la sua malevolenza.

Sapevo che non l’avrebbe mai accettata . Anche il silenzio di mio padre era significativo. La discendenza di sangue era importante per lui. Già aveva avuto la delusione di non avere un erede maschio, ci mancava una bambina di colore.

Sono sicura, anche se non l’ha mai detto, che l’arrivo di Anna era per lui un fatto insignificante, poco più che l’acquisto di un cane o di un gatto, la soddisfazione di un capriccio femminile

“Si sa come sono le donne”, avrà pensato.

Per me come ho già detto, cominciò comunque un periodo felice.

Seguivo con soddisfazione i suoi progressi ed era divertente vederla giocare. Se non combinava guai, tipo rompere qualcosa, o mettersi stupidamente in pericolo tentando , che ne so, di arrampicarsi su un armadio come se fosse un albero, era carina. Ho sempre ammirato l’inesauribile capacità dei bambini di riprodurre un gioco all’infinito. Anna costruiva una torre con i dadi, la buttava giù, rideva felice, e poi la ricostruiva e la distruggeva di nuovo.

Mangiava e dormiva tranquillamente. Se aveva incubi a causa dalla sua vita precedente, né io né Luca, che la sorvegliava attentamente con la costanza di un cane pastore con il gregge di pecore, non ce ne siamo mai accorti.

L’igiene personale è una cosa che curai accuratamente. Le insegnai subito a essere autonoma nell’uso del bagno e fui inflessibile nel farle imparare a lavarsi le mani e i denti, a pettinarsi la mattina. Non volevo che puzzasse. I suoi capelli ispidi mi davano qualche preoccupazione, erano un formidabile nido per pidocchi. Visto l’insuccesso con balsami e sciampo, comprai una piastra per i capelli e glieli lisciavo. Così era molto più in ordine.

Luca si dava da fare per aiutarmi. Dopocena, era lui che, di solito,  la metteva a letto, leggendole una storia e spiandola fino a che non si addormentava.

Quando era libero, la portava volentieri al parco, spingendola pazientemente sull’altalena o facendo girare all’infinito i seggiolini della giostra.

Ero contenta delle nostre uscite pubbliche. Quando la portavamo fuori insieme, ricevevo complimenti che m’inorgoglivano.

“Che bella bambina “ dicevano tutti, negozianti, altri genitori al parco, semplici passanti.

Suppongo che il fatto che fosse di colore, quindi palesemente adottata, spingesse la gente a un surplus di gentilezza ” poverina! Un’orfanella! Che bravi questi signori che l’hanno presa chissà dove”
I loro pensieri non detti rimbombavano nel mio cervello, mentre rispondevo a domande di circostanza.

“ Si chiama Anna”

“ Ha due, tre, quattro anni” “

“Di al signore come ti chiami”

“ Fai vedere con la manina quanti anni hai” (questo era un gioco che le avevo insegnato subito, perché quella sull’età è la domanda più prevedibile).

Ero orgogliosa come quando, da giovane, i maschi mi fischiavano dietro per strada.

Quelle attenzioni mi facevano stare bene.

Ero felicemente calata nella parte della brava e compassionevole signora che adotta un bambino, spinta da carità cristiana. Una vera soddisfazione.

Lo stesso succedeva quando ricominciammo ad avere un po’ di vita sociale e la portavamo a casa di amici o invitavamo gente a casa.

Era tutta una lode.

Ero attentissima a sollecitare e ricevere pubblici riconoscimenti della mia bravura.

Dio solo sa quanto ho speso in vestiti, scarpine, sciarpe, fiocchetti.

La sua pelle scura reggeva bene qualunque colore. Il rosa, che sarebbe morto su una bambina pallida e bionda, su di lei scintillava impreziosito. Il rosso la esaltava, il bianco creava un bel contrasto con il suo colorito scuro. Qualunque cosa le stava bene.

L’avevo educata accuratamente perché evitasse in pubblico i capricci mostruosi che spesso si vedono spesso  fare ai bambini.

Fin da subito avevo usato la tecnica del bastone e della carota. Non fraintendete, però, la parola bastone. Ovviamente non la picchiavo, ci mancherebbe, non sono mica un mostro. Mi limitavo a qualche strattone per farle capire che quello che stava facendo non andava, a qualche pizzicotto e sì, lo confesso, se non c’era nessuno in vista, qualche sculaccione, ma solo sul sedere. In compenso se faceva qualcosa bene, la ricompensavo , dandole un dolcetto o una caramella di cui era golosissima.

Insomma penso di essermela cavata bene nel tirarla su.

Luca era più morbido di me. Davanti ai suoi capricci cedeva subito, correva a prenderla in braccio e a coccolarla, dandogliene tutte vinte. Era una chioccia, non un padre.

Anche la scuola è stata un buon periodo.

Mi preoccupavo che fosse sempre in ordine: aveva gli zaini, i quaderni e gli astucci che andavano di moda e tutto l’occorrente per non sfigurare.

Le preparavo merende sane (niente merendine industriali), tipo frutta e yoghurt anche se lei protestava perché voleva altre schifezze da mangiare come snack e patatine .

Andavo a tutte le riunioni scolastiche, ai colloqui con le maestre, sono stata anche eletta rappresentante di classe.

La mia concorrente all’elezioni era stata una certa Ombretta. Portava i capelli lunghi come se fosse una ventenne ma andava verso la quarantina ed era  capace solo di parlare di educazione alla pace e alimentazione vegana, una spostata a cui erano andati pochissimi voti.

Anna era intelligente e riusciva a fare i compiti senza problemi. Imparò a leggere e a scrivere come tutti gli altri bambini, nei tempi previsti .

Mi assicuravo sempre che facesse i suoi compiti a casa e non le permettevo di giocare fino a quando non aveva finito.

Le maestre erano contente .

“ Una bambina intelligente” mi dicevano ai colloqui “Socievole, ben educata”.

Tutti complimenti: anche in questo caso potevo immaginare i loro pensieri, quello che non dicevano ma che restava implicito “ intelligente per essere una della sua razza, adottata”, ma, nei loro comportamenti e nelle parole veramente dette, per essere sincera, non ci fu mai un’ombra di razzismo.

Anzi, secondo me, erano anche più indulgenti con lei che con gli altri bambini, proprio per fugare qualsiasi dubbio di discriminazione.

Una delle prime maestre con cui ho parlato, durante un incontro, aveva morbosamente tentato di indagare sulla vita in Africa di Anna.

Non avevo potuto darle soddisfazione. Anch’io non ne sapevo nulla, ignoravo perché fosse stata abbandonata, a pochi mesi, sul sagrato della chiesa e da dove venisse. Non avevo notizie di stupri, guerre o altri orrori su cui speculare, con spirito da voyeur, come voleva fare, ne sono sicura, quell’insegnante.

L’argomento adozione fu abbandonato presto e da lì in poi furono solo lodi per i suoi progressi, per il felice inserimento, ecc,ecc.

Ricordo con soddisfazione la prima letterina di Natale.

“Cari papà e mamma, vi auguro un felice Natale. La vostra Anna”

Il biglietto, frutto, secondo me, del lavoro delle maestre più che di quello dei bambini, era stato fatto su cartoncino bristol. Sul davanti c’era appiccicata una polverina d’argento che componeva alcune stelline e varie ghirlande. Carino.

Ora che mi ricordo quello dell’educazione religiosa fu fonte di discussioni fra me e Luca.

Lui non era molto religioso, come aveva dimostrato anche per la faccenda del  matrimonio in chiesa, e si era messo in testa che non dovevamo forzare la bambina a una cultura religiosa che non le apparteneva. Avrebbe scelto da grande.

“Prima di tutto è stata cresciuta da delle suore cattoliche, non ti ricordi?” avevo obbiettato.

“ Sì, ma il cattolicesimo è stato imposto, dai colonizzatori  alle popolazioni indigene”.

Mi faceva impazzire quando si buttava sull’antropologico.

“E allora? pensavo “ Che cosa dobbiamo insegnarle, qualche rito voodoo o a pregare un qualche  Dio Scimmia?”

Questo non lo dissi, ovviamente, ma ero sinceramente convinta che le missioni cattoliche avessero portato un barlume di civiltà a quei selvaggi e che sarebbe stato utile educare Anna alla religione cattolica, per contrastare sue eventuali tendenze primitive.

Dio sa quanto avevo ragione , sulle tendenze primitive, intendo.

Sull’argomento “religione” furono fatti vari consulti familiari, fu anche interpellato il pediatra e, alla fine, prevalse la tesi che fosse meglio integrarla, facendole fare l’ora di religione, la comunione, la cresima e tutto quello che facevano gli altri.

“Per non creare un gap esistenziale alla bambina” come disse mia suocera. “ Ecco!” dissi io.

Forte di questo avvallo, Anna ricevette una normale educazione cattolica come tutti gli altri bambini italiani.

Quando arrivò il tempo della comunione, organizzai una bella cerimonia, non dico come il mio matrimonio, ma quasi.

Anna, nella sua tunichetta bianca, faceva un’ottima figura. Per il suo colore nero spiccava in mezzo alle altre e, come ho già detto, il bianco, le donava.

Dopo ci fu, in un ristorante di moda, il rinfresco, che avevo minuziosamente pianificato, con pizzette, sandwich e una torta a tre strati, con la glassa bianca, decorata a fiorellini e con la scritta auguri. Avevo assunto uno dei migliori animatori della città per tenere buoni i bambini. Tutto andò benissimo, anche se, a un certo punto della festa, vidi Anna, in un angolo, che cercava di togliersi una macchia di aranciata dal vestito, strofinandola rabbiosamente.

“Ferma! Cosa hai fatto?”

“Non sono stata io, è stata Corinna a macchiarmi. Mi ha chiamato negra e mi ha rovesciato l’aranciata addosso”

“ Va bene, vai da quella cameriera, quella laggiù, vedi? E fatti portare nei bagni. Lei ti aiuterà a pulire la macchia con il sapone, magari hanno uno smacchiatore. Quando torni fuori non dare soddisfazione a nessuno, fai finta di nulla e sorridi, mi raccomando. Io torno fra le altre mamme e parlerò con la madre di Corinna per farle sapere come ha educato male sua figlia, a rovesciare aranciata addosso agli altri”.

Non mi preoccupai eccessivamente, gli episodi in cui i bambini l’avevano discriminata erano stati veramente pochi – dubito che i bambini siano razzisti – e alla madre di quella maleducata preferii non dire nulla, per non sciupare la festa.

I problemi più grossi cominciarono però alle medie e con la comparsa delle mestruazioni.

Il ciclo le venne  la prima volta che non aveva ancora compiuto undici anni.

Lei corse da me, come avevo fatto io con la Gina, spaventata da quel sangue strano nelle mutandine. Restai sconcertata, non le avevo detto nulla di sviluppo o cose simili, non me ne  aspettavo una comparsa così precoce, anche se avevo visto qualche cambiamento nel suo corpo, come un accenno di seno e qualche peluria.

Imbastii in fretta un discorso sulla normalità della faccenda e le consegnai degli assorbenti spiegandole cosa fare.  Per fortuna non c’erano più i pannolini di cotone come quando era successo a me!

Telefonai al pediatra che mi rassicurò, con un discorso sui tempi, ogni persona ha i suoi, insomma era tutto normale.

A me restò l’idea che la precocità dell’evento fosse dovuta alla razza, anche se il dottore non aveva detto nulla a riguardo. E’ risaputo che le negre sviluppano prima delle donne occidentali.

Quando arrivò Luca, lo informai dell’accaduto. Dovevamo dirle qualcosa sul sesso, ora che era potenzialmente feconda. Non sapevo da che parte cominciare. Viste le mie difficoltà, Luca si offri di parlarle ed io ne fui sollevata. Non capì subito che i discorsi sul sesso, fatti da lui invece che da me, avrebbero gettato, fra loro due, il seme di una complicità che avrebbe dato, in seguito, cattivi frutti.

Non avevo mai pensato ad Anna cresciuta. Il suo sviluppo infrangeva l’immagine di lei bambina, simpatica e civettuola, da portare in giro ben vestita e infiocchettata.

Non avevo immaginato il suo futuro, prima di adolescente e poi di donna, sposata (e chi se la prendeva?) e magari madre a sua  volta con dei figli che sarebbero stati mulatti, al meno che non trovasse un marito negro, cosa che mi sembrava difficile in Italia.

L’idea di diventar nonna di nipoti di colore mi dava veramente fastidio.

La mia vecchiaia, all’improvviso, mi parve pericolosamente vicina. Avevo pensato che, al momento giusto, avrei messo i miei in una Casa di Riposo. Già sentivo gli strilli di mia sorella, ma pazienza. Avevo previsto il loro declino, non il mio.

Luca, quella sera, si chiuse in camera con Anna. Ormai non le leggeva più i libri di fiabe, ma aveva conservato l’abitudine di passare un po’ di tempo con lei la sera, dopocena. Li sentivo sempre ridere e scherzare.

Aspettai ansiosa che lui mi dicesse come se l’era cavata .

“Come me la sono cavata? Bene, il sesso è una cosa naturale. Le ho spiegato come nascono i bambini, a grandi linee, naturalmente. Lei sapeva già la differenza fra un uomo e una donna e ha capito”

“ Come faceva a sapere la differenza?”

“ Quanto sei scema.  Mi ha visto nudo, qualche volta, e i bambini di oggi non sono mica ignoranti com’eravamo noi ai nostri tempi, sanno più di quanto non t’immagini”

“ Le hai detto di tenersi alla larga dagli  uomini, per non restare incinta?”

“ Le ho parlato di amore e di affetto, di rispetto reciproco fra uomo e donna, non potevo farle discorsi intimidatori.”

“ Ma quale intimidatori. E’ per metterla in guardia o vuoi che ci resti incinta a undici anni?”

“ Senti, io ho fatto del mio meglio. Se non ti sembra abbastanza, potevi parlarci te: in fondo è un discorso da madre a figlia, non ti pare?  ma si sa come sei tu, non vuoi problemi ma solo cose perfette”.

Non replicai per non litigare e forse, tutto sommato, sui discorsi da donne aveva ragione lui, ma mi guardai bene dal dargli questa soddisfazione.

Nei giorni seguenti mi affrettai a integrare il discorso di Luca, con un po’ di sano terrorismo e parlai ad Anna dei rischi di restare incinta, della vergogna di avere figli fuori del matrimonio e dei problemi che questo avrebbe creato a una giovane come lei.

Anna sbocciò rapidamente. I seni, che erano appena accennati , s’ingrossarono tanto che mi toccò comprarle dei reggipetti, a pois, a righe, di prima misura, ma sempre reggipetti.

Il suo modo di muoversi cambiò: non camminava, ancheggiava, si muoveva sulle sue gambe slanciate come se avesse sempre i tacchi, anche se era a piedi nudi. Passava ore allo specchio, non le andava bene quello che le proponevo di mettersi. Voleva magliette strette e corte che lasciassero scoperta la pancia,  gonne raso passera, pantaloncini corti che sembravano culotte.

La mattina erano discussioni estenuanti. Qualche volta cedevo per sfinimento “Va bene, vai in giro come una puttana, allora”

A scuola avevo avvertito le insegnanti della comparsa delle mestruazioni.

Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare. Era la prima volta che mi capitava una convocazione così e non mi aspettavo nulla di buono.

Fui ricevuta dalla professoressa di lettere, una bella signora di cui avevo sempre ammirato l’eleganza, con un caschetto di capelli con delle mèches e un trucco leggero, perfetto anche dopo ore di scuola.

“Signora, il rendimento di Anna sta calando. La bambina è sempre inquieta, c’è qualcosa che non va. Saremo costretti a metterle varie insufficienze”.

Anch’io l’avevo vista distratta e svagata. Invece di studiare, ascoltava in continuazione la sua musica favorita con le cuffie in testa. Sembrava che, per lei, non ci fosse nulla di più importante che ballare frenetica, in camera sua.

Con la professoressa tentai una difesa d’ufficio. Le ricordai il recente sviluppo di Anna, di cui le avevo avvisate, invocai la comprensione per la povera orfana adottata che sempre aveva accompagnato il suo percorso scolastico.

“ C’è anche dell’altro.”

“Cos’altro può esserci? “ mi chiesi, sulle difensive.

“Le pare appropriato che una ragazza di quest’età si trucchi?”

Restai sdegnata dall’insinuazione che era implicita nell’osservazione, come se io lo sapessi.

“ Certo che non è appropriato” protestai con veemenza “ Io non la mando certo fuori di casa truccata.”

“Signora, qui Anna arriva a scuola impiastricciata, con rossetto e ombretto”

Troncai il discorso, protestando la mia ignoranza e la mia innocenza, assicurandola che avrei cercato di capire. Ma avevo capito bene cosa era successo. Era evidente che la ladra aveva rovistato fra i miei trucchi e sottratto cose che poi si metteva quando usciva.

Tenevo ombretto, rossetto, creme in delle piccole ceste in bagno, un po’ alla rinfusa, e facilmente poteva essermi sfuggita la sparizione di qualcosa.

Mi aveva messo in mezzo.

Inorridita, esposi la situazione a Luca. Lui tentò di difenderla, sorridendo come se fosse compiaciuto “ Non è più una bambina, è una piccola donna e sta facendo le sue prove di femminilità .” Poi mi rivolse la solita sfilza di “ Stai calma, non ti agitare, non fare tragedie” ma alla fine dovette ammettere che il furto, fare le cose di nascosto e il calo di rendimento scolastico non andavano bene. Concordammo una punizione: niente paghetta e niente visite da amiche per un mese.

Luca si offrì di andarle a parlare, comunicandole quello che avevamo deciso, ma posso immaginare che l’avrà detto in tono dispiaciuto, quasi scusandosi.  Non era in grado di fare il padre autoritario e severo come ci sarebbe voluto.

Trovai due ragazze universitarie che venivano a darle ripetizioni di matematica e d’inglese; all’italiano avrei provveduto io. Ero più che in grado, anche se Luca aveva avanzato dei dubbi, sostenendo che io mi spazientivo quando l’aiutavo a fare i compiti e che pretendevo troppo dalla poverina, senza riuscire a farle apprezzare lo studio, anzi facendoglielo odiare. Insomma era colpa mia se lei non studiava volentieri.

Le insufficienze scolastiche furono recuperate ma non era che l’inizio, la scuola era solo la punta di un iceberg.

Ancora oggi, a distanza di tempo, non riesco a pensare a quello che stava succedendo sotto il mio naso senza sentirmi disgustata, presa in giro e arrabbiata.

La puttana aveva gli ormoni in circolo. Era evidente: il trucco, gli ancheggiamenti erano tutti segnali che lei cercava maschi. In particolare i suoi richiami erano lanciati all’uomo che più aveva a portata di mano, il più vicino, il più stupidamente vulnerabile per l’affetto che provava da sempre per lei, cioè, ça va sans dire, Luca, suo padre, anche se padre è una parola grossa. Chissà da che negro era stata sputata fuori quella lì.

Una volta l’ho sorpresa che gli si buttava addosso. Luca era seduto sul divano, in salotto. Lei gli si è messa a cavalcioni, con le ginocchia sul divano e il culo sulle sue gambe e gli saltellava in grembo.

“ Papà, ho fatto pace con Sonia” cinguettava. Sonia era la sua amica del cuore, con cui litigava, per delle cavolate, un giorno sì e uno no.

Per esprimere la sua felicità si agitava tutta; di fatto si stava esibendo in un su e giù da amplesso.

Luca era fermo, immobile, con le braccia lungo i fianchi, il ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte senza che lui facesse un gesto per spostarlo, sulla faccia aveva stampato un sorriso ebete.

I nostri sguardi si sono incrociati, allora si è come scosso, l’ha sollevata e messa di lato sul divano e si è alzato “ Sono contento per te, tesoro. Ora fammi alzare, che così mi stronchi” e se n’era andato nel suo studio, dove di solito né io né lei entravamo.

La sera ho provato a parlargli dell’episodio.

Eravamo a letto, finalmente in pace, da soli. Lui stava leggendo. Io, con la mia elegante camicia di raso azzurro, a cui avevo negligentemente lasciato due bottoni slacciati davanti, gli ho fatto notare quanto fosse stato sconveniente il comportamento della zoccola.

“ Che dici? Cosa c’è di male! Era contenta per la sua amica, come sempre vedi il male dappertutto e non hai capito nulla”

“ Perché, secondo te, è normale salterellare su e giù su  un uomo come se fosse un amplesso?”

Nella foga dell’arrabbiatura. avevo smarrito il mio linguaggio di solito forbito, ma era quello che pensavo e la parola cazzo mi era uscita di bocca di getto, come uno spruzzo di vomito.

“ Ora basta, non farmi incazzare. Sei morbosa. Era solo contenta, ti ho detto, e lo manifestava in modo infantile,  che diamine!”

“Fai finta di non capire? Ti ho visto, sai, eri imbarazzato anche te, non puoi negarlo”

“Ora basta!” Chiuse il libro, prese il guanciale e se ne andò sul divano. Era evidente che il senso di colpa per l’eccitazione che sicuramente aveva provato – non poteva negarla – lo rendeva incapace di ragionare.

Un’altra volta l’ho trovato fermo in corridoio, con una mano sulla maniglia della cameretta di lei. La porta era solo accostata.

Dalla stanza usciva, altissimo, il suono di una di quei pezzi di rock duro,  ritmato, che le piacevano tanto.

Dalla porta si poteva vederla di spalle, assorta nella danza, che si agitava come una tarantata, incurante di essere in reggipetto e mutandine, che dico mutandine, in tanga con un nastrino minuscolo di stoffa che le spariva fra le chiappe.

Ormai metteva solo roba così perché non voleva che sotto i pantaloni, attilatissimi, si vedesse il segno . Avevo acconsentito, perché, in effetti, trovo volgare che si intravedano le mutande, sotto gli abiti, ma, santo cielo, non avevo pensato che potesse mettersi a ballare con solo un tanga e un reggipetto addosso.

Era uno spettacolo ipnotico: sembrava che la musica la traversasse dalla testa ai piedi, alzava e abbassava prima una spalla e poi l’altra, roteava la testa. A tutti gli effetti era una danza tribale.

Il suo sangue nero stava prendendo il sopravvento sull’educazione che le avevo dato. Quando si accorse di avermi alle spalle nel corridoio, Luca si girò verso di me “ Chiudo, perché la musica è troppo alta”

“ Un corno chiudo”, pensai, ” non stavi chiudendo la porta, eri lì imbambolato a goderti lo spettacolo” “Chiudi, sarà meglio” mi limitai a dire. Lui non fece cenno di avere colto il rimprovero implicito nelle mie parole.

Si allontanò in fretta e non mi diede il tempo di aggiungere altro. Lei non stava facendo un innocente balletto, ma si era esibita in uno spettacolo di spudorata primitiva sensualità e lui aveva gli occhi come me, aveva visto anche lui quello che avevo visto io.

I miei tentativi di fare notare a Luca il pericolo e di non farlo cadere nella trappola della sgualdrina cadevano nel vuoto.

“Uomo avvisato, mezzo salvato”, come diceva sempre mia madre.

Ma non ci fu modo: lui continuava a negare l’evidenza, era già irretito e sedotto, credeva di essere libero ed era come una mosca nella tela del ragno.

“Che dici! Cosa vai a immaginare? Datti una calmata. Non è vero nulla, smettila, mi fai incazzare” erano le frasi tipiche che mi rovesciava addosso, in cambio dei miei sforzi di allertarlo.

Pensai di affrontare lei, visto che con lui non arrivava a nulla.

“ Non fare la puttana, vestiti, non girare in casa mezza nuda, non sta bene, non dimenarti, stai composta, non sederti a gambe larghe, ti si vedono le mutande, specie con codesta gonna corta “ ma era come cercare di arginare un fiume che tracima. Lei scrollava le spalle, ridacchiava e continuava a fare come le pareva e io collezionavo una serie di “ non mi rompere, non è vero. Uffa, che palle”.

Non volli approfondire oltre e non volevo darle la soddisfazione  di dirle che sapevo quale era il suo obiettivo reale.

Ho masticato impotente odio e disgusto. Avevo la certezza che, approfittando di qualche mia assenza, i due l’avessero già fatto. Ne ero sicura, era così, stavano scopando nella mia casa, magari nel mio letto, nelle mie lenzuola, forse usano gli asciugamani per pulire ripulirsi di liquidi e umori, perché non trovavo tracce di sperma o altro.

Avevo visto le lenzuola del letto di lei macchiate di sangue, ma non potevo sostenere che fosse sangue di una deflorazione e non flusso mestruale. Non avevo prove, ma molte certezze.

Non mi ricordavo di quanto sangue avessi perso io la prima volta perché con Luca eravamo in un prato e non mi ero dovuta preoccupare che si fosse macchiato qualcosa.

Tutto poteva essere. Mi stavano cornificando.

L’intimità fra loro cresceva , c’era una complicità affettuosa fra i due, qualcosa di allegro e sorridente che li legava.

Bacini, risatine, paroline.

Una sera lui si era infilato in camera sua per la buonanotte . “Sì la buonanotte , lo so io di che buonanotte parla quella lì”, come faceva fin da quando era piccola.

Li sentivo parlottare. Ho aperto la porta – chiusa- e ho visto con i miei occhi lui sdraiato sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, lei rannicchiata accanto a lui, la testa nell’incavo dell’ascella, una gamba stesa di traverso sulle sue e il braccio sul suo ventre, potrei quasi giurarlo una mano all’altezza della patta dei pantaloni, forse solo un centimetro più su.

Lei ridacchiava, lui sorrideva beato.

“Che vuoi?” mi ha detto sgarbatamente Luca.

Lei ha riso più forte.

“Nulla” ho richiuso la porta e ho capito che dovevo fare qualcosa.

Ci ho pensato a lungo e poi l’altra mattina ho agito, ma d’impulso.

Non ne potevo più, non sono riuscita a controllarmi. Sono molto pentita di quello che ho fatto.

Dovevo studiarla meglio, se mi fossi dato più tempo, avrei potuto inscenare un suicidio, fare credere che fosse entrato qualcuno, un albanese o un rumeno, in casa e invece nulla, maledetta ansia. La rabbia mi ha accecato; i sentimenti rendono stupidi. Bisognerebbe sempre ragionare con calma e freddezza. Ho fatto così per una vita ed è sempre andato tutto bene. Ho controllato il disgusto per mia madre, l’insofferenza per mio padre, la noia per mia suocera, il disprezzo per Luca. Ho fatto finta di essere cordiale con persone di cui non mi fregava nulla, insomma sono sempre stata all’altezza delle situazioni e vado a commettere un omicidio “ beh, diciamo meglio, un’autodifesa” con un testimone in casa, la domestica che si è messa a urlare come una cretina.

Imperdonabile, ma è tutta colpa di quella puttana, quando l’ho vista sul letto che dormiva ancora – la vacca avrebbe dovuto già essere sveglia per andare a scuola – ho avuto un sussulto.

Era veramente bella, una bellezza acerba ma promettente, con la pelle scura lucida, le gambe lunghe e affusolate, fuori dai pantaloncini corti del pigiama.

L’ho guardata come l’avrebbe guardata un uomo, come sicuramente l’ha guardata Luca.

Ho sentito un languore al basso ventre, lo stomaco in subbuglio. Ho fatto quello che dovevo fare.

Che dice dottore, posso invocare l’infermità mentale?

Forse è meglio che parli di voci, sì, ora mi ricordo , l’ho detto anche a quel poliziotto, ho sentito delle voci e ho ubbidito , come Abramo nella Bibbia.

Ho seguito la voce di Dio che mi diceva

“Uccidila!”

E così ho fatto. Pensa che sia pazza, dottore?

 

 

 

 

Trascrizione delle sedute di Donata B. per la perizia psichiatrica disposta dal giudice nel procedimento penale a suo carico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere di Firenze

30 ottobre 1996

Assolta la madre omicida.

Donata B, protagonista l’anno scorso dell’ efferato omicidio della figlia adottiva Anna è stata prosciolta dalle accuse per infermità mentale. La signora ha sostenuto di avere sentito la voce di Dio che le ordinava di uccidere la ragazzina, a cui a detta di tutti, era molto affezionata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Pascoli

Tema in classe di Anna B.

 

Titolo

Descrivi cosa hai fatto domenica

Svolgimento

Domenica io, mio padre e mia madre siamo andati a pranzo dai nonni.

C’erano la nonna e il nonno, mia zia non è potuta venire perché la domenica fa la volontaria al canile. Una volta sono stata a trovarla: ci sono tanti cani, di tanti tipi, grandi e piccoli, lasciati lì dai loro padroni che non li vogliono più, in attesa di una nuova famiglia.

Alcuni mi sono piaciuti, ma quelli grandi e grossi che abbaiavano mi hanno fatto paura. Mio padre mi ha preso in braccio, dicendomi che erano in gabbia e che non potevano farmi nulla.

A pranzo dalla nonna ho mangiato spaghetti al pomodoro, arrosto con le patate e torta di mela, tutto preparato dall’Anita, una signora peruviana che sta in casa con loro, per aiutare la nonna.

Noi avevamo portato un vassoio di bignè crema e cioccolata. La mamma si è voluta fermare a un bar a comprarli perché “ non si arriva in una casa a mani vuote”.

Così c’erano due tipi di dolci ed io ero molto contenta perché mi piacciono molto. La carne invece mi piace un po’ meno e volevo lasciarla, ma la nonna mi ha detto che non sta bene e che dovrei pensare ai bambini meno fortunati di me che in Africa muoiono di fame.

Mia madre ha detto alla nonna “ Ma ti pare il caso?”

Mio padre è rimasto per un attimo con la forchetta sospesa a mezz’aria, immobile.

Ho finito quello che avevo davanti. così nessuno si è più arrabbiato.

Dopo pranzo la nonna è andata in camera a riposare perché era stanca.

Il nonno si è messo alla TV a guardare la partita. Anche la mamma si è messa su una poltrona in salotto.

Io e mio padre siamo scesi al parco vicino alla casa dei nonni. Lui mi ha spinto sull’altalena ha fatto girare velocissima la giostra tanto io sono grande e non ho paura come i bambini piccoli.

Abbiamo giocato a palla rilanciata che è un gioco che mi piace molto.

Poi siamo tornati a casa.  Con la mamma ho fatto i compiti, poi ho guardato la televisione ma solo un’ora, perché i miei genitori non vogliono che la guardi tanto. Abbiamo cenato e sono andata a letto. Il babbo è venuto a darmi la buonanotte e abbiamo riso ripensando a quanto girava veloce la giostra.

Così ho passato la mia domenica.

 

 

 

 

 

A propria immagine e somiglianza

 

 

 

“Che cosa hanno da agitarsi tanto? Perché non fanno un po’ meno rumore, fra tutti? Sono così fastidiosi”.

Donata tenta di rilassarsi in mezzo al caos; stringe le mani in grembo e dalla sua postazione, seduta sulla poltrona, sbircia la scena, socchiudendo gli occhi.

La finestra è aperta: un leggero alito di vento fa ondeggiare le tendine con stampata sopra la stupida faccetta sorridente di Hello Kitty.

Due uomini in divisa scattano foto.

I paramedici richiudono l’attrezzatura. Anastasia, la donna di servizio, pallida come un cencio, è rincantucciata in un angolo.

Sul letto Anna: un braccio e una gamba cadono di lato.

Donata non ne vede il viso, ma solo, da dietro, la testa ricciuta con i capelli ispidi e neri; indossa il suo pigiama favorito a fiorellini rosa, con i pantaloni corti e la canotta. La tenuta da bambina non oscura la prepotente sensualità delle forme: la maglietta tira sul petto, la pelle nera brilla nella luce.

A soli dodici anni, di fatto, è già una donna: snella, flessuosa, seducente.

“Come eri bella! Eri proprio bella, maledetta stronza!” Donata sta dando, dentro di sé, libero e silenzioso sfogo al suo odio.

“Te la sei voluta! Così impari a rovinarmi la vita. Avrei dovuto saperlo che non era una buona idea portarti nella mia casa. Nessuno mi ha avvertito; tutti lì a incoraggiarmi e a farmi i complimenti per una decisione così altruista. Colpa di quel buono a nulla, incapace. Mezza sega di uomo, nemmeno adatto a mettere al mondo un figlio.

Se lo avessi saputo che mi allevavo la serpe in seno. Ma come potevo prevederlo? Poteva anche essere una buona idea dopotutto. Avevo sentito tante storie felici, letto tanti libri sulle adozioni. Specchietti per le allodole ed io ci sono cascata. Sarò madre, sarà bello, sarà facile e divertente, e di soddisfazione. Un corno di soddisfazione! S’è visto! E’ stata un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita.

L’agente le si avvicina e tenta di scuoterla e di farla parlare.

Da quando lui e il suo collega sono entrati, la donna è restata seduta sulla poltrona, le braccia conserte, assente, con gli occhi chiusi.

La scuote per le spalle e le urla “ Che cosa ha fatto?”

“ Cosa ho fatto?”

Donata ha sentito la domanda ma non risponde  “Nulla, cosa vuoi che abbia fatto?  Non lo vedi da solo, cretino? Ho preso un cuscino e l’ho soffocata. E’ stato facile perché dormiva ancora; lei non aveva mai furia, meno che mai la mattina per andare a scuola. Figurarsi cosa gliene poteva importare di studiare. Andava a scuola solo per sculettare in faccia ai professori e ai ragazzini, e per ridacchiare con le sue amiche. Ecco quello che faceva.”

L’agente insiste.

Donata sta decidendo se rispondere o lasciarlo fare. Magari ci starebbe bene una frase tipo “Voglio un avvocato” come nei polizieschi americani. Decide di dire qualcosa così magari lui smette di infastidirla. L’ira è sbollita, lasciandola inerte e svuotata. Apre gli occhi, guarda l’agente “ Sono stata io. Ho preso il cuscino e l’ho soffocata”.

Spera che questo basti e si riabbandona al proprio torpore.

Di nuovo domande.

“Perché l’ha fatto? Si rende conto che ha ucciso una bambina?” L’uomo la fissa chiedendosi se lei possa sentirlo.

Non pensa di cavarne nulla ed è anche arrabbiato per la morte di una ragazzina dell’età di sua figlia.

All’improvviso la donna ricomincia a parlare “ Era posseduta da spiriti cattivi. Ho dovuto farlo per liberarla. Ora è in pace.”

“Ah, ok” esclama l’agente. “Caso chiuso. Questa è matta” “Infermità mentale, ci penseranno gli psichiatri”.

Donata sghignazza dentro di sé, soddisfatta della propria uscita. “Questa degli spiriti è geniale. Forse ora mi lasceranno in pace”.

E’ comodo avere dei demoni cui dare la colpa. E’ proprio quello che ci si aspetta in questi casi. La frase giusta!

Comodo, forse anche vero ma in altre circostanze. Perché quella lì, lei in persona, era un demone, altro che posseduta. E’stato un bene liberarsene prima che crescesse troppo, allora fermarla sarebbe stato impossibile. E invece ce l’ho fatta, sul filo del rasoio, appena in tempo, ma ce l’ho fatta. Forse avrei dovuto farlo anni fa, ma, in fondo, lei, prima, non era così insopportabile.

Per un po’ siamo anche state bene insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto un’infanzia felice.

Ricordo che nella strada dove abitavamo, siamo stati i primi ad avere una televisione. Stava dentro un mobiletto di legno lucido, bombato: le ante si aprivano e compariva lo schermo.

La prima cosa che ho visto è stato un telefilm di Rin Tin Tin, l’eroico cane lupo che salvava il suo padroncino da varie situazioni pericolose, fra il plauso dei soldati. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il bambino fosse un trovatello, adottato dal reggimento di stanza al forte.

Avevo un orsacchiotto di pezza che si chiamava Teddy. Era il mio portafortuna.

L’ho trascinato per la casa in lungo e in largo. Gli occhi erano due bottoni che gli erano stati riattaccati più volte, la stoffa di cui era ricoperto era diventata sudicia e macchiata.

Un giorno non l’ho più trovato e mia madre diceva di non saperne nulla.  Solo molti anni dopo ho capito che doveva averlo buttato via.

Dietro la casa c’era un giardino. Non c’erano aiuole o fiori, perché mia madre non voleva occuparsi di giardinaggio. Il terreno era ricoperto di ghiaino, c’erano un’altalena e due begli alberi da frutto su cui potevo arrampicarmi. Il nostro spazio confinava con un orto e un piccolo allevamento di conigli e galline, curato da un anziano signore. Scavalcando la rete di recinzione potevo entrarci facilmente e sbarbare carote o ravanelli oppure strappare dalle piante pomodori, zucchine, melanzane. Il proprietario incolpava sempre o gli uccelli o la banda di ragazzini del vicinato e non ha mai sospettato di me. Anzi, quando mi vedeva, mi regalava sempre qualcosa dicendomi di portarlo alla mamma.

Ero anche molto attratta dai suoi animali.

Le galline non erano facili da chiappare, ma con i conigli era un altro discorso.

Tentavano di rincattucciarsi in un angolo della gabbia ma, quando decidevo di prenderli, non avevano scampo.

Mi divertiva tirarli su per le orecchie. Li osservavo mentre scalciavano e si dimenavano. Cercavano stupidamente di liberarsi, ma li tenevo molto saldamente e non avevo nessuna intenzione di mollare la presa.

Una volta, uno di loro, scalciando, mi sporcò tutto il vestito.

“ Chi la fa, l’aspetti” come diceva sempre mia madre.

Con una corda lo appesi per il collo a un ramo basso e lo guardai contorcersi  fino a quando non si mosse più. Era morto stecchito. Lo rimisi nella gabbia.

Per giorni il vecchio si lamentò con tutti i vicini, non capacitandosi della morte dell’animale. Io ero soddisfatta: nessuno sospettava di me, l’avevo fatta franca.

Avevo anche delle bambole di celluloide.

Preparavo loro da mangiare, usando i coccini del loro corredo; i fili d’erba erano spaghetti, i sassolini pietanze, una susina il dolce.

Alle volte in giardino accendevo dei falò, con foglie e rametti, per cuocere le pietanze e fissavo affascinata le fiamme. Ancora oggi, come allora, sono molto attratta dal fuoco. In Tv mi piace guardare i film catastrofici del genere “Inferno di cristallo” e, d’estate, seguo sempre i resoconti degli incendi.

Con le  bambole immaginavo la mia felice vita futura di donna sposata. Loro erano le mie figlie obbedienti e perfette.

Le avevo educate bene.

Ne ero orgogliosa. Sarei stata un’ottima moglie e una brava madre.

Per prepararmi al futuro leggevo “L’enciclopedia della donna”.

Arrivava a casa in fascicoli, mi pare settimanali. C’erano tutti i suggerimenti perché la donna sapesse rendere orgoglioso il marito e diventare una provetta padrona di casa, che deve sempre sapere togliere ogni macchia, lucidare l’argenteria, offrire alle amiche il tè, ricevere impeccabilmente gli ospiti importanti.

Non potevo prendere esempio da mia madre: era sempre malata. Soffriva di terribili mal di testa. Passava intere giornate stesa a letto, con una pezzuola bagnata sulla fronte.

Eravamo benestanti e potevamo permetterci una donna di servizio che veniva da noi tutti i giorni, dalla mattina alla sera.

Gina, così si chiamava, era una persona forte e allegra, immigrata in città con il marito, in  cerca di lavoro e di fortuna.

In casa faceva tutto lei. Puliva, lavava, stirava, preparava il pranzo, mi alzava, mi vestiva e mi pettinava facendomi due belle treccine, mi accompagnava a scuola e veniva a riprendermi, mi teneva con sé in cucina e mi permetteva di aiutarla. Tagliavo le verdure, sbucciavo le patate, impastavo la farina, macinavo il caffè con il macinino e intanto la osservavo e imparavo. Ho imparato bene: infatti sono un’ottima cuoca.

Ho saputo, in seguito, che, lavorando a capo chino, lei e il marito erano riusciti a comprarsi una casa e a mandare il loro figlio all’università.

Nonostante i giudizi sprezzanti che dava di lui mia madre, è divenuto un medico stimato e ha fatto carriera.

Qualche volta veniva a fare i compiti da noi. Mia madre diceva che non capiva nulla, che era un figlio di contadini ignoranti e non avrebbe mai potuto andare lontano. Con ostentata bontà, pietosamente, si occupava, oltre che della mia, anche della sua istruzione, unica attività a cui qualche volta si dedicasse durante la giornata.

Una volta siamo andati a trovare Gina nella colonica sperduta in campagna, dove ancora viveva la sua famiglia d’origine. Puzzava di sporco: dalla stalla sotto l’abitazione saliva il tanfo dello sterco delle mucche, le stanze erano piccole e buie. Non c’era un bagno, ma una specie di buco in uno stanzino dove i bisogni venivano scaricati nella concimaia di sotto.

I suoi parenti ci accolsero con deferenza intimorita.

Eravamo signori, gente di città.

Nel viaggio di ritorno mia madre sottolineò tutti i particolari sulla sporcizia e sulla miseria che avevamo visto.

Io ricordo che ci avevano preparato dei dolci, dei pupazzetti a forma di uomo e di donna; gli occhi e la bocca erano fatti di confetti colorati. Mia madre ne mangiò sdegnosamente un pezzetto.

Non ho particolari ricordi di mio padre. Per me era quasi un estraneo. Usciva la mattina presto e tornava la sera. Non potevo salutarlo perché era stanco. Si chiudeva nel suo studio a fare non so cosa. Io cenavo prima di loro da sola e alle otto venivo messa a letto.

Mi tornano solo in mente le minacce di mia madre che lo usava come uno spauracchio.

“Se non stai buona, lo dico a tuo padre, stasera ”

Quando è nata mia sorella Letizia, avevo già dieci anni: fino a quel momento ero sempre stata da sola, unico arbitro e protagonista dei miei passatempi.

Il giorno del parto (ma di cosa si trattasse, non avevo idea) fui buttata fuori di casa.

La nonna Gilda che era arrivata assieme a un’altra donna, senza rivolgermi la consueta attenzione, mi disse di stare buona, mi fece sedere sui gradini esterni della casa, raccomandandomi di non muovermi e di non rientrare per nessuna ragione. Rimasi a lungo seduta lì; mi stavo annoiando. A un certo punto mi passò davanti Roberto, il figlio dei vicini. Mi guardò incuriosito perché normalmente non avevo il permesso di giocare per strada con gli altri bambini. Mia madre diceva che non stava bene che io mi mischiassi a certa gente del popolo.

Lui mi fissava un po’ troppo ed io, per mostrargli il mio disprezzo, gli feci una linguaccia. Quello mi si avvicinò e mi tirò una treccia.

Indignata, raccolsi un grosso sasso da terra e mentre si allontanava ridendo, glielo lanciai dietro con forza, centrandolo nella schiena. Il colpo lo fece barcollare. Sgattaiolai in casa veloce, chiudendo bene il portone prima che potesse tornare indietro. Restai nell’anticamera buia sperando che se ne andasse, preoccupata di avere disobbedito alla nonna.

La nascita di mia sorella mi deluse molto: ne avevo aspettato l’arrivo, ammirando estasiata le camicine, i vestiti, le scarpine di lana fatte ai ferri che Gina aveva sistemato in una cassettiera.
Avevo l’ambizione di farle da madre, ma dopo pochi giorni avevo cambiato idea.

Lei piangeva sempre, anche la notte, con urli insopportabili, sbavava e faceva una cacca puzzolentissima.

I suoi pannolini, lavati a mano da Gina, erano stesi in tutti gli spazi disponibili della casa.

Mia madre non faceva più i compiti con me e si lamentava spesso con la domestica:

“ Non ce la faccio più, non ho dormito stanotte, sono stanca”.

Ripeteva questo genere di frasi in continuazione.

Gina cercava di incoraggiarla, aveva sempre lei la piccola in braccio, la passava a mia madre solo per il latte e continuava a dire “Che bella bambina”.

Una volta ho cercato di giocare con la piccola. L’ho tirata su dalla culla e l’ho portata nell’angolo delle bambole per metterla  fra loro. Ma quella, appena messa per terra, non è rimasta, come mi aspettavo, seduta ma  si è ribaltata all’indietro, battendo violentemente la testa e mettendosi a strillare. Consapevole di avere infranto una regola che la nonna, Gina e la mamma mi avevano ripetuto più volte “Non la devi prendere in braccio da sola”, le misi una mano sulla bocca e la riportai nella sua culla.  Tentai di soffocarne il pianto perché non si sentisse, ma quella si agitava tutta e il cuscino che le avevo messo sulla faccia, scivolò di lato.

Gina arrivò di corsa in camera, pulendosi le mani al grembiule.

La guardai compunta e le dissi “L’ho sentita piangere e sono venuta a vedere”. Lei mi lanciò un’occhiata perplessa, ma non aveva prove contro di me, prese la piccola e si mise a cullarla fino a quando riuscì a calmarla.

Mi piaceva andare a scuola. Avevo un bel grembiule bianco, pulito e con un  fiocco colorato.

Grazie alla mia donna di servizio, io ero sempre in ordine ma alcune delle mie compagne di classe avevano grembiuli di una misura sbagliata, troppo grandi o troppo piccoli, rammendati o strappati e alle volte non mettevano nemmeno il fiocco.

Mi piaceva imparare, riempivo pagine di lettere, mi esercitavo per avere una bella calligrafia.

L’unico momento della giornata in cui mia madre stava con me, qualche volta, era il pomeriggio quando mi aiutava a fare i compiti e io le facevo  vedere com’ero diligente e attenta.

Ricordo quando mi sono venute le mestruazioni la prima volta.

Nessuno mi aveva detto nulla e pensai di essermi ferita, magari salendo su un albero in giardino o di essere malata. Visto che, nonostante i tentativi di pulirmi, il sangue non si fermava, andai preoccupata da Gina. “Non è nulla” mi disse “ è normale, vuole dire che sei diventata grande.”

Non capivo cosa volesse dire. Lei provò a spiegarmi che le donne grandi perdono  sangue una volta al mese. Non mi spiegò che questo aveva a  che fare con la riproduzione e tanto meno mi parlò di sesso.

Per tranquillizzarmi, mi portò in camera della mamma, prese dal cassetto dei rettangoli di stoffa e pazientemente mi spiegò come fare a indossarli.

Mi sentivo sporca e a disagio. Non avevo il controllo dei miei movimenti, avevo paura che i pannolini si spostassero o fuoriuscissero dalla mutandina.

Più tardi mia madre mi chiamò in salotto, era seduta in poltrona; con fare affettuoso mi fece, inaspettatamente, una carezza e mi disse “Sei diventata grande” e poi aggiunse “Comportati bene ora”.

Restai indispettita. “ Non mi ero sempre comportata bene ? “

A turbarmi ulteriormente già da un po’ di tempo avevano cominciato a spuntarmi peli dappertutto. Erano disgustosi.

Per un’estate, facendo impazzire di preoccupazione la Gina, mi rifiutai di mettermi camicette con le maniche corte e ne indossai solo con maniche lunghe, nonostante il caldo torrido.

Superate le scuole medie, fra gli elogi di tutti, mi sono iscritta al liceo classico.

Era un ambiente duro e competitivo. Alle scuole elementari e alle medie era evidente che io, rispetto alle altre compagne, ero la più ricca.

Al ginnasio non era più così. Lì tutti appartenevano alla buona borghesia cittadina e io non ero della loro cerchia.
Alcune mie compagne venivano a scuola in auto con l’autista, io prendevo l’autobus e scendevo una fermata prima per non farmi vedere su un mezzo così povero.

Ero stata invitata nelle case di alcune di loro, perché ero comunque fra le più brave a fare i compiti.

Guardavo le loro case: erano più grandi del posto dove stavo io , con mobili più belli, e quadri alle pareti. Le loro madri erano sorridenti, affettuose, ben vestite, anche di pomeriggio e non sprofondate con una vestaglia, in poltrona, come la mia.

Mi sentivo una specie di Cenerentola fra le sorellastre e la matrigna.
Dovevo rimontare.

L’occasione mi fu data dall’incontro con Luca: lui fu la mia arma per salire di status.

Ero una bella ragazza.

In autobus c’era sempre qualche mano che mi palpava il sedere e qualche vecchio porco che trovava il modo di strofinarsi, con la scusa di passare.

Non sapevo che tutto questo avesse a che fare con il sesso.

Credevo che i bambini si facessero baciandosi, fino a che la mia compagna di banco, smaliziata e impietosita, mi aveva spiegato come andavano le cose. Avevo assimilato scrupolosamente quei concetti sconosciuti e, soprattutto, avevo capito che i ragazzi volevano fare sesso e che le ragazze dovevano opporsi, anche se non proprio a tutto, se volevano farsi sposare.

Cominciai a sentirmi meglio. Avevo qualcosa da barattare per raggiungere i miei scopi.

Anche Luca era fra i più bravi della classe ma non era molto amato dai professori. Aveva idee proprie su molti argomenti e le esponeva appassionatamente, sia nei compiti scritti che durante le interrogazioni. Non era per niente diplomatico e non cercava minimamente di ingraziarsi gli insegnanti.

Ero andata qualche volta a fare i compiti da lui.

Mia madre approvava in pieno questa frequentazione, anche se andavo in casa di un ragazzo e non da un’amica. Alle volte mi accompagnava lei in macchina. Aveva preso la patente, cosa abbastanza insolita per una donna in quegli anni, ma diceva che andare in auto le risparmiava tempo e fatica.

La casa di Luca era una villa molto bella, nella parte più di prestigio della città, sulle colline.

Soprattutto era una casa colta. C’erano libri dappertutto e  una stanza della musica con un pianoforte. Alle pareti c’erano molti quadri, che però a me sembravano solo strappi sulla tela o prove di colore. Luca me ne  parlava  con entusiasmo, facendomi da Cicerone e ragionando di nuove tendenze pittoriche e di avanguardie.

Probabilmente riferiva discorsi dei suoi e di loro amici. Ascoltavo compunta, ma non mi convinceva.

Per me erano solo sgorbi e tali rimanevano anche dopo mille spiegazioni.

Quando mi faccio un’idea, resta quella.
Non sono una persona debole, che si fa influenzare facilmente.

Il padre di Luca era dirigente di una grossa multinazionale, in piena espansione. Sua madre lavorava come insegnante. Mia madre disapprovava che una donna, senza bisogno di soldi, lavorasse.

Il caldo entusiasmo con cui, durante le nostre visite, lei ci parlava del suo lavoro ci confermava che era una persona un po’ stravagante.
Per quanto si atteggiasse a signora, mia madre era comunque a disagio nella conversazione: l’altra parlava amabilmente di libri, di concerti, di teatro, rivelando una vita sociale e culturale di cui mia madre non sapeva nulla, anche se faceva finta di trovare quei discorsi interessanti.

Per rifarsi, durante i viaggi di andata o di ritorno, esternava tutto il suo disprezzo per una donna che non si dedicava alla famiglia. Dimenticava che anche lei, se non ci fosse stata Gina, non è che alla cura dei figli e della casa si fosse dedicata poi così tanto.

Luca mi aveva eletto a suo pubblico.

Durante i pomeriggi che passavamo insieme per fare i compiti, sfoggiava tutte le sue idee sul mondo. Faceva la ruota come i pavoni: l’esibizione di cultura era un rituale di corteggiamento ma, in tutta onestà, devo ammettere che né io né lui sapevamo in che territorio ci stessimo addentrando.

Durante quegli incontri io ero solo indispettita perché perdevamo tempo ad ascoltare dischi di musica classica noiosissimi o a leggere brani di autori russi che lui amava, ma non erano nel programma di letteratura. Leggerli era perfettamente inutile.

Poi c’era il capitolo ingiustizia nel mondo. Luca aveva le sue idee sulla lotta alla povertà e alla fame, sull’uguaglianza fra le persone e i popoli. Non lo capivo. Gina era povera: peraltro era l’unico povero che conoscessi .

” E allora” mi chiedevo “che male c’è ?”.

Per educazione, siccome non sta bene interrompere, lo lasciavo parlare. Immagino che lui si facesse l’idea che il mio silenzio era approvazione o addirittura condivisione. Pensava a noi come ad anime gemelle. Io controllavo di nascosto l’ora, calcolando mentalmente il margine che potevamo concederci prima di affrontare i compiti da fare.

Con il benestare delle famiglie, lui aveva organizzato dei giorni in cui andavamo al cinema o al teatro, da soli o con i suoi genitori e i loro amici.

Cominciai a scoprire un mondo più vasto del salotto di casa mia.

A scuola, queste esperienze, raccontate alle amiche, mi facevano guadagnare il rispetto delle altre.

Consideravano me e Luca una coppia.  Non ero più una qualunque, brava ma poco interessante; ero la fidanzata di uno che per le sue idee, la sua personalità e per lo status della sua famiglia, era considerato un leader.

Ero soddisfatta: lui non mi piaceva come persona, non ne condividevo le idee e gli entusiasmi, trovavo i suoi interessi noiosi.  Detestavo la musica classica. Se fosse stato per me, avrei ascoltato solo le canzoni del Festival di Sanremo. Ma mi dicevo che una donna deve essere paziente e apprezzavo la popolarità di cui lui mi faceva godere di riflesso.

Fisicamente non mi attraeva. Aveva capelli fini e lisci e il naso troppo grosso. Quando era agitato, soffriva di un tic che gli faceva stringere gli occhi e contrarre la faccia come se ghignasse.  Nella foga di un discorso, alle volte gli succedeva in pubblico. Lo trovavo molto imbarazzante, ma dovevo fare finta di nulla e accontentarmi.

Fortunatamente, con l’età matura, quel dannato schifosissimo tic da adolescente gli è passato, si è irrobustito, i capelli gli sono diventati brizzolati e ora posso dire che è un uomo non bellissimo, ma attraente.

Poi ci fu il capitolo sesso.

Luca premeva molto perché “lo facessimo”, come prova, secondo lui, del nostro amore, di cui parlava in continuazione.

Io resistevo, perché così si doveva fare e non ero per nulla incuriosita da tutta la faccenda.

L’intimità fisica fra noi cresceva. C’erano stati i primi baci e poi vari toccamenti. Lui mi carezzava i seni, poi era riuscito a convincermi, prendendomi per sfinimento, a toccarmi “ lì sotto”.

Durante questi palpeggiamenti diventava rosso, sudava e ovviamente aveva delle erezioni che potevo percepire quando si accostava, anche se all’inizio non capivo bene di cosa si trattasse. Incuriosita, avevo cominciato anch’io a infilargli le mani nei pantaloni e avevo scoperto divertita che il suo coso, appena toccato s’imbizzarriva e diventava grosso e duro. Ero soddisfatta di avere tutto questo potere nelle mie mani.

Dopo vari mesi di queste esplorazioni e dopo reiterate suppliche e lagnosità da parte sua, decisi di cedere.

Era estate.

Ero in villeggiatura in montagna con mia madre e mia sorella. Ci stavamo due mesi, perché mia madre non sopportava il caldo della città e si doveva riposare. Mio padre veniva a trovarci nel week-end. Senza la scuola mi annoiavo a morte. Si potevano solo fare passeggiate, sempre uguali. Poi il nulla. Qualche volta riuscivo ad andare a giocare al flipper al bar, ma dovevo farlo di nascosto perché mia madre non approvava che io frequentassi la compagnia dei giovani del paese. A me sembrava si divertissero molto. Andavano in gruppo a fare passeggiate, forniti di chitarre. Li sentivo ridere, scherzare. Parlavano di andare a ballare il sabato sera, cosa che era impensabile che mi fosse concessa. Loro mi consideravano un’estranea, nonostante che qualche ragazzo più intraprendente mi guardasse sfacciatamente il culo. Per il resto m’ignoravano. Non ero dei loro: ero solo una villeggiante, una studentessa di liceo. Loro lavoravano: vedevo i ragazzi con tute da operaio e da meccanico e le ragazze nelle botteghe del paese, al forno o dalla parrucchiera. La differenza di classe sociale era, a quei tempi, molto accentuata e influente ed era impensabile che giovani operai o commesse avessero a che fare con una studentessa liceale.  Non era previsto che i due mondi potessero comunicare.

Luca aveva il permesso di venirmi a trovare. Le sue visite spezzavano l’asfissiante routine di quelle giornate.

Mia madre, dopo un po’ di convenevoli, si disinteressava completamente di noi. Avevamo così l’opportunità di fare lunghe passeggiate nei boschi e di nasconderci in qualche radura, lontana da occhi indiscreti.

Non ho mai capito se lei si rendesse conto che erano molto più pericolose, per la mia onorabilità, quelle girate da soli io e lui piuttosto che un innocente pomeriggio al bar. Ma eravamo fidanzati, lei approvava e, se sapeva cosa facevamo, non riteneva di dovere intervenire. Lui era un buon partito.

Forti di questa libertà, dopo diversi tentativi, riuscimmo a capire la meccanica dell’atto. Non era molto difficile. C’era un oggetto cilindrico che doveva entrare in uno cavo. Eravamo giovani e sani e fummo guidati dall’istinto e dalla fisica dei corpi.

La prima volta restai un po’ perplessa. A parte un po’ di dolore e una perdita di sangue che non mi aspettavo e che m’impensierì un po’, trovai la cosa sporca e sgradevole.

Ma, volta dopo volta, feci l’inaspettata scoperta che la penetrazione mi procurava sensazioni piacevoli, anche molto intense. Non lo sapevo ma erano orgasmi. Cominciai ad apprezzare quel passatempo e nonostante lui mi annoiasse sempre mortalmente con i suoi discorsi – parlava di progetti insieme e di grande amore – cominciai a sentire la sua mancanza fra una visita e l’altra.

Finimmo il liceo. Dovevamo scegliere l’Università.

Luca voleva andare alla Facoltà di Sociologia a Trento. Era stata aperta in quegli anni ed era una novità nel mondo accademico. Una materia nuova, con inediti piani di studio, in odore di “sinistra”.

Lui ne era entusiasta. Aveva letto Adorno, Horkheimer, Marcuse, in lingua inglese, prima che venissero pubblicati in italiano.
Già ci immaginava a vivere insieme, in una casa nostra.

Dava per scontato che anch’io avessi il medesimo sogno e la sua passione per la sociologia.

Fortunatamente i suoi genitori si opposero: non era usuale mandare un ragazzo a studiare in un’altra città. I suoi sogni s’infransero su quel rifiuto. Per un po’ ne fu fortemente amareggiato.

Con il senno di poi, ritengo che fu una benedizione. Con tutte le sue idee, in quell’ambiente, sarebbe, come minimo, diventato amico di Curcio e militante delle Brigate rosse, invece che uno stimato professionista com’è adesso.

Ripiegò su architettura, sia pure parlando di Wright, modernismo e quant’altro e, dopo la laurea, grazie alle conoscenze dei suoi, entrò in un affermato studio di architettura, dove lavora ancora oggi.

Io m’iscrissi a Lettere. Era una facoltà più femminile. Nei miei sogni di bambina il mio unico progetto era quello di sposarmi, fare figli ed avere una bella casa, ma la mia ottima carriera scolastica, che era un peccato interrompere – come dissero ai miei genitori gli insegnanti –  mi aprì la strada dell’università.

Dopo la laurea avevo davanti la possibilità di iniziare a insegnare ma non mi interessava.  Trovavo abbastanza insopportabile l’idea di avere a che fare con ragazzini ignoranti.

Accettai così una proposta di lavoro di una casa editrice: mi parve più prestigioso. Ho sempre fatto un lavoro amministrativo e d’ufficio, niente di entusiasmante,  ma mi piace potere dire  che lavoro in campo culturale.

Era arrivato il momento di coronare il nostro sogno d’amore.

Luca parlava di amore libero e convivenza ma, su questo punto, riuscii a contrastarlo efficacemente, con uno sciopero del sesso e la minaccia di troncare il fidanzamento.

Si arrese.

Mi sobbarcai un anno di stress. Organizzare il matrimonio fu un’impresa titanica.

Mi dovetti occupare, in primo luogo, di arredare la casa che le famiglie ci avevano comprato. Scelsi con cura gli arredi, ispirandomi alle case delle amiche del liceo e dell’università. Lasciai a Luca solo la scelta dei quadri, perché se ne intendeva più di me.

Poi mi buttai a capofitto nei particolari organizzativi della cerimonia.

Ero sola: mia madre non aveva né l’energia né l’entusiasmo per aiutarmi e, secondo me, neppure il gusto per fare le scelte giuste. Potevo solo utilizzare mia sorella in funzione di aiutante per le incombenze più pratiche.

Qualche volta chiedevo rispettosamente l’aiuto della madre di Luca.  La mia futura suocera non dava grande importanza agli aspetti spettacolari della cerimonia ma, per una sorta di legge di compensazione, riusciva, in qualche modo, a tranquillizzarmi.

Luca, come tutti gli uomini, acconsentiva bonario a tutte le mie scelte, attribuendo, immagino, la mia fissazione al fatto che fossi felice di sposarmi.

In quei mesi il tarlo della perfezione mi ha divorato. Il vestito bianco doveva essere importante ma non svenevole o troppo infiocchettato con trine e merletti, per non risultare una cosa pacchiana, da poveri. Il vestito delle damigelle doveva essere grazioso ma non vistoso, per non offuscare l’unica vera protagonista, cioè io, la sposa.

Curai tutto nei minimi dettagli: il menù del pranzo che si sarebbe svolto in una bella villa, molto signorile, gli addobbi della chiesa, i fiori, le bomboniere, gli inviti rigorosamente scritti a mano.

Luca avrebbe voluto fare una cosa semplice, per pochi parenti e amici e poi devolvere il corrispettivo di quello che avremmo risparmiato sul pranzo e la cerimonia a qualche causa benefica.

Stroncai sul nascere le sue idee stravaganti. Volevo un pranzo come si deve, con tutte le portate e la torta nuziale e chi se ne frega dei bambini in Africa che muoiono di fame.

Arrivai esausta al giorno fatidico ma tutto andò alla perfezione. Ancora oggi sono molto soddisfatta di me e di come me la sono cavata.

Iniziammo così la nostra vita insieme.

Ritengo che quello sia stato uno dei migliori periodi della mia vita.

Avevo lasciato la casa dei miei e ne avevo una tutta mia, improntata al mio gusto e alle mie esigenze, adatta per ricevere con un bel salone ampio per pranzi, cene e feste.

Tutto era nuovo e lucente.
Grazie al mio addestramento infantile, fra Enciclopedia della Donna e lezioni della Gina, riuscivo perfettamente a destreggiarmi fra lavoro e organizzazione domestica. Era divertente fare la spesa e decidere io cosa mangiare quel giorno, senza dovermi adattare a cose già cucinate da altri.

“ O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra” diceva sempre mia madre.

Luca ha sempre avuto orari più impegnativi dei miei. Spesso, già dai primi anni di lavoro, doveva andare fuori città per qualche convegno o per incontrare clienti importanti.

Nelle giornate in cui restavo da sola, potevo sentire la musica che mi piaceva, giravo per casa, dopo il lavoro, con una tuta sbrindellata, mangiavo sul divano guardando la televisione o non mangiavo affatto. Se la domenica lui non era in casa, me ne restavo in vestaglia e ciabatte, girellando per le stanze, senza fare nulla. Mi concedevo lunghi bagni caldi in vasca, scegliendo con cura le essenze da sciogliere nell’acqua, approfittando che non c’era nessuno a lanciarmi sguardi languidi e vogliosi.

Nella mia ricca e beata solitudine stavo proprio bene.

Quando c’era Luca a casa, mi sforzavo di essere curata e di interessarmi al suo lavoro. Lui s’imbarcava in lunghi discorsi sui progetti del suo studio ed io ascoltavo, dissimulando la noia. Sono sempre stata una brava ascoltatrice.

Spesso avevamo ospiti a cena. Io me la cavavo benissimo.

Sentivo gli sguardi di ammirazione nei miei confronti dei suoi amici e colleghi, l’invidia delle donne, per la mia eleganza, per la mia casa perfetta, per le mie cene impareggiabili. Sono stata fra le prime, ad esempio, ad avventurarmi nell’organizzazione di cene etniche, sempre con ottimi risultati.

Il sesso, come ho detto, era gradevole. Il detto di mia madre e di mia nonna “ Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” mi risuonava nelle orecchie, ma pensavo che un po’ d’innocente divertimento non sarebbe stato un peccato, e poi chi avrebbe potuto scoprirlo?

Trovo fastidiosa e invadente l’idea che la religione possa  giudicare e orientare  i comportamenti delle persone, fino nei minimi dettagli.

Mi dico sempre che Dio ha altre cose a cui pensare.

Ma sono una buona cattolica, non vorrei essere fraintesa su questo punto.

Da bambina andavo in chiesa e al catechismo; mi sono sposata, come ho detto, con una bella cerimonia religiosa. A Natale e a Pasqua vado sempre in Chiesa.

Nei primi anni dopo il matrimonio abbiamo fatto molti bei viaggi.

Luca seguiva le tracce dei suoi interessi, sia di architettura che umanitari.

Anche nei paesi più poveri che abbiamo visitato, in Africa o in India, riuscivo sempre a trovare degli alberghi adeguati, dove potevo restare in piscina a prendere il sole, mentre Luca andava in giro a fotografare squallidi sobborghi o baraccopoli degradate.

Al ritorno in ufficio avevo sempre dei pittoreschi resoconti da fare alle mie colleghe.

Il tempo scorreva piacevolmente senza intoppi.

Eravamo sposati da quattro anni. Per il mio trentesimo compleanno avevo organizzato, di sabato sera, una bella festa con i nostri amici.  Due coppie non erano potute venire: avevano bambini piccoli e spesso avevano guai a sistemarli, con le baby-sitter o con i nonni. Pazienza, conoscevamo un sacco di persone e qualche defezione non avrebbe incrinato la riuscita del party.
Il pranzo della domenica successiva lo avevo dedicato invece ai festeggiamenti con i parenti.

Nonostante la mia abilità, era complicato mettere insieme le nostre famiglie. Ero sempre preoccupata che i miei genitori mi facessero sfigurare.

Per quanto cercassi di istruire mia madre, c’era sempre in lei qualcosa di sciatto, un particolare fuori posto che stonava.

Mio padre, invecchiando, è diventato di una tirchieria esagerata e non giustificata dal loro status economico.  E’capace di indossare lo stesso cappotto “buono” per anni, facendolo rifoderare più volte.

Insomma facevano di tutto per sembrare poveri, anche se non lo erano.

“L’abito non fa il monaco” come diceva mia madre ma “Anche l’occhio vuole la sua parte” le rispondevo io, con un altro dei suoi proverbi favoriti.

L’unica di cui non mi dovevo preoccupare era mia sorella Letizia: la sua vivacità, il suo slancio sociale – era spesso a manifestazioni, cortei, assemblee – piacevano a mia suocera. Si era iscritta alla Facoltà di Veterinaria.  Curare cani e gatti, a me personalmente, non sembrava una buona idea, ma “contenta lei, contenti tutti”. Per l’uno o l’altro motivo aveva comunque sempre dei validi argomenti di conversazione e anche Luca le dava volentieri spago.

Durante il pranzo per il mio compleanno mia madre introdusse l’argomento bambini.

Aveva incontrato per caso la figlia di un amico. A ventisette anni era già madre di una bambina di due anni ed era di nuovo incinta: presi svogliatamente parte alla conversazione in cui si tessevano le lodi di questa qui, il cui unico pregio era, evidentemente, quello di figliare come una coniglia, ma avvertii dentro di me qualcosa che non andava. L’immagine di vita perfetta che avevo costruito con tanta fatica rischiava di appannarsi.

Luca ed io non avevamo figli.

“Non ancora” pensai ma si può rimediare.

Quando tutti furono andati via, ne parlai con mio marito. Lui non si mostrò preoccupato più di tanto. Parlò di popolazione mondiale e di povertà. Come al solito non aveva capito nulla. Che ci fosse gente che muore di fame sul pianeta, non c’entrava nulla con noi. Un bambino in più non sarebbe stato una rovina planetaria e avrebbe completato magnificamente la nostra vita, mettendoci alla pari con gli altri.

Nei mesi successivi lo provocai più volte, prendendo l’iniziativa per fare sesso, attività a cui lui, peraltro, non si sottraeva mai.

Durante il matrimonio non avevamo mai usato precauzioni anticoncezionali. In effetti, era un po’ strano che non fossi rimasta incinta.

Nonostante avessi volutamente aumentato la frequenza dei rapporti, non succedeva nulla. Tutti i mesi, puntualmente, si manifestava la solita perdita di sangue.

Cominciai a preoccuparmi.

Mi mettevo di profilo davanti allo specchio e m’immaginavo con il pancione. Sistemavo le braccia una sopra e l’altra sotto il ventre per accogliere quello che ancora non c’era. Sarei stata bene: sono abbastanza alta, anche se mi fossi arrotondata, non sarei stata goffa e ridicola come certe donne incinta, basse e tarchiate, che, durante la gravidanza, sembrano palle che rotolano.

Senza dire nulla a nessuno, andai dal mio ginecologo. Mi prescrisse una serie di esami. Il risultato di tutti gli accertamenti clinici fu che non c’era motivo che non restassi incinta. Ero fertile. Lì per lì ne fui felice. Il mio corpo non mi aveva tradito, io andavo bene.

La causa dell’infertilità andava ricercata in Luca. Era lui il colpevole. Avrei dovuto immaginarlo. Presi in esame l’idea di non dirgli nulla e andare avanti così. Misi a fuoco una soluzione possibile. Avrei potuto fare il figlio con qualcun altro, farlo passare per suo  e farmi un bambino a dispetto dei santi. Se non gli fosse somigliato, potevo sempre dire che assomigliava a me o invocare lontani parenti con caratteristiche simili. Come dicevano gli antichi romani  ”Mater semper certa, pater numquam”. E se il padre biologico avesse capito qualcosa e, preso dall’istinto di paternità e del possesso, si fosse fatto avanti a rivendicare qualcosa? Era un’eventualità che non potevo escludere.

Arrivai alla conclusione che, scegliendo un partner giusto, magari già sposato o tutto dedito alla sua carriera, i rischi sarebbero diminuiti. Avevo adocchiato alcuni possibili candidati, ma il mio preferito era l’istruttore della palestra dove andavo il pomeriggio, ammiratissimo da tutte le frequentatrici, un bel ragazzo davvero, bruno, alto, fisico ben scolpito.
Mi sorrideva sempre, spesso mi si avvicinava con il pretesto di farmi vedere l’uso corretto di qualche attrezzo. Sapevo di piacergli. Sarebbe stato facile portarselo a letto e, dopo qualche amplesso, si sarebbe distratto, in cerca di nuove prede fra le signore della palestra, magari una di quelle smorfiose ventenni, perfette nei loro body aderenti, con gli scaldamuscoli colorati, che gli scodinzolavano dietro.

Lui doveva avere sui venticinque anni, era sicuramente sano e ben piazzato: non avrei rischiato che il bambino avesse tare fisiche.

Non era molto intelligente: diceva solo cose molto banali, ma “chi se ne frega” pensavo. Non si può avere tutto nella vita. Dopo molte fantasie decisi di non farne di nulla. A oggi, con il senno di poi, penso di avere preso una decisione sbagliata. Avrei avuto il bambino che volevo, sano e senza tutte le complicazioni che ci sono state dopo. Mi scoprii meno coraggiosa di quanto credessi, in quella circostanza, e lo dico con un senso di disappunto verso me stessa. Ancora non mi sono perdonata.

Decisi di affrontare il discorso della sterilità con Luca.

Scelsi una domenica pomeriggio.

Lui era sul letto, con le spalle allo schienale e le gambe flesse, a sorreggere il libro di turno “Crisi dell’occidente”.

Indossava una tuta; la felpa gli tirava leggermente sull’addome, aveva messo su un po’ di pancetta.  Una ciocca di capelli fini e lisci gli ricadeva, come il solito, sul viso.  Mi avvicinai e mi sedetti sul letto.

Chiuse il libro, l’indice della mano sinistra fra le pagine, per tenere il segno e mi guardò.“ Che c’è, micetta?” Odiavo che mi chiamasse micetta, come quando eravamo ragazzi. A quindici anni passi, ma dopo i trenta suona ridicolo. Decisi di non farglielo notare per la centesima volta.

Con calma gelida gli raccontai degli esami che avevo fatto e del risultato.  Lo invitai a farsi delle analisi anche lui.

Cercò di ribattere che non ne sentiva la necessità, che avevamo parlato di non avere bambini.

“ Tu ne hai parlato di non fare figli, io no” gli risposi . “Lo so, il riscaldamento globale, la popolazione mondiale, la povertà. Beh, la vuoi sapere una cosa? Non me ne può fregare di meno. Sono tutte cazzate che non mi riguardano. Qui nessuno muore di fame ed io voglio un bambino come tutti.”

Lui mi rispose che ero  ipocrita, la discussione andò avanti per un po’.

Alla fine, esasperata, uscii dalla stanza; con la coda dell’occhio vidi Luca che si alzava, gettando il libro sul letto.

Continuai a insistere. Le discussioni erano sempre più violente e, da parte sua, rancorose, ma io non arretrai di un millimetro.

Finalmente si decise. Dopo una serie di accertamenti, ebbi la conferma. Luca era sterile, in modo irreversibile.

Era la fine. Non avrei potuto avere quello che volevo. Avendogliene parlato, mi ero anche bruciata la possibilità di fare un figlio con un altro e farlo passare per suo. Insomma un disastro!
D’inseminazione artificiale ancora non si parlava molto: la ricerca, in questo campo, era agli albori, non come adesso che se ne sa di più.

Ero in trappola.

Per alcune settimane non andai a lavoro. La mattina non mi alzavo. Restavo a letto, a masticare rabbia e a piangere. Me ne stavo a casa, senza vestirmi, in camicia da notte e vestaglia. Mangiavo distrattamente, non mi guardavo allo specchio neppure per pettinarmi.

Mia madre mi compativa.

“Eh, poverina! Che disgrazia doveva capitarmi! Chi lo avrebbe detto che Luca era sterile” e via piagnucolando.

Le colleghe e le amiche mi telefonavano, invitandomi a reagire.

Io non dicevo nulla ma le odiavo tutte per la carità ipocrita che mi buttavano addosso.

Stronze, loro facevano sesso e figliavano. Dall’alto del loro successo, mi compativano e, secondo me, sotto sotto, gongolavano della mia disgrazia. Insopportabile.

Trovai, non so come, la forza di tornare a lavorare. La vita ricominciò, più o meno normalmente.

Luca era sollevato dal fatto che io fossi tornata nei ranghi. Mi lanciava occhiate sospettose ma non trovava nulla da rimproverarmi; ero tornata io, agghindata, piacevole, efficiente.

Non avevo ancora preso in considerazione l’idea dell’adozione. Non volevo un bastardo di qualcun altro ma un figlio mio, fatto a mia immagine e somiglianza. Il resto non m’interessava.

Le colleghe mi avevano suggerito, sotto voce, l’adozione, quando ero a casa, depressa.

L’idea cominciò a farsi strada nella mia mente. Certo, era un ripiego, ma meglio che nulla.

Sondai il terreno con le persone che frequentavamo Luca ed io.

L’adozione otteneva l’approvazione di tutti. Veniva considerata un gesto generoso, apprezzato socialmente. Dare una famiglia a un orfanello, perché no?

Avrei evitato i fastidi di una gravidanza e del parto, niente smagliature o seno cadente e mi sarei ritrovata con un bambino bell’e fatto, già partorito.
Sì, poteva essere, si poteva fare.

Comunicai a Luca lo sviluppo delle mie pensate.

Con tutto il suo parlare di povertà e fame doveva essere d’accordo e poi, se no, gli avrei fatto pesare che era per colpa sua che non potevamo avere figli nostri.

Forse perché si sentiva in colpa o forse perché la mia depressione lo aveva preoccupato, Luca aderì all’idea abbastanza presto.

Cominciammo un allucinante iter burocratico. una vera farsa.

Incontrammo assistenti sociali e psicologi, mezze tacche di dipendenti pubblici, che, con sussiego, ci ricevevano in uffici sgangherati, in spazi angusti  che io, a casa mia, avrei a malapena usato da sgabuzzino e avevano pure la pretesa di giudicare la nostra”idoneità genitoriale”, come dicevano nel loro astruso linguaggio social – psicologico.

Arrivavo ai colloqui volutamente ostentando abiti eleganti e gioielli costosi, che avevo accumulato negli anni, creandomi una ricca collezione di pezzi adatti a ogni occasione.

“Diamonds are a girl’s best friend”, come cantava  Marilyn.

Le assistenti sociali –  e ne ho incontrate diverse – erano delle donnicciole.

Ne ricordo in particolare una, anche simpatica a suo modo; mi sembra che si chiamasse Wanda. Avrà avuto una cinquantina di anni, l’aria materna, i capelli grigi tagliati corti come fanno le donne che non hanno tempo o soldi per il parrucchiere. Si vestiva come una zingara, con sottane lunghe di una fantasia abbinate a magliette di un altro disegno. Righe e fiori, oppure pois e righe. Raramente ho visto una donna così vestita male. A forza di assistere rom e poveracci, si era uniformata all’ambiente e la miseria altrui le si era attaccata addosso come una seconda pelle.

Mi guardava dritta negli occhi e sembrava soppesarmi. Ho l’impressione che, nonostante il tono gentile, non mi abbia mai creduto.

Facevo sfoggio di  nobili motivazioni e lei continuava ad annuire, senza dire nulla.

Parlava più volentieri con Luca, questo era evidente: lui si slanciava entusiasta nei suoi discorsi terzomondisti e lei interloquiva, aggiungeva dati, faceva osservazioni.  Quei due andavano proprio d’accordo. Erano fatti l’uno per l’altro. Sbirciavo l’ora, facevo tintinnare i miei braccialetti,  giravo e rigiravo gli anelli sulle dita, fino a che, se Dio vuole, l’interrogatorio finiva. Era tutto molto imbarazzante ma avevano la legge dalla loro parte e dovevo sottostare a quelle condizioni.

Durante i colloqui per l’idoneità, squallidi figuri, tipo inquisizione, ci interrogavano per sapere tutto di noi, com’era stata la nostra infanzia. “felice, no?” come ci era venuta l’idea di un’adozione e cosi via.

Ricordo uno psicologo particolarmente impiccione, grasso, panciuto, sudaticcio, con la testa pelata, che fissandomi con insistenza, arrivò a chiederci se avevamo una buona vita sessuale. Nel discorso infilò perfino un lapsus: guardandomi le gambe che avevo graziosamente accavallato disse “cosce” invece di “ cose” e meno male che ero io quella da analizzare.

Mi affondai le unghie nelle palme delle mani mentre rispondevo, genericamente, con un “Bene”.

“Perché non lo vai a chiedere a tua sorella, com’è la sua vita sessuale?  E piantala di guardarmi, porco! ” fu tutto quello che non gli dissi.

I nonni e la zia erano stati anche loro coinvolti in queste sedute, per stabilire se avevamo una “rete familiare d’appoggio” come dicevano le assistenti sociali. Cretine! Contare su mia madre era un’idea che non mi era mai passata per la testa.

Però l’avevo istruita bene e ai colloqui passò per una mite signora, molto perbene e molto educata. Con mio padre non ci furono problemi. Scivolò come un’ombra, ma distinta, per tutti gli scalini degli interrogatori.

Dei miei suoceri, soprattutto di lei, e di mia sorella non mi ero preoccupata. Avevano sposato con ardore la causa dell’adozione e l’altruismo e la generosità gli sprizzavano dai pori della pelle, abbondanti come il sudore dopo una serata in palestra.

Mia madre, lo sapevo, si era piegata all’idea ma non era convinta.

“Adozione?” aveva ribattuto, con una nota di sconcerto. quando, durante una delle sue visite, le avevo comunicato le mie intenzioni

“ Sei sicura?” disse, sbavando dubbi.

“ Certo, sicurissima!”

Dopo una lunga pausa, aveva incalzato “ I figli adottivi non sono come quelli naturali. È inutile che dicano. Che ne sai chi li ha messi al mondo, che tare si portano dietro?”

Avevo ribattuto, stizzita, che l’ambiente e l’educazione sono più importanti della genetica, ma, in fondo, qualche dubbio sull’ereditarietà l’avevo anch’io. Purtroppo non sapevo quanto avrei avuto ragione.

In quel periodo Luca non trovò di meglio che ammalarsi, con il rischio che il suo stato di salute incidesse negativamente sulle valutazioni. E’ chiaro che, se sei malato, un bambino in adozione non te lo danno, ma lui niente. Vomitava, non mangiava, era dimagrito, al punto che anch’io cominciai a preoccuparmi pensando a un tumore o qualcosa del genere. Fortunatamente gli fu diagnosticato solo un inizio di ulcera. Dovetti comunque occuparmi di lui, dei suoi malesseri e rimuovere gli schizzi del suo vomito in bagno. Vomitava nelle ore più impensate e non sempre potevo aspettare che ci pensasse la domestica. Alternavamo i colloqui con gli psicologi per l’adozione alle visite dagli specialisti in gastroenterologia. Avevo preteso che andasse, a pagamento, s’intende, dai migliori.

Spesso lo dovevo spronare, ricordargli gli appuntamenti, fargli prendere le medicine. Sembrava totalmente incapace di prendersi cura di sé stesso.

“ Donata, sto male! Cosa mi succede? Sarà un malaccio, che dici?”

Le sue lamentazioni quotidiane m’inseguivano in ogni angolo della casa.

Per fortuna durante i colloqui per l’adozione, riusciva a ritrovare la sua vivacità e, dopo qualche mese di cure, i disturbi fisici più fastidiosi, come il vomito, sparirono. Si ristabilì e ritrovò la sua forma fisica.

Ottenemmo l’idoneità come genitori. Le nostre motivazioni erano state ritenute affidabili, vero spirito altruistico, non una “compensazione narcisistica” che, come avevo capito, era considerata una sorta di male del secolo, l’undicesimo peccato da non commettere assolutamente. E, infatti, non lo commisi.

Di tutti gli incompetenti  che ho incontrato nessuno, però, mi aveva avvisato di quanto sarebbe stata dura avere a che fare con un ragazzino o una ragazzina stronza, che per di più non è nemmeno figlia tua, mentre intorno a te volteggiano, come avvoltoi, stormi di consulenti e assistenti sociali.
Ci rivolgemmo a un’associazione per l’adozione internazionale, perché Luca, con una delle sue tipiche fissazioni, voleva aiutare un bambino di un paese povero. Quindi vai con l’Africa.

Io avrei preferito un bambino che almeno avesse una parvenza di somiglianza con noi, bianco, non nero. Lo sapevo che non avrei mai potuto farlo passare come figlio mio, ma avrei potuto fare qualche volta come se lo fosse.

Mi toccò ingoiare anche quest’ultima delusione.

O negro, povero, orfano o nulla, anzi, per lui, doveva venire, preferibilmente, dalla cloaca più puzzolente del mondo.

Arrivò il momento; ci comunicarono la disponibilità di una bambina di due anni, eritrea, orfana, raccolta dai missionari in miserevoli condizioni.

Luca era contento. Io avevo pensato a una creatura più piccola.

A due anni puoi già avere avuto degli input ambientali negativi. Mi ero fatta una cultura a proposito di prima infanzia e sviluppo psicologico del bambino.

Purtroppo con le adozioni è così; o prendere o lasciare.

L’unico dato positivo era che non c’erano fratelli o sorelle che qualcuno potesse cercare di affidarci.

La procedura  prevede che tu faccia la conoscenza dell’adottando in loco, con un soggiorno nel paese d’origine.

Dovetti, in fretta e furia, pensare all’organizzazione, al viaggio, ai fogli, ai certificati.

Viaggiare non mi spaventava. Come ho detto, con Luca, avevamo girato il mondo. Conoscevo l’Africa. Feci una valigia razionale, piena di pantaloni color kaki e camicette bianche. Avevo deciso che il look coloniale era adatto all’occasione.  Non dovevo dimenticare occhiali da sole, farmaci contro la diarrea, un repellente per le zanzare e gli altri fastidiosi insetti che abbondano da quelle parti. Aggiunsi anche una boccetta piccola – per passare i controlli aerei – di un profumo fresco “Viola di Parma” . In certi posti, mi metto sempre due gocce di profumo o di acqua di colonia sotto il naso, per non sentirne i puzzi caratteristici. In Africa anche le capitali più occidentalizzate sono delle latrine a cielo aperto.

Mentre facevo il mio bagaglio e quello di Luca mi resi conto che dovevo organizzare qualcosa anche per la bambina.

Intanto dovevo portare qualche vestito perché, come minimo, l’avrei trovata vestita di stracci e speravo, con tutto il cuore, che non avesse pidocchi, o altre malattie dermatologiche, croste, crosticine, bolle, punture d’insetti.

Mi lanciai in uno shopping frenetico.

Era da tempo che con Luca pensavamo all’adozione e quindi in casa avevamo già individuato uno spazio per la cameretta del bambino o bambina. Si trattava di una stanza in più che, negli anni, era diventata una specie di ripostiglio dove tenevo gli armadi per il cambio di stagione. Potevo rinunciarci facilmente, distribuendo le cose in altro modo. La stanza era stata, a suo tempo, vuotata, ma era rimasta senz’arredi.

La feci imbiancare a tempo di record.

Pensai a un colore tenue, pastello, un rosa che mi sembrava adatto, con dello stencil tipo “primavera”, a mezza altezza.

Per i mobili saltai la fase box, culla e simili perché la bambina, a due anni, non ne aveva più bisogno. Tutti soldi risparmiati.

Comprai un lettino rosa e bianco con la spalliera ondulata a fiocco, coordinato con un mobile a due ante e un comodino che avevano le maniglie delle ante e dei cassetti a forma di nuvola bianca, carinissimo. Ci misi varie ceste per i giochi, e una piccola scaffalatura, in tinta, che riempii di peluche. Alle pareti appesi poster di castelli incantati e fatine. Una meraviglia!

Poi passai ai vestiti e, confesso, mi divertii molto. Nei negozi d’abbigliamento per bambini, i manichini sembrano tutti piccoli principi e principesse.

Mi ricordo un vestitino bianco di cotone ricamato e traforato, delle mini gonne da portare con collant in microfibra, delle scarpette rosa con degli strass da Cenerentola al ballo.

Spesi un capitale, sperando di azzeccare le misure. E’ difficile sapere quanto è grande un bambino se non lo hai sotto gli occhi . Comprai anche dei giochi, costruzioni, bambole con il loro corredo. Mi ricordavo che a me piaceva giocare con le bambole. La bambina forse era piccola per giocarci. Non riuscivo a ricordarmi a che età avevo cominciato io  ma avrebbe imparato.

Luca tornò a casa con due pacchi di libri di storie, di quelli tutti colorati o da colorare, con le immagini grandi e ben riconoscibili.

Alcuni erano fatti in modo che, voltando le pagine, le figure uscivano in rilievo; altri, pigiando suonavano o riproducevano i versi di animali . Ero estasiata. Quando ero piccola i libri di favole si riducevano a quelle classiche dei fratelli Grimm, con poche illustrazioni per lo più terrificanti, tipo il cacciatore che apre la pancia del lupo. Li avevo letti da sola  quando ero già alle scuole elementari.  Forse qualcuno leggeva i libri ai bambini anche a quei tempi, ma, a casa mia, quest’usanza non c’era. Figuriamoci se mia madre mi leggeva le favole della buonanotte. Come a vederla! Mi metteva a letto, spengeva la luce e usciva, con passo marziale e veloce; come massima concessione lasciava la porta socchiusa, in modo che, dall’ingresso, filtrasse un po’ di luce. Io comunque non ho mai avuto paura del buio.

Alla fine partimmo e, dopo un viaggio abbastanza faticoso, arrivammo alla missione, distante un centinaio di chilometri dalla capitale.

La chiesa spiccava nel suo candore di calce bianca; intorno c’erano diversi edifici che scoprì essere la scuola, l’orfanotrofio, il convento e l’astanteria per gli ospiti. Intorno il nulla.

Ci venne incontro una suora magra, sui sessant’anni, con spessi occhiali da miope.  Si chiamava Suor Matilde e parlava con voce bassa e gentile un italiano con forte accento veneto.

Veniva, come ci raccontò in quei giorni, da una numerosa famiglia cattolica di contadini. La sua scelta di farsi suora non era stata osteggiata, anzi, per la famiglia era un vanto e, presumo, una bocca in meno da sfamare. Lasciò al paese un moroso deluso e partì in giro per il mondo.

Mi chiedevo chi glielo avesse fatto fare. Non sarei mai riuscita a capire perché una donna giovane dovesse lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli agi dell’occidente, la prospettiva di un matrimonio e di una vita regolare . Mi ricordava la Gina, la tata della mia infanzia, anche lei veniva da una famiglia di contadini e poi la sua vita aveva preso un’altra piega.

Dopo un po’ di convenevoli, Suor Matilde ci portò direttamente nell’orfanotrofio. In una grande stanza disadorna stavano parcheggiati una ventina di bambini fra i due e i cinque anni.

Un gruppetto era seduto per terra intorno ad una suora: a turno si buttavano l’uno con l’altro, fra le gambe, un mucchio di stracci legati con uno spago che faceva da  palla.

Altri due o tre bambini erano in piedi, davanti alla finestra, e guardavano fuori; del resto non c’era molto altro da fare.

Mi girai verso  Luca per vedere se anche lui era turbato da quello squallore spartano. Per una volta tanto eravamo d’accordo.

“Mamma mia” esclamai

“Eh, già” convenne lui  e mi mise un braccio sulla spalla.

Suor Matilde si avvicinò al cerchio di bambini, batté sulle spalle a una piccola, l’aiutò ad alzarsi, la prese per mano e la condusse verso di noi.

“Questa è Anna” ci disse, spingendo in avanti una bimba di due anni circa, magra, con una testa irsuta su cui spuntavano due fiocchetti che dovevano essere stati rossi, un vestito a quadri che le andava corto e da cui sbucavano due gambette magre come stuzzicadenti. Era scalza come tutti gli altri lì dentro.

Come due cretini io e Luca ci presentammo, con i nostri nomi, l’uso della parola mamma e papà suonava fuori luogo.

“ Ciao, io sono Luca”

“Ciao, io sono Donata”.

Solo più tardi riflettei sulla stupidità di parlare in italiano, in una lingua che sicuramente le era sconosciuta. Di fronte  a due estranei lei si ritrasse e si nascose dietro Suor Matilde, sporgendosi appena per controllarci di tanto in tanto.

Estrassi dalla borsa una bambola che mi ero portata e gliela porsi ma il dono non ebbe nessun effetto. Probabilmente per lei era un oggetto sconosciuto e inquietante, Tirai fuori una palla di tutti colori. Questa le piacque. Accettò di venirla a prendere.

Devo dire che mi fece pena. Non sono mica un mostro: era chiaramente una povera creatura sola, curata dalle buone suore che, in quel contesto difficile, riuscivano a garantire a quella masnada di bambini cenciosi la sopravvivenza materiale, cibo, cure mediche, un alloggio.

“ Basta questo a un bambino? Bastano le cure materiali o ci vuole anche l’affetto di una madre?”

Me lo chiedevo per la prima volta in vita mia. Mi era stato sufficiente quello che avevo avuto nel ricco occidente, la casa, le bambole, perfino la televisione? Per un attimo le mie certezze andarono in crisi. Ebbi un attimo di commozione e gli occhi mi s’inumidirono. Luca se ne accorse e aumentò leggermente la pressione del braccio sulla mia spalla, stringendomi a sé.  Naturalmente non avevo capito che piangevo per me, non per quei bambini.

Da quell’attimo di smarrimento, che fortunatamente non mi è più tornato, per darmi un contegno, chiesi alla suora:

“ Come mai l’avete chiamata Anna”

“Era la Santa del giorno in cui l’abbiamo trovata abbandonata davanti alla Chiesa. Avrà avuto cinque o sei mesi, non si può dire, perché era malnutrita”

“Malnutrita?”

“Sì, sottopeso, ma ora sta bene”

In effetti, anche se magra e scorbutica, la bambina stava apparentemente bene, come mi ero affrettata ad accertare alla prima occhiata. Non aveva malformazioni evidenti o piaghe e cicatrici.

“Per la cartella clinica potete parlare con il nostro dottore, più tardi, ma non ci sono problemi ” si affrettò a precisare la suora.

Anna, in effetti, è sempre stata sana: peccato che la sfacciataggine e la volgarità che poi avrebbe tirato fuori non si rilevano con le analisi del sangue.

Il nostro soggiorno proseguì nei colloqui con il dottore, con il prete e le altre suore.

Siamo stati alla missione quasi un mese, durante il quale la incontrammo  varie volte.

I bambini dell’orfanotrofio erano in tutto ottanta circa. I piccolissimi stavano in una nursery, una ventina erano quelli dell’età di Anna, gli altri, il gruppo più numeroso, andavano a scuola.

La Comunità, ben finanziata dalla Chiesa, dalle adozioni a distanza e da benefattori occidentali era, per gli standard africani, abbastanza ricca. Dovevi abituarti al caldo, alle mosche, stare attenta a non sporcarti, bere acqua solo dalle bottiglie, sorridere cordialmente a Suor Matilde e alle altre suore, alcune giovanissime e di colore, socializzare con il prete e con il dottore ma alla fine tutto andò bene. Sbrigate le faccende burocratiche, potemmo ripartire per la capitale e da lì riprendere l’aereo per l’Italia. Suor Matilde si offrì di accompagnarci. Mi sentii sollevata. Non me la sentivo di prendermi cura della bambina, in prima battuta, da sola, e poi avevo visto che, nonostante i vari incontri, lei non si fidava di noi. Durante il viaggio in jeep restò in braccio alla suora piagnucolando tutto il tempo. Prima di imbarcarci sull’aereo le detti un calmante che avevo chiesto al dottore. Lui, dopo qualche perplessità, mi aveva dato delle pillole. Così Anna dormì tutto il viaggio, immagina che imbarazzo se mi fossi ritrovata sull’aereo con una bambina di due anni piangente e strillante.

Arrivammo senza intoppi a Roma e poi a casa, con lei sempre intontita.

Iniziò un periodo che ricordo ancora con piacere.

Nonostante varie difficoltà, ce la feci a farla ambientare. Non conosceva gli spazi a dimensione di una casa, ma solo gli stanzoni e le camerate dell’orfanotrofio. Semplici rumori domestici, come quello della lavatrice, della radio o della televisione, la spaventavano. Grazie al cibo che le elargivo a profusione, me la feci amica. Prese a seguirmi per tutta la casa,  non le piaceva stare da sola in una stanza. Io ero in congedo dal lavoro e avevo assunto una tata, per avere qualche ora di cambio, durante il giorno.  Ne approfittavo  per andare in palestra o dal parrucchiere o a fare shopping. Non volevo diventare sciatta o disordinata.

Nel giro di pochi mesi, rassicurata e nutrita, Anna  si fece via via più audace nell’esplorare gli spazi e nell’usare i suoi giochi. Cominciò anche a dire qualche parola in italiano, al posto dei suoni gutturali del suo dialetto d’origine. Presto riuscì a fare tutte le cose che ci si aspetta da una bambina italiana di due anni.

I miei genitori e quelli di Luca erano subito venuti a trovarci, appena eravamo rientrati.

Mia suocera arrivò con il marito quasi subito.
Entrò tutta felice e, scostandomi di lato, per rendere il suo ingresso più plateale, esclamò

“ Dov’è?”

Si slanciò verso Anna che era in braccio a Luca e si esibì in una serie di gorgheggi, tipici degli adulti scemi quando hanno a che fare con bambini piccoli “ ma che bella bambina, che begli occhietti, che bei riccioli scuri”  e via rincretinendo.

Aveva anche portato una bambola di colore, molto politicamente corretta. Io non ci avevo proprio pensato. Le bambole che avevo comprato io erano bianche come quelle che avevo da piccola.

La porse alla bambina che la prese in mano. Si girò verso di me trionfante “Hai visto, le piace!”

“Già” commentai e poi, rivolta a Luca, che la teneva ostinatamente in collo, “ Mettila giù, può anche stare sulle sue gambe da sola, no?”

Più tardi arrivò anche mia madre, trascinandosi dietro mio padre.

Come al solito era vestita male: aveva addosso un abito di marca, da signora, ma aveva messo una giacca di lino grezzo che non ci si adattava, come tessuto e come taglio, e aveva ingaglioffito il tutto con scarpe basse un po’ vecchiotte (come notai subito) ma, tant’è, sarebbe andata così anche a un udienza papale.

Anna giocava sul tappeto in salotto con la sua nuova bambola negra. Luca era andato a fare il caffè per tutti, mia madre si era seduta su una sedia del tavolo da pranzo, un po’ in punta, senza poggiarsi allo schienale e senza togliersi la giacca. Mio padre era sprofondato in una poltrona.

Mia madre si esibì in alcuni commenti di circostanza “carina” a cui mia suocera rispondeva entusiasta.

Quando riuscì a rimanere sola con me, mi apostrofò con tono deciso

” Sei sicura di quello che hai fatto?”

“In che senso?”

“ A me sembra un azzardo, te lo avevo detto. Chissà di chi è figlia”

Non replicai, era quello che preoccupava anche me.

“ E poi, se lo vuoi sapere, sembra una scimmia, ecco”

“Una scimmia! Ma non dire stronzate e non farti sentire, per Dio”

“Se vuoi dico che è carina, ma sono tua madre e devo dirti la verità. Sembra un animaletto peloso. Quei capelli crespi, poi, sono un orrore.”

“Pensa quello che ti pare ma tienitelo per te” e bruscamente abbandonai la stanza, lasciandola da sola a ruminare la sua malevolenza.

Sapevo che non l’avrebbe mai accettata . Anche il silenzio di mio padre era significativo. La discendenza di sangue era importante per lui. Già aveva avuto la delusione di non avere un erede maschio, ci mancava una bambina di colore.

Sono sicura, anche se non l’ha mai detto, che l’arrivo di Anna era per lui un fatto insignificante, poco più che l’acquisto di un cane o di un gatto, la soddisfazione di un capriccio femminile

“Si sa come sono le donne”, avrà pensato.

Per me come ho già detto, cominciò comunque un periodo felice.

Seguivo con soddisfazione i suoi progressi ed era divertente vederla giocare. Se non combinava guai, tipo rompere qualcosa, o mettersi stupidamente in pericolo tentando , che ne so, di arrampicarsi su un armadio come se fosse un albero, era carina. Ho sempre ammirato l’inesauribile capacità dei bambini di riprodurre un gioco all’infinito. Anna costruiva una torre con i dadi, la buttava giù, rideva felice, e poi la ricostruiva e la distruggeva di nuovo.

Mangiava e dormiva tranquillamente. Se aveva incubi a causa dalla sua vita precedente, né io né Luca, che la sorvegliava attentamente con la costanza di un cane pastore con il gregge di pecore, non ce ne siamo mai accorti.

L’igiene personale è una cosa che curai accuratamente. Le insegnai subito a essere autonoma nell’uso del bagno e fui inflessibile nel farle imparare a lavarsi le mani e i denti, a pettinarsi la mattina. Non volevo che puzzasse. I suoi capelli ispidi mi davano qualche preoccupazione, erano un formidabile nido per pidocchi. Visto l’insuccesso con balsami e sciampo, comprai una piastra per i capelli e glieli lisciavo. Così era molto più in ordine.

Luca si dava da fare per aiutarmi. Dopocena, era lui che, di solito,  la metteva a letto, leggendole una storia e spiandola fino a che non si addormentava.

Quando era libero, la portava volentieri al parco, spingendola pazientemente sull’altalena o facendo girare all’infinito i seggiolini della giostra.

Ero contenta delle nostre uscite pubbliche. Quando la portavamo fuori insieme, ricevevo complimenti che m’inorgoglivano.

“Che bella bambina “ dicevano tutti, negozianti, altri genitori al parco, semplici passanti.

Suppongo che il fatto che fosse di colore, quindi palesemente adottata, spingesse la gente a un surplus di gentilezza ” poverina! Un’orfanella! Che bravi questi signori che l’hanno presa chissà dove”
I loro pensieri non detti rimbombavano nel mio cervello, mentre rispondevo a domande di circostanza.

“ Si chiama Anna”

“ Ha due, tre, quattro anni” “

“Di al signore come ti chiami”

“ Fai vedere con la manina quanti anni hai” (questo era un gioco che le avevo insegnato subito, perché quella sull’età è la domanda più prevedibile).

Ero orgogliosa come quando, da giovane, i maschi mi fischiavano dietro per strada.

Quelle attenzioni mi facevano stare bene.

Ero felicemente calata nella parte della brava e compassionevole signora che adotta un bambino, spinta da carità cristiana. Una vera soddisfazione.

Lo stesso succedeva quando ricominciammo ad avere un po’ di vita sociale e la portavamo a casa di amici o invitavamo gente a casa.

Era tutta una lode.

Ero attentissima a sollecitare e ricevere pubblici riconoscimenti della mia bravura.

Dio solo sa quanto ho speso in vestiti, scarpine, sciarpe, fiocchetti.

La sua pelle scura reggeva bene qualunque colore. Il rosa, che sarebbe morto su una bambina pallida e bionda, su di lei scintillava impreziosito. Il rosso la esaltava, il bianco creava un bel contrasto con il suo colorito scuro. Qualunque cosa le stava bene.

L’avevo educata accuratamente perché evitasse in pubblico i capricci mostruosi che spesso si vedono spesso  fare ai bambini.

Fin da subito avevo usato la tecnica del bastone e della carota. Non fraintendete, però, la parola bastone. Ovviamente non la picchiavo, ci mancherebbe, non sono mica un mostro. Mi limitavo a qualche strattone per farle capire che quello che stava facendo non andava, a qualche pizzicotto e sì, lo confesso, se non c’era nessuno in vista, qualche sculaccione, ma solo sul sedere. In compenso se faceva qualcosa bene, la ricompensavo , dandole un dolcetto o una caramella di cui era golosissima.

Insomma penso di essermela cavata bene nel tirarla su.

Luca era più morbido di me. Davanti ai suoi capricci cedeva subito, correva a prenderla in braccio e a coccolarla, dandogliene tutte vinte. Era una chioccia, non un padre.

Anche la scuola è stata un buon periodo.

Mi preoccupavo che fosse sempre in ordine: aveva gli zaini, i quaderni e gli astucci che andavano di moda e tutto l’occorrente per non sfigurare.

Le preparavo merende sane (niente merendine industriali), tipo frutta e yoghurt anche se lei protestava perché voleva altre schifezze da mangiare come snack e patatine .

Andavo a tutte le riunioni scolastiche, ai colloqui con le maestre, sono stata anche eletta rappresentante di classe.

La mia concorrente all’elezioni era stata una certa Ombretta. Portava i capelli lunghi come se fosse una ventenne ma andava verso la quarantina ed era  capace solo di parlare di educazione alla pace e alimentazione vegana, una spostata a cui erano andati pochissimi voti.

Anna era intelligente e riusciva a fare i compiti senza problemi. Imparò a leggere e a scrivere come tutti gli altri bambini, nei tempi previsti .

Mi assicuravo sempre che facesse i suoi compiti a casa e non le permettevo di giocare fino a quando non aveva finito.

Le maestre erano contente .

“ Una bambina intelligente” mi dicevano ai colloqui “Socievole, ben educata”.

Tutti complimenti: anche in questo caso potevo immaginare i loro pensieri, quello che non dicevano ma che restava implicito “ intelligente per essere una della sua razza, adottata”, ma, nei loro comportamenti e nelle parole veramente dette, per essere sincera, non ci fu mai un’ombra di razzismo.

Anzi, secondo me, erano anche più indulgenti con lei che con gli altri bambini, proprio per fugare qualsiasi dubbio di discriminazione.

Una delle prime maestre con cui ho parlato, durante un incontro, aveva morbosamente tentato di indagare sulla vita in Africa di Anna.

Non avevo potuto darle soddisfazione. Anch’io non ne sapevo nulla, ignoravo perché fosse stata abbandonata, a pochi mesi, sul sagrato della chiesa e da dove venisse. Non avevo notizie di stupri, guerre o altri orrori su cui speculare, con spirito da voyeur, come voleva fare, ne sono sicura, quell’insegnante.

L’argomento adozione fu abbandonato presto e da lì in poi furono solo lodi per i suoi progressi, per il felice inserimento, ecc,ecc.

Ricordo con soddisfazione la prima letterina di Natale.

“Cari papà e mamma, vi auguro un felice Natale. La vostra Anna”

Il biglietto, frutto, secondo me, del lavoro delle maestre più che di quello dei bambini, era stato fatto su cartoncino bristol. Sul davanti c’era appiccicata una polverina d’argento che componeva alcune stelline e varie ghirlande. Carino.

Ora che mi ricordo quello dell’educazione religiosa fu fonte di discussioni fra me e Luca.

Lui non era molto religioso, come aveva dimostrato anche per la faccenda del  matrimonio in chiesa, e si era messo in testa che non dovevamo forzare la bambina a una cultura religiosa che non le apparteneva. Avrebbe scelto da grande.

“Prima di tutto è stata cresciuta da delle suore cattoliche, non ti ricordi?” avevo obbiettato.

“ Sì, ma il cattolicesimo è stato imposto, dai colonizzatori  alle popolazioni indigene”.

Mi faceva impazzire quando si buttava sull’antropologico.

“E allora? pensavo “ Che cosa dobbiamo insegnarle, qualche rito voodoo o a pregare un qualche  Dio Scimmia?”

Questo non lo dissi, ovviamente, ma ero sinceramente convinta che le missioni cattoliche avessero portato un barlume di civiltà a quei selvaggi e che sarebbe stato utile educare Anna alla religione cattolica, per contrastare sue eventuali tendenze primitive.

Dio sa quanto avevo ragione , sulle tendenze primitive, intendo.

Sull’argomento “religione” furono fatti vari consulti familiari, fu anche interpellato il pediatra e, alla fine, prevalse la tesi che fosse meglio integrarla, facendole fare l’ora di religione, la comunione, la cresima e tutto quello che facevano gli altri.

“Per non creare un gap esistenziale alla bambina” come disse mia suocera. “ Ecco!” dissi io.

Forte di questo avvallo, Anna ricevette una normale educazione cattolica come tutti gli altri bambini italiani.

Quando arrivò il tempo della comunione, organizzai una bella cerimonia, non dico come il mio matrimonio, ma quasi.

Anna, nella sua tunichetta bianca, faceva un’ottima figura. Per il suo colore nero spiccava in mezzo alle altre e, come ho già detto, il bianco, le donava.

Dopo ci fu, in un ristorante di moda, il rinfresco, che avevo minuziosamente pianificato, con pizzette, sandwich e una torta a tre strati, con la glassa bianca, decorata a fiorellini e con la scritta auguri. Avevo assunto uno dei migliori animatori della città per tenere buoni i bambini. Tutto andò benissimo, anche se, a un certo punto della festa, vidi Anna, in un angolo, che cercava di togliersi una macchia di aranciata dal vestito, strofinandola rabbiosamente.

“Ferma! Cosa hai fatto?”

“Non sono stata io, è stata Corinna a macchiarmi. Mi ha chiamato negra e mi ha rovesciato l’aranciata addosso”

“ Va bene, vai da quella cameriera, quella laggiù, vedi? E fatti portare nei bagni. Lei ti aiuterà a pulire la macchia con il sapone, magari hanno uno smacchiatore. Quando torni fuori non dare soddisfazione a nessuno, fai finta di nulla e sorridi, mi raccomando. Io torno fra le altre mamme e parlerò con la madre di Corinna per farle sapere come ha educato male sua figlia, a rovesciare aranciata addosso agli altri”.

Non mi preoccupai eccessivamente, gli episodi in cui i bambini l’avevano discriminata erano stati veramente pochi – dubito che i bambini siano razzisti – e alla madre di quella maleducata preferii non dire nulla, per non sciupare la festa.

I problemi più grossi cominciarono però alle medie e con la comparsa delle mestruazioni.

Il ciclo le venne  la prima volta che non aveva ancora compiuto undici anni.

Lei corse da me, come avevo fatto io con la Gina, spaventata da quel sangue strano nelle mutandine. Restai sconcertata, non le avevo detto nulla di sviluppo o cose simili, non me ne  aspettavo una comparsa così precoce, anche se avevo visto qualche cambiamento nel suo corpo, come un accenno di seno e qualche peluria.

Imbastii in fretta un discorso sulla normalità della faccenda e le consegnai degli assorbenti spiegandole cosa fare.  Per fortuna non c’erano più i pannolini di cotone come quando era successo a me!

Telefonai al pediatra che mi rassicurò, con un discorso sui tempi, ogni persona ha i suoi, insomma era tutto normale.

A me restò l’idea che la precocità dell’evento fosse dovuta alla razza, anche se il dottore non aveva detto nulla a riguardo. E’ risaputo che le negre sviluppano prima delle donne occidentali.

Quando arrivò Luca, lo informai dell’accaduto. Dovevamo dirle qualcosa sul sesso, ora che era potenzialmente feconda. Non sapevo da che parte cominciare. Viste le mie difficoltà, Luca si offri di parlarle ed io ne fui sollevata. Non capì subito che i discorsi sul sesso, fatti da lui invece che da me, avrebbero gettato, fra loro due, il seme di una complicità che avrebbe dato, in seguito, cattivi frutti.

Non avevo mai pensato ad Anna cresciuta. Il suo sviluppo infrangeva l’immagine di lei bambina, simpatica e civettuola, da portare in giro ben vestita e infiocchettata.

Non avevo immaginato il suo futuro, prima di adolescente e poi di donna, sposata (e chi se la prendeva?) e magari madre a sua  volta con dei figli che sarebbero stati mulatti, al meno che non trovasse un marito negro, cosa che mi sembrava difficile in Italia.

L’idea di diventar nonna di nipoti di colore mi dava veramente fastidio.

La mia vecchiaia, all’improvviso, mi parve pericolosamente vicina. Avevo pensato che, al momento giusto, avrei messo i miei in una Casa di Riposo. Già sentivo gli strilli di mia sorella, ma pazienza. Avevo previsto il loro declino, non il mio.

Luca, quella sera, si chiuse in camera con Anna. Ormai non le leggeva più i libri di fiabe, ma aveva conservato l’abitudine di passare un po’ di tempo con lei la sera, dopocena. Li sentivo sempre ridere e scherzare.

Aspettai ansiosa che lui mi dicesse come se l’era cavata .

“Come me la sono cavata? Bene, il sesso è una cosa naturale. Le ho spiegato come nascono i bambini, a grandi linee, naturalmente. Lei sapeva già la differenza fra un uomo e una donna e ha capito”

“ Come faceva a sapere la differenza?”

“ Quanto sei scema.  Mi ha visto nudo, qualche volta, e i bambini di oggi non sono mica ignoranti com’eravamo noi ai nostri tempi, sanno più di quanto non t’immagini”

“ Le hai detto di tenersi alla larga dagli  uomini, per non restare incinta?”

“ Le ho parlato di amore e di affetto, di rispetto reciproco fra uomo e donna, non potevo farle discorsi intimidatori.”

“ Ma quale intimidatori. E’ per metterla in guardia o vuoi che ci resti incinta a undici anni?”

“ Senti, io ho fatto del mio meglio. Se non ti sembra abbastanza, potevi parlarci te: in fondo è un discorso da madre a figlia, non ti pare?  ma si sa come sei tu, non vuoi problemi ma solo cose perfette”.

Non replicai per non litigare e forse, tutto sommato, sui discorsi da donne aveva ragione lui, ma mi guardai bene dal dargli questa soddisfazione.

Nei giorni seguenti mi affrettai a integrare il discorso di Luca, con un po’ di sano terrorismo e parlai ad Anna dei rischi di restare incinta, della vergogna di avere figli fuori del matrimonio e dei problemi che questo avrebbe creato a una giovane come lei.

Anna sbocciò rapidamente. I seni, che erano appena accennati , s’ingrossarono tanto che mi toccò comprarle dei reggipetti, a pois, a righe, di prima misura, ma sempre reggipetti.

Il suo modo di muoversi cambiò: non camminava, ancheggiava, si muoveva sulle sue gambe slanciate come se avesse sempre i tacchi, anche se era a piedi nudi. Passava ore allo specchio, non le andava bene quello che le proponevo di mettersi. Voleva magliette strette e corte che lasciassero scoperta la pancia,  gonne raso passera, pantaloncini corti che sembravano culotte.

La mattina erano discussioni estenuanti. Qualche volta cedevo per sfinimento “Va bene, vai in giro come una puttana, allora”

A scuola avevo avvertito le insegnanti della comparsa delle mestruazioni.

Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare. Era la prima volta che mi capitava una convocazione così e non mi aspettavo nulla di buono.

Fui ricevuta dalla professoressa di lettere, una bella signora di cui avevo sempre ammirato l’eleganza, con un caschetto di capelli con delle mèches e un trucco leggero, perfetto anche dopo ore di scuola.

“Signora, il rendimento di Anna sta calando. La bambina è sempre inquieta, c’è qualcosa che non va. Saremo costretti a metterle varie insufficienze”.

Anch’io l’avevo vista distratta e svagata. Invece di studiare, ascoltava in continuazione la sua musica favorita con le cuffie in testa. Sembrava che, per lei, non ci fosse nulla di più importante che ballare frenetica, in camera sua.

Con la professoressa tentai una difesa d’ufficio. Le ricordai il recente sviluppo di Anna, di cui le avevo avvisate, invocai la comprensione per la povera orfana adottata che sempre aveva accompagnato il suo percorso scolastico.

“ C’è anche dell’altro.”

“Cos’altro può esserci? “ mi chiesi, sulle difensive.

“Le pare appropriato che una ragazza di quest’età si trucchi?”

Restai sdegnata dall’insinuazione che era implicita nell’osservazione, come se io lo sapessi.

“ Certo che non è appropriato” protestai con veemenza “ Io non la mando certo fuori di casa truccata.”

“Signora, qui Anna arriva a scuola impiastricciata, con rossetto e ombretto”

Troncai il discorso, protestando la mia ignoranza e la mia innocenza, assicurandola che avrei cercato di capire. Ma avevo capito bene cosa era successo. Era evidente che la ladra aveva rovistato fra i miei trucchi e sottratto cose che poi si metteva quando usciva.

Tenevo ombretto, rossetto, creme in delle piccole ceste in bagno, un po’ alla rinfusa, e facilmente poteva essermi sfuggita la sparizione di qualcosa.

Mi aveva messo in mezzo.

Inorridita, esposi la situazione a Luca. Lui tentò di difenderla, sorridendo come se fosse compiaciuto “ Non è più una bambina, è una piccola donna e sta facendo le sue prove di femminilità .” Poi mi rivolse la solita sfilza di “ Stai calma, non ti agitare, non fare tragedie” ma alla fine dovette ammettere che il furto, fare le cose di nascosto e il calo di rendimento scolastico non andavano bene. Concordammo una punizione: niente paghetta e niente visite da amiche per un mese.

Luca si offrì di andarle a parlare, comunicandole quello che avevamo deciso, ma posso immaginare che l’avrà detto in tono dispiaciuto, quasi scusandosi.  Non era in grado di fare il padre autoritario e severo come ci sarebbe voluto.

Trovai due ragazze universitarie che venivano a darle ripetizioni di matematica e d’inglese; all’italiano avrei provveduto io. Ero più che in grado, anche se Luca aveva avanzato dei dubbi, sostenendo che io mi spazientivo quando l’aiutavo a fare i compiti e che pretendevo troppo dalla poverina, senza riuscire a farle apprezzare lo studio, anzi facendoglielo odiare. Insomma era colpa mia se lei non studiava volentieri.

Le insufficienze scolastiche furono recuperate ma non era che l’inizio, la scuola era solo la punta di un iceberg.

Ancora oggi, a distanza di tempo, non riesco a pensare a quello che stava succedendo sotto il mio naso senza sentirmi disgustata, presa in giro e arrabbiata.

La puttana aveva gli ormoni in circolo. Era evidente: il trucco, gli ancheggiamenti erano tutti segnali che lei cercava maschi. In particolare i suoi richiami erano lanciati all’uomo che più aveva a portata di mano, il più vicino, il più stupidamente vulnerabile per l’affetto che provava da sempre per lei, cioè, ça va sans dire, Luca, suo padre, anche se padre è una parola grossa. Chissà da che negro era stata sputata fuori quella lì.

Una volta l’ho sorpresa che gli si buttava addosso. Luca era seduto sul divano, in salotto. Lei gli si è messa a cavalcioni, con le ginocchia sul divano e il culo sulle sue gambe e gli saltellava in grembo.

“ Papà, ho fatto pace con Sonia” cinguettava. Sonia era la sua amica del cuore, con cui litigava, per delle cavolate, un giorno sì e uno no.

Per esprimere la sua felicità si agitava tutta; di fatto si stava esibendo in un su e giù da amplesso.

Luca era fermo, immobile, con le braccia lungo i fianchi, il ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte senza che lui facesse un gesto per spostarlo, sulla faccia aveva stampato un sorriso ebete.

I nostri sguardi si sono incrociati, allora si è come scosso, l’ha sollevata e messa di lato sul divano e si è alzato “ Sono contento per te, tesoro. Ora fammi alzare, che così mi stronchi” e se n’era andato nel suo studio, dove di solito né io né lei entravamo.

La sera ho provato a parlargli dell’episodio.

Eravamo a letto, finalmente in pace, da soli. Lui stava leggendo. Io, con la mia elegante camicia di raso azzurro, a cui avevo negligentemente lasciato due bottoni slacciati davanti, gli ho fatto notare quanto fosse stato sconveniente il comportamento della zoccola.

“ Che dici? Cosa c’è di male! Era contenta per la sua amica, come sempre vedi il male dappertutto e non hai capito nulla”

“ Perché, secondo te, è normale salterellare su e giù su  un uomo come se fosse un amplesso?”

Nella foga dell’arrabbiatura. avevo smarrito il mio linguaggio di solito forbito, ma era quello che pensavo e la parola cazzo mi era uscita di bocca di getto, come uno spruzzo di vomito.

“ Ora basta, non farmi incazzare. Sei morbosa. Era solo contenta, ti ho detto, e lo manifestava in modo infantile,  che diamine!”

“Fai finta di non capire? Ti ho visto, sai, eri imbarazzato anche te, non puoi negarlo”

“Ora basta!” Chiuse il libro, prese il guanciale e se ne andò sul divano. Era evidente che il senso di colpa per l’eccitazione che sicuramente aveva provato – non poteva negarla – lo rendeva incapace di ragionare.

Un’altra volta l’ho trovato fermo in corridoio, con una mano sulla maniglia della cameretta di lei. La porta era solo accostata.

Dalla stanza usciva, altissimo, il suono di una di quei pezzi di rock duro,  ritmato, che le piacevano tanto.

Dalla porta si poteva vederla di spalle, assorta nella danza, che si agitava come una tarantata, incurante di essere in reggipetto e mutandine, che dico mutandine, in tanga con un nastrino minuscolo di stoffa che le spariva fra le chiappe.

Ormai metteva solo roba così perché non voleva che sotto i pantaloni, attilatissimi, si vedesse il segno . Avevo acconsentito, perché, in effetti, trovo volgare che si intravedano le mutande, sotto gli abiti, ma, santo cielo, non avevo pensato che potesse mettersi a ballare con solo un tanga e un reggipetto addosso.

Era uno spettacolo ipnotico: sembrava che la musica la traversasse dalla testa ai piedi, alzava e abbassava prima una spalla e poi l’altra, roteava la testa. A tutti gli effetti era una danza tribale.

Il suo sangue nero stava prendendo il sopravvento sull’educazione che le avevo dato. Quando si accorse di avermi alle spalle nel corridoio, Luca si girò verso di me “ Chiudo, perché la musica è troppo alta”

“ Un corno chiudo”, pensai, ” non stavi chiudendo la porta, eri lì imbambolato a goderti lo spettacolo” “Chiudi, sarà meglio” mi limitai a dire. Lui non fece cenno di avere colto il rimprovero implicito nelle mie parole.

Si allontanò in fretta e non mi diede il tempo di aggiungere altro. Lei non stava facendo un innocente balletto, ma si era esibita in uno spettacolo di spudorata primitiva sensualità e lui aveva gli occhi come me, aveva visto anche lui quello che avevo visto io.

I miei tentativi di fare notare a Luca il pericolo e di non farlo cadere nella trappola della sgualdrina cadevano nel vuoto.

“Uomo avvisato, mezzo salvato”, come diceva sempre mia madre.

Ma non ci fu modo: lui continuava a negare l’evidenza, era già irretito e sedotto, credeva di essere libero ed era come una mosca nella tela del ragno.

“Che dici! Cosa vai a immaginare? Datti una calmata. Non è vero nulla, smettila, mi fai incazzare” erano le frasi tipiche che mi rovesciava addosso, in cambio dei miei sforzi di allertarlo.

Pensai di affrontare lei, visto che con lui non arrivava a nulla.

“ Non fare la puttana, vestiti, non girare in casa mezza nuda, non sta bene, non dimenarti, stai composta, non sederti a gambe larghe, ti si vedono le mutande, specie con codesta gonna corta “ ma era come cercare di arginare un fiume che tracima. Lei scrollava le spalle, ridacchiava e continuava a fare come le pareva e io collezionavo una serie di “ non mi rompere, non è vero. Uffa, che palle”.

Non volli approfondire oltre e non volevo darle la soddisfazione  di dirle che sapevo quale era il suo obiettivo reale.

Ho masticato impotente odio e disgusto. Avevo la certezza che, approfittando di qualche mia assenza, i due l’avessero già fatto. Ne ero sicura, era così, stavano scopando nella mia casa, magari nel mio letto, nelle mie lenzuola, forse usano gli asciugamani per pulire ripulirsi di liquidi e umori, perché non trovavo tracce di sperma o altro.

Avevo visto le lenzuola del letto di lei macchiate di sangue, ma non potevo sostenere che fosse sangue di una deflorazione e non flusso mestruale. Non avevo prove, ma molte certezze.

Non mi ricordavo di quanto sangue avessi perso io la prima volta perché con Luca eravamo in un prato e non mi ero dovuta preoccupare che si fosse macchiato qualcosa.

Tutto poteva essere. Mi stavano cornificando.

L’intimità fra loro cresceva , c’era una complicità affettuosa fra i due, qualcosa di allegro e sorridente che li legava.

Bacini, risatine, paroline.

Una sera lui si era infilato in camera sua per la buonanotte . “Sì la buonanotte , lo so io di che buonanotte parla quella lì”, come faceva fin da quando era piccola.

Li sentivo parlottare. Ho aperto la porta – chiusa- e ho visto con i miei occhi lui sdraiato sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, lei rannicchiata accanto a lui, la testa nell’incavo dell’ascella, una gamba stesa di traverso sulle sue e il braccio sul suo ventre, potrei quasi giurarlo una mano all’altezza della patta dei pantaloni, forse solo un centimetro più su.

Lei ridacchiava, lui sorrideva beato.

“Che vuoi?” mi ha detto sgarbatamente Luca.

Lei ha riso più forte.

“Nulla” ho richiuso la porta e ho capito che dovevo fare qualcosa.

Ci ho pensato a lungo e poi l’altra mattina ho agito, ma d’impulso.

Non ne potevo più, non sono riuscita a controllarmi. Sono molto pentita di quello che ho fatto.

Dovevo studiarla meglio, se mi fossi dato più tempo, avrei potuto inscenare un suicidio, fare credere che fosse entrato qualcuno, un albanese o un rumeno, in casa e invece nulla, maledetta ansia. La rabbia mi ha accecato; i sentimenti rendono stupidi. Bisognerebbe sempre ragionare con calma e freddezza. Ho fatto così per una vita ed è sempre andato tutto bene. Ho controllato il disgusto per mia madre, l’insofferenza per mio padre, la noia per mia suocera, il disprezzo per Luca. Ho fatto finta di essere cordiale con persone di cui non mi fregava nulla, insomma sono sempre stata all’altezza delle situazioni e vado a commettere un omicidio “ beh, diciamo meglio, un’autodifesa” con un testimone in casa, la domestica che si è messa a urlare come una cretina.

Imperdonabile, ma è tutta colpa di quella puttana, quando l’ho vista sul letto che dormiva ancora – la vacca avrebbe dovuto già essere sveglia per andare a scuola – ho avuto un sussulto.

Era veramente bella, una bellezza acerba ma promettente, con la pelle scura lucida, le gambe lunghe e affusolate, fuori dai pantaloncini corti del pigiama.

L’ho guardata come l’avrebbe guardata un uomo, come sicuramente l’ha guardata Luca.

Ho sentito un languore al basso ventre, lo stomaco in subbuglio. Ho fatto quello che dovevo fare.

Che dice dottore, posso invocare l’infermità mentale?

Forse è meglio che parli di voci, sì, ora mi ricordo , l’ho detto anche a quel poliziotto, ho sentito delle voci e ho ubbidito , come Abramo nella Bibbia.

Ho seguito la voce di Dio che mi diceva

“Uccidila!”

E così ho fatto. Pensa che sia pazza, dottore?

 

 

 

 

Trascrizione delle sedute di Donata B. per la perizia psichiatrica disposta dal giudice nel procedimento penale a suo carico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere di Firenze

30 ottobre 1996

Assolta la madre omicida.

Donata B, protagonista l’anno scorso dell’ efferato omicidio della figlia adottiva Anna è stata prosciolta dalle accuse per infermità mentale. La signora ha sostenuto di avere sentito la voce di Dio che le ordinava di uccidere la ragazzina, a cui a detta di tutti, era molto affezionata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Pascoli

Tema in classe di Anna B.

 

Titolo

Descrivi cosa hai fatto domenica

Svolgimento

Domenica io, mio padre e mia madre siamo andati a pranzo dai nonni.

C’erano la nonna e il nonno, mia zia non è potuta venire perché la domenica fa la volontaria al canile. Una volta sono stata a trovarla: ci sono tanti cani, di tanti tipi, grandi e piccoli, lasciati lì dai loro padroni che non li vogliono più, in attesa di una nuova famiglia.

Alcuni mi sono piaciuti, ma quelli grandi e grossi che abbaiavano mi hanno fatto paura. Mio padre mi ha preso in braccio, dicendomi che erano in gabbia e che non potevano farmi nulla.

A pranzo dalla nonna ho mangiato spaghetti al pomodoro, arrosto con le patate e torta di mela, tutto preparato dall’Anita, una signora peruviana che sta in casa con loro, per aiutare la nonna.

Noi avevamo portato un vassoio di bignè crema e cioccolata. La mamma si è voluta fermare a un bar a comprarli perché “ non si arriva in una casa a mani vuote”.

Così c’erano due tipi di dolci ed io ero molto contenta perché mi piacciono molto. La carne invece mi piace un po’ meno e volevo lasciarla, ma la nonna mi ha detto che non sta bene e che dovrei pensare ai bambini meno fortunati di me che in Africa muoiono di fame.

Mia madre ha detto alla nonna “ Ma ti pare il caso?”

Mio padre è rimasto per un attimo con la forchetta sospesa a mezz’aria, immobile.

Ho finito quello che avevo davanti. così nessuno si è più arrabbiato.

Dopo pranzo la nonna è andata in camera a riposare perché era stanca.

Il nonno si è messo alla TV a guardare la partita. Anche la mamma si è messa su una poltrona in salotto.

Io e mio padre siamo scesi al parco vicino alla casa dei nonni. Lui mi ha spinto sull’altalena ha fatto girare velocissima la giostra tanto io sono grande e non ho paura come i bambini piccoli.

Abbiamo giocato a palla rilanciata che è un gioco che mi piace molto.

Poi siamo tornati a casa.  Con la mamma ho fatto i compiti, poi ho guardato la televisione ma solo un’ora, perché i miei genitori non vogliono che la guardi tanto. Abbiamo cenato e sono andata a letto. Il babbo è venuto a darmi la buonanotte e abbiamo riso ripensando a quanto girava veloce la giostra.

Così ho passato la mia domenica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A propria immagine e somiglianza

 

 

 

“Che cosa hanno da agitarsi tanto? Perché non fanno un po’ meno rumore, fra tutti? Sono così fastidiosi”.

Donata tenta di rilassarsi in mezzo al caos; stringe le mani in grembo e dalla sua postazione, seduta sulla poltrona, sbircia la scena, socchiudendo gli occhi.

La finestra è aperta: un leggero alito di vento fa ondeggiare le tendine con stampata sopra la stupida faccetta sorridente di Hello Kitty.

Due uomini in divisa scattano foto.

I paramedici richiudono l’attrezzatura. Anastasia, la donna di servizio, pallida come un cencio, è rincantucciata in un angolo.

Sul letto Anna: un braccio e una gamba cadono di lato.

Donata non ne vede il viso, ma solo, da dietro, la testa ricciuta con i capelli ispidi e neri; indossa il suo pigiama favorito a fiorellini rosa, con i pantaloni corti e la canotta. La tenuta da bambina non oscura la prepotente sensualità delle forme: la maglietta tira sul petto, la pelle nera brilla nella luce.

A soli dodici anni, di fatto, è già una donna: snella, flessuosa, seducente.

“Come eri bella! Eri proprio bella, maledetta stronza!” Donata sta dando, dentro di sé, libero e silenzioso sfogo al suo odio.

“Te la sei voluta! Così impari a rovinarmi la vita. Avrei dovuto saperlo che non era una buona idea portarti nella mia casa. Nessuno mi ha avvertito; tutti lì a incoraggiarmi e a farmi i complimenti per una decisione così altruista. Colpa di quel buono a nulla, incapace. Mezza sega di uomo, nemmeno adatto a mettere al mondo un figlio.

Se lo avessi saputo che mi allevavo la serpe in seno. Ma come potevo prevederlo? Poteva anche essere una buona idea dopotutto. Avevo sentito tante storie felici, letto tanti libri sulle adozioni. Specchietti per le allodole ed io ci sono cascata. Sarò madre, sarà bello, sarà facile e divertente, e di soddisfazione. Un corno di soddisfazione! S’è visto! E’ stata un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita.

L’agente le si avvicina e tenta di scuoterla e di farla parlare.

Da quando lui e il suo collega sono entrati, la donna è restata seduta sulla poltrona, le braccia conserte, assente, con gli occhi chiusi.

La scuote per le spalle e le urla “ Che cosa ha fatto?”

“ Cosa ho fatto?”

Donata ha sentito la domanda ma non risponde  “Nulla, cosa vuoi che abbia fatto?  Non lo vedi da solo, cretino? Ho preso un cuscino e l’ho soffocata. E’ stato facile perché dormiva ancora; lei non aveva mai furia, meno che mai la mattina per andare a scuola. Figurarsi cosa gliene poteva importare di studiare. Andava a scuola solo per sculettare in faccia ai professori e ai ragazzini, e per ridacchiare con le sue amiche. Ecco quello che faceva.”

L’agente insiste.

Donata sta decidendo se rispondere o lasciarlo fare. Magari ci starebbe bene una frase tipo “Voglio un avvocato” come nei polizieschi americani. Decide di dire qualcosa così magari lui smette di infastidirla. L’ira è sbollita, lasciandola inerte e svuotata. Apre gli occhi, guarda l’agente “ Sono stata io. Ho preso il cuscino e l’ho soffocata”.

Spera che questo basti e si riabbandona al proprio torpore.

Di nuovo domande.

“Perché l’ha fatto? Si rende conto che ha ucciso una bambina?” L’uomo la fissa chiedendosi se lei possa sentirlo.

Non pensa di cavarne nulla ed è anche arrabbiato per la morte di una ragazzina dell’età di sua figlia.

All’improvviso la donna ricomincia a parlare “ Era posseduta da spiriti cattivi. Ho dovuto farlo per liberarla. Ora è in pace.”

“Ah, ok” esclama l’agente. “Caso chiuso. Questa è matta” “Infermità mentale, ci penseranno gli psichiatri”.

Donata sghignazza dentro di sé, soddisfatta della propria uscita. “Questa degli spiriti è geniale. Forse ora mi lasceranno in pace”.

E’ comodo avere dei demoni cui dare la colpa. E’ proprio quello che ci si aspetta in questi casi. La frase giusta!

Comodo, forse anche vero ma in altre circostanze. Perché quella lì, lei in persona, era un demone, altro che posseduta. E’stato un bene liberarsene prima che crescesse troppo, allora fermarla sarebbe stato impossibile. E invece ce l’ho fatta, sul filo del rasoio, appena in tempo, ma ce l’ho fatta. Forse avrei dovuto farlo anni fa, ma, in fondo, lei, prima, non era così insopportabile.

Per un po’ siamo anche state bene insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto un’infanzia felice.

Ricordo che nella strada dove abitavamo, siamo stati i primi ad avere una televisione. Stava dentro un mobiletto di legno lucido, bombato: le ante si aprivano e compariva lo schermo.

La prima cosa che ho visto è stato un telefilm di Rin Tin Tin, l’eroico cane lupo che salvava il suo padroncino da varie situazioni pericolose, fra il plauso dei soldati. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il bambino fosse un trovatello, adottato dal reggimento di stanza al forte.

Avevo un orsacchiotto di pezza che si chiamava Teddy. Era il mio portafortuna.

L’ho trascinato per la casa in lungo e in largo. Gli occhi erano due bottoni che gli erano stati riattaccati più volte, la stoffa di cui era ricoperto era diventata sudicia e macchiata.

Un giorno non l’ho più trovato e mia madre diceva di non saperne nulla.  Solo molti anni dopo ho capito che doveva averlo buttato via.

Dietro la casa c’era un giardino. Non c’erano aiuole o fiori, perché mia madre non voleva occuparsi di giardinaggio. Il terreno era ricoperto di ghiaino, c’erano un’altalena e due begli alberi da frutto su cui potevo arrampicarmi. Il nostro spazio confinava con un orto e un piccolo allevamento di conigli e galline, curato da un anziano signore. Scavalcando la rete di recinzione potevo entrarci facilmente e sbarbare carote o ravanelli oppure strappare dalle piante pomodori, zucchine, melanzane. Il proprietario incolpava sempre o gli uccelli o la banda di ragazzini del vicinato e non ha mai sospettato di me. Anzi, quando mi vedeva, mi regalava sempre qualcosa dicendomi di portarlo alla mamma.

Ero anche molto attratta dai suoi animali.

Le galline non erano facili da chiappare, ma con i conigli era un altro discorso.

Tentavano di rincattucciarsi in un angolo della gabbia ma, quando decidevo di prenderli, non avevano scampo.

Mi divertiva tirarli su per le orecchie. Li osservavo mentre scalciavano e si dimenavano. Cercavano stupidamente di liberarsi, ma li tenevo molto saldamente e non avevo nessuna intenzione di mollare la presa.

Una volta, uno di loro, scalciando, mi sporcò tutto il vestito.

“ Chi la fa, l’aspetti” come diceva sempre mia madre.

Con una corda lo appesi per il collo a un ramo basso e lo guardai contorcersi  fino a quando non si mosse più. Era morto stecchito. Lo rimisi nella gabbia.

Per giorni il vecchio si lamentò con tutti i vicini, non capacitandosi della morte dell’animale. Io ero soddisfatta: nessuno sospettava di me, l’avevo fatta franca.

Avevo anche delle bambole di celluloide.

Preparavo loro da mangiare, usando i coccini del loro corredo; i fili d’erba erano spaghetti, i sassolini pietanze, una susina il dolce.

Alle volte in giardino accendevo dei falò, con foglie e rametti, per cuocere le pietanze e fissavo affascinata le fiamme. Ancora oggi, come allora, sono molto attratta dal fuoco. In Tv mi piace guardare i film catastrofici del genere “Inferno di cristallo” e, d’estate, seguo sempre i resoconti degli incendi.

Con le  bambole immaginavo la mia felice vita futura di donna sposata. Loro erano le mie figlie obbedienti e perfette.

Le avevo educate bene.

Ne ero orgogliosa. Sarei stata un’ottima moglie e una brava madre.

Per prepararmi al futuro leggevo “L’enciclopedia della donna”.

Arrivava a casa in fascicoli, mi pare settimanali. C’erano tutti i suggerimenti perché la donna sapesse rendere orgoglioso il marito e diventare una provetta padrona di casa, che deve sempre sapere togliere ogni macchia, lucidare l’argenteria, offrire alle amiche il tè, ricevere impeccabilmente gli ospiti importanti.

Non potevo prendere esempio da mia madre: era sempre malata. Soffriva di terribili mal di testa. Passava intere giornate stesa a letto, con una pezzuola bagnata sulla fronte.

Eravamo benestanti e potevamo permetterci una donna di servizio che veniva da noi tutti i giorni, dalla mattina alla sera.

Gina, così si chiamava, era una persona forte e allegra, immigrata in città con il marito, in  cerca di lavoro e di fortuna.

In casa faceva tutto lei. Puliva, lavava, stirava, preparava il pranzo, mi alzava, mi vestiva e mi pettinava facendomi due belle treccine, mi accompagnava a scuola e veniva a riprendermi, mi teneva con sé in cucina e mi permetteva di aiutarla. Tagliavo le verdure, sbucciavo le patate, impastavo la farina, macinavo il caffè con il macinino e intanto la osservavo e imparavo. Ho imparato bene: infatti sono un’ottima cuoca.

Ho saputo, in seguito, che, lavorando a capo chino, lei e il marito erano riusciti a comprarsi una casa e a mandare il loro figlio all’università.

Nonostante i giudizi sprezzanti che dava di lui mia madre, è divenuto un medico stimato e ha fatto carriera.

Qualche volta veniva a fare i compiti da noi. Mia madre diceva che non capiva nulla, che era un figlio di contadini ignoranti e non avrebbe mai potuto andare lontano. Con ostentata bontà, pietosamente, si occupava, oltre che della mia, anche della sua istruzione, unica attività a cui qualche volta si dedicasse durante la giornata.

Una volta siamo andati a trovare Gina nella colonica sperduta in campagna, dove ancora viveva la sua famiglia d’origine. Puzzava di sporco: dalla stalla sotto l’abitazione saliva il tanfo dello sterco delle mucche, le stanze erano piccole e buie. Non c’era un bagno, ma una specie di buco in uno stanzino dove i bisogni venivano scaricati nella concimaia di sotto.

I suoi parenti ci accolsero con deferenza intimorita.

Eravamo signori, gente di città.

Nel viaggio di ritorno mia madre sottolineò tutti i particolari sulla sporcizia e sulla miseria che avevamo visto.

Io ricordo che ci avevano preparato dei dolci, dei pupazzetti a forma di uomo e di donna; gli occhi e la bocca erano fatti di confetti colorati. Mia madre ne mangiò sdegnosamente un pezzetto.

Non ho particolari ricordi di mio padre. Per me era quasi un estraneo. Usciva la mattina presto e tornava la sera. Non potevo salutarlo perché era stanco. Si chiudeva nel suo studio a fare non so cosa. Io cenavo prima di loro da sola e alle otto venivo messa a letto.

Mi tornano solo in mente le minacce di mia madre che lo usava come uno spauracchio.

“Se non stai buona, lo dico a tuo padre, stasera ”

Quando è nata mia sorella Letizia, avevo già dieci anni: fino a quel momento ero sempre stata da sola, unico arbitro e protagonista dei miei passatempi.

Il giorno del parto (ma di cosa si trattasse, non avevo idea) fui buttata fuori di casa.

La nonna Gilda che era arrivata assieme a un’altra donna, senza rivolgermi la consueta attenzione, mi disse di stare buona, mi fece sedere sui gradini esterni della casa, raccomandandomi di non muovermi e di non rientrare per nessuna ragione. Rimasi a lungo seduta lì; mi stavo annoiando. A un certo punto mi passò davanti Roberto, il figlio dei vicini. Mi guardò incuriosito perché normalmente non avevo il permesso di giocare per strada con gli altri bambini. Mia madre diceva che non stava bene che io mi mischiassi a certa gente del popolo.

Lui mi fissava un po’ troppo ed io, per mostrargli il mio disprezzo, gli feci una linguaccia. Quello mi si avvicinò e mi tirò una treccia.

Indignata, raccolsi un grosso sasso da terra e mentre si allontanava ridendo, glielo lanciai dietro con forza, centrandolo nella schiena. Il colpo lo fece barcollare. Sgattaiolai in casa veloce, chiudendo bene il portone prima che potesse tornare indietro. Restai nell’anticamera buia sperando che se ne andasse, preoccupata di avere disobbedito alla nonna.

La nascita di mia sorella mi deluse molto: ne avevo aspettato l’arrivo, ammirando estasiata le camicine, i vestiti, le scarpine di lana fatte ai ferri che Gina aveva sistemato in una cassettiera.
Avevo l’ambizione di farle da madre, ma dopo pochi giorni avevo cambiato idea.

Lei piangeva sempre, anche la notte, con urli insopportabili, sbavava e faceva una cacca puzzolentissima.

I suoi pannolini, lavati a mano da Gina, erano stesi in tutti gli spazi disponibili della casa.

Mia madre non faceva più i compiti con me e si lamentava spesso con la domestica:

“ Non ce la faccio più, non ho dormito stanotte, sono stanca”.

Ripeteva questo genere di frasi in continuazione.

Gina cercava di incoraggiarla, aveva sempre lei la piccola in braccio, la passava a mia madre solo per il latte e continuava a dire “Che bella bambina”.

Una volta ho cercato di giocare con la piccola. L’ho tirata su dalla culla e l’ho portata nell’angolo delle bambole per metterla  fra loro. Ma quella, appena messa per terra, non è rimasta, come mi aspettavo, seduta ma  si è ribaltata all’indietro, battendo violentemente la testa e mettendosi a strillare. Consapevole di avere infranto una regola che la nonna, Gina e la mamma mi avevano ripetuto più volte “Non la devi prendere in braccio da sola”, le misi una mano sulla bocca e la riportai nella sua culla.  Tentai di soffocarne il pianto perché non si sentisse, ma quella si agitava tutta e il cuscino che le avevo messo sulla faccia, scivolò di lato.

Gina arrivò di corsa in camera, pulendosi le mani al grembiule.

La guardai compunta e le dissi “L’ho sentita piangere e sono venuta a vedere”. Lei mi lanciò un’occhiata perplessa, ma non aveva prove contro di me, prese la piccola e si mise a cullarla fino a quando riuscì a calmarla.

Mi piaceva andare a scuola. Avevo un bel grembiule bianco, pulito e con un  fiocco colorato.

Grazie alla mia donna di servizio, io ero sempre in ordine ma alcune delle mie compagne di classe avevano grembiuli di una misura sbagliata, troppo grandi o troppo piccoli, rammendati o strappati e alle volte non mettevano nemmeno il fiocco.

Mi piaceva imparare, riempivo pagine di lettere, mi esercitavo per avere una bella calligrafia.

L’unico momento della giornata in cui mia madre stava con me, qualche volta, era il pomeriggio quando mi aiutava a fare i compiti e io le facevo  vedere com’ero diligente e attenta.

Ricordo quando mi sono venute le mestruazioni la prima volta.

Nessuno mi aveva detto nulla e pensai di essermi ferita, magari salendo su un albero in giardino o di essere malata. Visto che, nonostante i tentativi di pulirmi, il sangue non si fermava, andai preoccupata da Gina. “Non è nulla” mi disse “ è normale, vuole dire che sei diventata grande.”

Non capivo cosa volesse dire. Lei provò a spiegarmi che le donne grandi perdono  sangue una volta al mese. Non mi spiegò che questo aveva a  che fare con la riproduzione e tanto meno mi parlò di sesso.

Per tranquillizzarmi, mi portò in camera della mamma, prese dal cassetto dei rettangoli di stoffa e pazientemente mi spiegò come fare a indossarli.

Mi sentivo sporca e a disagio. Non avevo il controllo dei miei movimenti, avevo paura che i pannolini si spostassero o fuoriuscissero dalla mutandina.

Più tardi mia madre mi chiamò in salotto, era seduta in poltrona; con fare affettuoso mi fece, inaspettatamente, una carezza e mi disse “Sei diventata grande” e poi aggiunse “Comportati bene ora”.

Restai indispettita. “ Non mi ero sempre comportata bene ? “

A turbarmi ulteriormente già da un po’ di tempo avevano cominciato a spuntarmi peli dappertutto. Erano disgustosi.

Per un’estate, facendo impazzire di preoccupazione la Gina, mi rifiutai di mettermi camicette con le maniche corte e ne indossai solo con maniche lunghe, nonostante il caldo torrido.

Superate le scuole medie, fra gli elogi di tutti, mi sono iscritta al liceo classico.

Era un ambiente duro e competitivo. Alle scuole elementari e alle medie era evidente che io, rispetto alle altre compagne, ero la più ricca.

Al ginnasio non era più così. Lì tutti appartenevano alla buona borghesia cittadina e io non ero della loro cerchia.
Alcune mie compagne venivano a scuola in auto con l’autista, io prendevo l’autobus e scendevo una fermata prima per non farmi vedere su un mezzo così povero.

Ero stata invitata nelle case di alcune di loro, perché ero comunque fra le più brave a fare i compiti.

Guardavo le loro case: erano più grandi del posto dove stavo io , con mobili più belli, e quadri alle pareti. Le loro madri erano sorridenti, affettuose, ben vestite, anche di pomeriggio e non sprofondate con una vestaglia, in poltrona, come la mia.

Mi sentivo una specie di Cenerentola fra le sorellastre e la matrigna.
Dovevo rimontare.

L’occasione mi fu data dall’incontro con Luca: lui fu la mia arma per salire di status.

Ero una bella ragazza.

In autobus c’era sempre qualche mano che mi palpava il sedere e qualche vecchio porco che trovava il modo di strofinarsi, con la scusa di passare.

Non sapevo che tutto questo avesse a che fare con il sesso.

Credevo che i bambini si facessero baciandosi, fino a che la mia compagna di banco, smaliziata e impietosita, mi aveva spiegato come andavano le cose. Avevo assimilato scrupolosamente quei concetti sconosciuti e, soprattutto, avevo capito che i ragazzi volevano fare sesso e che le ragazze dovevano opporsi, anche se non proprio a tutto, se volevano farsi sposare.

Cominciai a sentirmi meglio. Avevo qualcosa da barattare per raggiungere i miei scopi.

Anche Luca era fra i più bravi della classe ma non era molto amato dai professori. Aveva idee proprie su molti argomenti e le esponeva appassionatamente, sia nei compiti scritti che durante le interrogazioni. Non era per niente diplomatico e non cercava minimamente di ingraziarsi gli insegnanti.

Ero andata qualche volta a fare i compiti da lui.

Mia madre approvava in pieno questa frequentazione, anche se andavo in casa di un ragazzo e non da un’amica. Alle volte mi accompagnava lei in macchina. Aveva preso la patente, cosa abbastanza insolita per una donna in quegli anni, ma diceva che andare in auto le risparmiava tempo e fatica.

La casa di Luca era una villa molto bella, nella parte più di prestigio della città, sulle colline.

Soprattutto era una casa colta. C’erano libri dappertutto e  una stanza della musica con un pianoforte. Alle pareti c’erano molti quadri, che però a me sembravano solo strappi sulla tela o prove di colore. Luca me ne  parlava  con entusiasmo, facendomi da Cicerone e ragionando di nuove tendenze pittoriche e di avanguardie.

Probabilmente riferiva discorsi dei suoi e di loro amici. Ascoltavo compunta, ma non mi convinceva.

Per me erano solo sgorbi e tali rimanevano anche dopo mille spiegazioni.

Quando mi faccio un’idea, resta quella.
Non sono una persona debole, che si fa influenzare facilmente.

Il padre di Luca era dirigente di una grossa multinazionale, in piena espansione. Sua madre lavorava come insegnante. Mia madre disapprovava che una donna, senza bisogno di soldi, lavorasse.

Il caldo entusiasmo con cui, durante le nostre visite, lei ci parlava del suo lavoro ci confermava che era una persona un po’ stravagante.
Per quanto si atteggiasse a signora, mia madre era comunque a disagio nella conversazione: l’altra parlava amabilmente di libri, di concerti, di teatro, rivelando una vita sociale e culturale di cui mia madre non sapeva nulla, anche se faceva finta di trovare quei discorsi interessanti.

Per rifarsi, durante i viaggi di andata o di ritorno, esternava tutto il suo disprezzo per una donna che non si dedicava alla famiglia. Dimenticava che anche lei, se non ci fosse stata Gina, non è che alla cura dei figli e della casa si fosse dedicata poi così tanto.

Luca mi aveva eletto a suo pubblico.

Durante i pomeriggi che passavamo insieme per fare i compiti, sfoggiava tutte le sue idee sul mondo. Faceva la ruota come i pavoni: l’esibizione di cultura era un rituale di corteggiamento ma, in tutta onestà, devo ammettere che né io né lui sapevamo in che territorio ci stessimo addentrando.

Durante quegli incontri io ero solo indispettita perché perdevamo tempo ad ascoltare dischi di musica classica noiosissimi o a leggere brani di autori russi che lui amava, ma non erano nel programma di letteratura. Leggerli era perfettamente inutile.

Poi c’era il capitolo ingiustizia nel mondo. Luca aveva le sue idee sulla lotta alla povertà e alla fame, sull’uguaglianza fra le persone e i popoli. Non lo capivo. Gina era povera: peraltro era l’unico povero che conoscessi .

” E allora” mi chiedevo “che male c’è ?”.

Per educazione, siccome non sta bene interrompere, lo lasciavo parlare. Immagino che lui si facesse l’idea che il mio silenzio era approvazione o addirittura condivisione. Pensava a noi come ad anime gemelle. Io controllavo di nascosto l’ora, calcolando mentalmente il margine che potevamo concederci prima di affrontare i compiti da fare.

Con il benestare delle famiglie, lui aveva organizzato dei giorni in cui andavamo al cinema o al teatro, da soli o con i suoi genitori e i loro amici.

Cominciai a scoprire un mondo più vasto del salotto di casa mia.

A scuola, queste esperienze, raccontate alle amiche, mi facevano guadagnare il rispetto delle altre.

Consideravano me e Luca una coppia.  Non ero più una qualunque, brava ma poco interessante; ero la fidanzata di uno che per le sue idee, la sua personalità e per lo status della sua famiglia, era considerato un leader.

Ero soddisfatta: lui non mi piaceva come persona, non ne condividevo le idee e gli entusiasmi, trovavo i suoi interessi noiosi.  Detestavo la musica classica. Se fosse stato per me, avrei ascoltato solo le canzoni del Festival di Sanremo. Ma mi dicevo che una donna deve essere paziente e apprezzavo la popolarità di cui lui mi faceva godere di riflesso.

Fisicamente non mi attraeva. Aveva capelli fini e lisci e il naso troppo grosso. Quando era agitato, soffriva di un tic che gli faceva stringere gli occhi e contrarre la faccia come se ghignasse.  Nella foga di un discorso, alle volte gli succedeva in pubblico. Lo trovavo molto imbarazzante, ma dovevo fare finta di nulla e accontentarmi.

Fortunatamente, con l’età matura, quel dannato schifosissimo tic da adolescente gli è passato, si è irrobustito, i capelli gli sono diventati brizzolati e ora posso dire che è un uomo non bellissimo, ma attraente.

Poi ci fu il capitolo sesso.

Luca premeva molto perché “lo facessimo”, come prova, secondo lui, del nostro amore, di cui parlava in continuazione.

Io resistevo, perché così si doveva fare e non ero per nulla incuriosita da tutta la faccenda.

L’intimità fisica fra noi cresceva. C’erano stati i primi baci e poi vari toccamenti. Lui mi carezzava i seni, poi era riuscito a convincermi, prendendomi per sfinimento, a toccarmi “ lì sotto”.

Durante questi palpeggiamenti diventava rosso, sudava e ovviamente aveva delle erezioni che potevo percepire quando si accostava, anche se all’inizio non capivo bene di cosa si trattasse. Incuriosita, avevo cominciato anch’io a infilargli le mani nei pantaloni e avevo scoperto divertita che il suo coso, appena toccato s’imbizzarriva e diventava grosso e duro. Ero soddisfatta di avere tutto questo potere nelle mie mani.

Dopo vari mesi di queste esplorazioni e dopo reiterate suppliche e lagnosità da parte sua, decisi di cedere.

Era estate.

Ero in villeggiatura in montagna con mia madre e mia sorella. Ci stavamo due mesi, perché mia madre non sopportava il caldo della città e si doveva riposare. Mio padre veniva a trovarci nel week-end. Senza la scuola mi annoiavo a morte. Si potevano solo fare passeggiate, sempre uguali. Poi il nulla. Qualche volta riuscivo ad andare a giocare al flipper al bar, ma dovevo farlo di nascosto perché mia madre non approvava che io frequentassi la compagnia dei giovani del paese. A me sembrava si divertissero molto. Andavano in gruppo a fare passeggiate, forniti di chitarre. Li sentivo ridere, scherzare. Parlavano di andare a ballare il sabato sera, cosa che era impensabile che mi fosse concessa. Loro mi consideravano un’estranea, nonostante che qualche ragazzo più intraprendente mi guardasse sfacciatamente il culo. Per il resto m’ignoravano. Non ero dei loro: ero solo una villeggiante, una studentessa di liceo. Loro lavoravano: vedevo i ragazzi con tute da operaio e da meccanico e le ragazze nelle botteghe del paese, al forno o dalla parrucchiera. La differenza di classe sociale era, a quei tempi, molto accentuata e influente ed era impensabile che giovani operai o commesse avessero a che fare con una studentessa liceale.  Non era previsto che i due mondi potessero comunicare.

Luca aveva il permesso di venirmi a trovare. Le sue visite spezzavano l’asfissiante routine di quelle giornate.

Mia madre, dopo un po’ di convenevoli, si disinteressava completamente di noi. Avevamo così l’opportunità di fare lunghe passeggiate nei boschi e di nasconderci in qualche radura, lontana da occhi indiscreti.

Non ho mai capito se lei si rendesse conto che erano molto più pericolose, per la mia onorabilità, quelle girate da soli io e lui piuttosto che un innocente pomeriggio al bar. Ma eravamo fidanzati, lei approvava e, se sapeva cosa facevamo, non riteneva di dovere intervenire. Lui era un buon partito.

Forti di questa libertà, dopo diversi tentativi, riuscimmo a capire la meccanica dell’atto. Non era molto difficile. C’era un oggetto cilindrico che doveva entrare in uno cavo. Eravamo giovani e sani e fummo guidati dall’istinto e dalla fisica dei corpi.

La prima volta restai un po’ perplessa. A parte un po’ di dolore e una perdita di sangue che non mi aspettavo e che m’impensierì un po’, trovai la cosa sporca e sgradevole.

Ma, volta dopo volta, feci l’inaspettata scoperta che la penetrazione mi procurava sensazioni piacevoli, anche molto intense. Non lo sapevo ma erano orgasmi. Cominciai ad apprezzare quel passatempo e nonostante lui mi annoiasse sempre mortalmente con i suoi discorsi – parlava di progetti insieme e di grande amore – cominciai a sentire la sua mancanza fra una visita e l’altra.

Finimmo il liceo. Dovevamo scegliere l’Università.

Luca voleva andare alla Facoltà di Sociologia a Trento. Era stata aperta in quegli anni ed era una novità nel mondo accademico. Una materia nuova, con inediti piani di studio, in odore di “sinistra”.

Lui ne era entusiasta. Aveva letto Adorno, Horkheimer, Marcuse, in lingua inglese, prima che venissero pubblicati in italiano.
Già ci immaginava a vivere insieme, in una casa nostra.

Dava per scontato che anch’io avessi il medesimo sogno e la sua passione per la sociologia.

Fortunatamente i suoi genitori si opposero: non era usuale mandare un ragazzo a studiare in un’altra città. I suoi sogni s’infransero su quel rifiuto. Per un po’ ne fu fortemente amareggiato.

Con il senno di poi, ritengo che fu una benedizione. Con tutte le sue idee, in quell’ambiente, sarebbe, come minimo, diventato amico di Curcio e militante delle Brigate rosse, invece che uno stimato professionista com’è adesso.

Ripiegò su architettura, sia pure parlando di Wright, modernismo e quant’altro e, dopo la laurea, grazie alle conoscenze dei suoi, entrò in un affermato studio di architettura, dove lavora ancora oggi.

Io m’iscrissi a Lettere. Era una facoltà più femminile. Nei miei sogni di bambina il mio unico progetto era quello di sposarmi, fare figli ed avere una bella casa, ma la mia ottima carriera scolastica, che era un peccato interrompere – come dissero ai miei genitori gli insegnanti –  mi aprì la strada dell’università.

Dopo la laurea avevo davanti la possibilità di iniziare a insegnare ma non mi interessava.  Trovavo abbastanza insopportabile l’idea di avere a che fare con ragazzini ignoranti.

Accettai così una proposta di lavoro di una casa editrice: mi parve più prestigioso. Ho sempre fatto un lavoro amministrativo e d’ufficio, niente di entusiasmante,  ma mi piace potere dire  che lavoro in campo culturale.

Era arrivato il momento di coronare il nostro sogno d’amore.

Luca parlava di amore libero e convivenza ma, su questo punto, riuscii a contrastarlo efficacemente, con uno sciopero del sesso e la minaccia di troncare il fidanzamento.

Si arrese.

Mi sobbarcai un anno di stress. Organizzare il matrimonio fu un’impresa titanica.

Mi dovetti occupare, in primo luogo, di arredare la casa che le famiglie ci avevano comprato. Scelsi con cura gli arredi, ispirandomi alle case delle amiche del liceo e dell’università. Lasciai a Luca solo la scelta dei quadri, perché se ne intendeva più di me.

Poi mi buttai a capofitto nei particolari organizzativi della cerimonia.

Ero sola: mia madre non aveva né l’energia né l’entusiasmo per aiutarmi e, secondo me, neppure il gusto per fare le scelte giuste. Potevo solo utilizzare mia sorella in funzione di aiutante per le incombenze più pratiche.

Qualche volta chiedevo rispettosamente l’aiuto della madre di Luca.  La mia futura suocera non dava grande importanza agli aspetti spettacolari della cerimonia ma, per una sorta di legge di compensazione, riusciva, in qualche modo, a tranquillizzarmi.

Luca, come tutti gli uomini, acconsentiva bonario a tutte le mie scelte, attribuendo, immagino, la mia fissazione al fatto che fossi felice di sposarmi.

In quei mesi il tarlo della perfezione mi ha divorato. Il vestito bianco doveva essere importante ma non svenevole o troppo infiocchettato con trine e merletti, per non risultare una cosa pacchiana, da poveri. Il vestito delle damigelle doveva essere grazioso ma non vistoso, per non offuscare l’unica vera protagonista, cioè io, la sposa.

Curai tutto nei minimi dettagli: il menù del pranzo che si sarebbe svolto in una bella villa, molto signorile, gli addobbi della chiesa, i fiori, le bomboniere, gli inviti rigorosamente scritti a mano.

Luca avrebbe voluto fare una cosa semplice, per pochi parenti e amici e poi devolvere il corrispettivo di quello che avremmo risparmiato sul pranzo e la cerimonia a qualche causa benefica.

Stroncai sul nascere le sue idee stravaganti. Volevo un pranzo come si deve, con tutte le portate e la torta nuziale e chi se ne frega dei bambini in Africa che muoiono di fame.

Arrivai esausta al giorno fatidico ma tutto andò alla perfezione. Ancora oggi sono molto soddisfatta di me e di come me la sono cavata.

Iniziammo così la nostra vita insieme.

Ritengo che quello sia stato uno dei migliori periodi della mia vita.

Avevo lasciato la casa dei miei e ne avevo una tutta mia, improntata al mio gusto e alle mie esigenze, adatta per ricevere con un bel salone ampio per pranzi, cene e feste.

Tutto era nuovo e lucente.
Grazie al mio addestramento infantile, fra Enciclopedia della Donna e lezioni della Gina, riuscivo perfettamente a destreggiarmi fra lavoro e organizzazione domestica. Era divertente fare la spesa e decidere io cosa mangiare quel giorno, senza dovermi adattare a cose già cucinate da altri.

“ O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra” diceva sempre mia madre.

Luca ha sempre avuto orari più impegnativi dei miei. Spesso, già dai primi anni di lavoro, doveva andare fuori città per qualche convegno o per incontrare clienti importanti.

Nelle giornate in cui restavo da sola, potevo sentire la musica che mi piaceva, giravo per casa, dopo il lavoro, con una tuta sbrindellata, mangiavo sul divano guardando la televisione o non mangiavo affatto. Se la domenica lui non era in casa, me ne restavo in vestaglia e ciabatte, girellando per le stanze, senza fare nulla. Mi concedevo lunghi bagni caldi in vasca, scegliendo con cura le essenze da sciogliere nell’acqua, approfittando che non c’era nessuno a lanciarmi sguardi languidi e vogliosi.

Nella mia ricca e beata solitudine stavo proprio bene.

Quando c’era Luca a casa, mi sforzavo di essere curata e di interessarmi al suo lavoro. Lui s’imbarcava in lunghi discorsi sui progetti del suo studio ed io ascoltavo, dissimulando la noia. Sono sempre stata una brava ascoltatrice.

Spesso avevamo ospiti a cena. Io me la cavavo benissimo.

Sentivo gli sguardi di ammirazione nei miei confronti dei suoi amici e colleghi, l’invidia delle donne, per la mia eleganza, per la mia casa perfetta, per le mie cene impareggiabili. Sono stata fra le prime, ad esempio, ad avventurarmi nell’organizzazione di cene etniche, sempre con ottimi risultati.

Il sesso, come ho detto, era gradevole. Il detto di mia madre e di mia nonna “ Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” mi risuonava nelle orecchie, ma pensavo che un po’ d’innocente divertimento non sarebbe stato un peccato, e poi chi avrebbe potuto scoprirlo?

Trovo fastidiosa e invadente l’idea che la religione possa  giudicare e orientare  i comportamenti delle persone, fino nei minimi dettagli.

Mi dico sempre che Dio ha altre cose a cui pensare.

Ma sono una buona cattolica, non vorrei essere fraintesa su questo punto.

Da bambina andavo in chiesa e al catechismo; mi sono sposata, come ho detto, con una bella cerimonia religiosa. A Natale e a Pasqua vado sempre in Chiesa.

Nei primi anni dopo il matrimonio abbiamo fatto molti bei viaggi.

Luca seguiva le tracce dei suoi interessi, sia di architettura che umanitari.

Anche nei paesi più poveri che abbiamo visitato, in Africa o in India, riuscivo sempre a trovare degli alberghi adeguati, dove potevo restare in piscina a prendere il sole, mentre Luca andava in giro a fotografare squallidi sobborghi o baraccopoli degradate.

Al ritorno in ufficio avevo sempre dei pittoreschi resoconti da fare alle mie colleghe.

Il tempo scorreva piacevolmente senza intoppi.

Eravamo sposati da quattro anni. Per il mio trentesimo compleanno avevo organizzato, di sabato sera, una bella festa con i nostri amici.  Due coppie non erano potute venire: avevano bambini piccoli e spesso avevano guai a sistemarli, con le baby-sitter o con i nonni. Pazienza, conoscevamo un sacco di persone e qualche defezione non avrebbe incrinato la riuscita del party.
Il pranzo della domenica successiva lo avevo dedicato invece ai festeggiamenti con i parenti.

Nonostante la mia abilità, era complicato mettere insieme le nostre famiglie. Ero sempre preoccupata che i miei genitori mi facessero sfigurare.

Per quanto cercassi di istruire mia madre, c’era sempre in lei qualcosa di sciatto, un particolare fuori posto che stonava.

Mio padre, invecchiando, è diventato di una tirchieria esagerata e non giustificata dal loro status economico.  E’capace di indossare lo stesso cappotto “buono” per anni, facendolo rifoderare più volte.

Insomma facevano di tutto per sembrare poveri, anche se non lo erano.

“L’abito non fa il monaco” come diceva mia madre ma “Anche l’occhio vuole la sua parte” le rispondevo io, con un altro dei suoi proverbi favoriti.

L’unica di cui non mi dovevo preoccupare era mia sorella Letizia: la sua vivacità, il suo slancio sociale – era spesso a manifestazioni, cortei, assemblee – piacevano a mia suocera. Si era iscritta alla Facoltà di Veterinaria.  Curare cani e gatti, a me personalmente, non sembrava una buona idea, ma “contenta lei, contenti tutti”. Per l’uno o l’altro motivo aveva comunque sempre dei validi argomenti di conversazione e anche Luca le dava volentieri spago.

Durante il pranzo per il mio compleanno mia madre introdusse l’argomento bambini.

Aveva incontrato per caso la figlia di un amico. A ventisette anni era già madre di una bambina di due anni ed era di nuovo incinta: presi svogliatamente parte alla conversazione in cui si tessevano le lodi di questa qui, il cui unico pregio era, evidentemente, quello di figliare come una coniglia, ma avvertii dentro di me qualcosa che non andava. L’immagine di vita perfetta che avevo costruito con tanta fatica rischiava di appannarsi.

Luca ed io non avevamo figli.

“Non ancora” pensai ma si può rimediare.

Quando tutti furono andati via, ne parlai con mio marito. Lui non si mostrò preoccupato più di tanto. Parlò di popolazione mondiale e di povertà. Come al solito non aveva capito nulla. Che ci fosse gente che muore di fame sul pianeta, non c’entrava nulla con noi. Un bambino in più non sarebbe stato una rovina planetaria e avrebbe completato magnificamente la nostra vita, mettendoci alla pari con gli altri.

Nei mesi successivi lo provocai più volte, prendendo l’iniziativa per fare sesso, attività a cui lui, peraltro, non si sottraeva mai.

Durante il matrimonio non avevamo mai usato precauzioni anticoncezionali. In effetti, era un po’ strano che non fossi rimasta incinta.

Nonostante avessi volutamente aumentato la frequenza dei rapporti, non succedeva nulla. Tutti i mesi, puntualmente, si manifestava la solita perdita di sangue.

Cominciai a preoccuparmi.

Mi mettevo di profilo davanti allo specchio e m’immaginavo con il pancione. Sistemavo le braccia una sopra e l’altra sotto il ventre per accogliere quello che ancora non c’era. Sarei stata bene: sono abbastanza alta, anche se mi fossi arrotondata, non sarei stata goffa e ridicola come certe donne incinta, basse e tarchiate, che, durante la gravidanza, sembrano palle che rotolano.

Senza dire nulla a nessuno, andai dal mio ginecologo. Mi prescrisse una serie di esami. Il risultato di tutti gli accertamenti clinici fu che non c’era motivo che non restassi incinta. Ero fertile. Lì per lì ne fui felice. Il mio corpo non mi aveva tradito, io andavo bene.

La causa dell’infertilità andava ricercata in Luca. Era lui il colpevole. Avrei dovuto immaginarlo. Presi in esame l’idea di non dirgli nulla e andare avanti così. Misi a fuoco una soluzione possibile. Avrei potuto fare il figlio con qualcun altro, farlo passare per suo  e farmi un bambino a dispetto dei santi. Se non gli fosse somigliato, potevo sempre dire che assomigliava a me o invocare lontani parenti con caratteristiche simili. Come dicevano gli antichi romani  ”Mater semper certa, pater numquam”. E se il padre biologico avesse capito qualcosa e, preso dall’istinto di paternità e del possesso, si fosse fatto avanti a rivendicare qualcosa? Era un’eventualità che non potevo escludere.

Arrivai alla conclusione che, scegliendo un partner giusto, magari già sposato o tutto dedito alla sua carriera, i rischi sarebbero diminuiti. Avevo adocchiato alcuni possibili candidati, ma il mio preferito era l’istruttore della palestra dove andavo il pomeriggio, ammiratissimo da tutte le frequentatrici, un bel ragazzo davvero, bruno, alto, fisico ben scolpito.
Mi sorrideva sempre, spesso mi si avvicinava con il pretesto di farmi vedere l’uso corretto di qualche attrezzo. Sapevo di piacergli. Sarebbe stato facile portarselo a letto e, dopo qualche amplesso, si sarebbe distratto, in cerca di nuove prede fra le signore della palestra, magari una di quelle smorfiose ventenni, perfette nei loro body aderenti, con gli scaldamuscoli colorati, che gli scodinzolavano dietro.

Lui doveva avere sui venticinque anni, era sicuramente sano e ben piazzato: non avrei rischiato che il bambino avesse tare fisiche.

Non era molto intelligente: diceva solo cose molto banali, ma “chi se ne frega” pensavo. Non si può avere tutto nella vita. Dopo molte fantasie decisi di non farne di nulla. A oggi, con il senno di poi, penso di avere preso una decisione sbagliata. Avrei avuto il bambino che volevo, sano e senza tutte le complicazioni che ci sono state dopo. Mi scoprii meno coraggiosa di quanto credessi, in quella circostanza, e lo dico con un senso di disappunto verso me stessa. Ancora non mi sono perdonata.

Decisi di affrontare il discorso della sterilità con Luca.

Scelsi una domenica pomeriggio.

Lui era sul letto, con le spalle allo schienale e le gambe flesse, a sorreggere il libro di turno “Crisi dell’occidente”.

Indossava una tuta; la felpa gli tirava leggermente sull’addome, aveva messo su un po’ di pancetta.  Una ciocca di capelli fini e lisci gli ricadeva, come il solito, sul viso.  Mi avvicinai e mi sedetti sul letto.

Chiuse il libro, l’indice della mano sinistra fra le pagine, per tenere il segno e mi guardò.“ Che c’è, micetta?” Odiavo che mi chiamasse micetta, come quando eravamo ragazzi. A quindici anni passi, ma dopo i trenta suona ridicolo. Decisi di non farglielo notare per la centesima volta.

Con calma gelida gli raccontai degli esami che avevo fatto e del risultato.  Lo invitai a farsi delle analisi anche lui.

Cercò di ribattere che non ne sentiva la necessità, che avevamo parlato di non avere bambini.

“ Tu ne hai parlato di non fare figli, io no” gli risposi . “Lo so, il riscaldamento globale, la popolazione mondiale, la povertà. Beh, la vuoi sapere una cosa? Non me ne può fregare di meno. Sono tutte cazzate che non mi riguardano. Qui nessuno muore di fame ed io voglio un bambino come tutti.”

Lui mi rispose che ero  ipocrita, la discussione andò avanti per un po’.

Alla fine, esasperata, uscii dalla stanza; con la coda dell’occhio vidi Luca che si alzava, gettando il libro sul letto.

Continuai a insistere. Le discussioni erano sempre più violente e, da parte sua, rancorose, ma io non arretrai di un millimetro.

Finalmente si decise. Dopo una serie di accertamenti, ebbi la conferma. Luca era sterile, in modo irreversibile.

Era la fine. Non avrei potuto avere quello che volevo. Avendogliene parlato, mi ero anche bruciata la possibilità di fare un figlio con un altro e farlo passare per suo. Insomma un disastro!
D’inseminazione artificiale ancora non si parlava molto: la ricerca, in questo campo, era agli albori, non come adesso che se ne sa di più.

Ero in trappola.

Per alcune settimane non andai a lavoro. La mattina non mi alzavo. Restavo a letto, a masticare rabbia e a piangere. Me ne stavo a casa, senza vestirmi, in camicia da notte e vestaglia. Mangiavo distrattamente, non mi guardavo allo specchio neppure per pettinarmi.

Mia madre mi compativa.

“Eh, poverina! Che disgrazia doveva capitarmi! Chi lo avrebbe detto che Luca era sterile” e via piagnucolando.

Le colleghe e le amiche mi telefonavano, invitandomi a reagire.

Io non dicevo nulla ma le odiavo tutte per la carità ipocrita che mi buttavano addosso.

Stronze, loro facevano sesso e figliavano. Dall’alto del loro successo, mi compativano e, secondo me, sotto sotto, gongolavano della mia disgrazia. Insopportabile.

Trovai, non so come, la forza di tornare a lavorare. La vita ricominciò, più o meno normalmente.

Luca era sollevato dal fatto che io fossi tornata nei ranghi. Mi lanciava occhiate sospettose ma non trovava nulla da rimproverarmi; ero tornata io, agghindata, piacevole, efficiente.

Non avevo ancora preso in considerazione l’idea dell’adozione. Non volevo un bastardo di qualcun altro ma un figlio mio, fatto a mia immagine e somiglianza. Il resto non m’interessava.

Le colleghe mi avevano suggerito, sotto voce, l’adozione, quando ero a casa, depressa.

L’idea cominciò a farsi strada nella mia mente. Certo, era un ripiego, ma meglio che nulla.

Sondai il terreno con le persone che frequentavamo Luca ed io.

L’adozione otteneva l’approvazione di tutti. Veniva considerata un gesto generoso, apprezzato socialmente. Dare una famiglia a un orfanello, perché no?

Avrei evitato i fastidi di una gravidanza e del parto, niente smagliature o seno cadente e mi sarei ritrovata con un bambino bell’e fatto, già partorito.
Sì, poteva essere, si poteva fare.

Comunicai a Luca lo sviluppo delle mie pensate.

Con tutto il suo parlare di povertà e fame doveva essere d’accordo e poi, se no, gli avrei fatto pesare che era per colpa sua che non potevamo avere figli nostri.

Forse perché si sentiva in colpa o forse perché la mia depressione lo aveva preoccupato, Luca aderì all’idea abbastanza presto.

Cominciammo un allucinante iter burocratico. una vera farsa.

Incontrammo assistenti sociali e psicologi, mezze tacche di dipendenti pubblici, che, con sussiego, ci ricevevano in uffici sgangherati, in spazi angusti  che io, a casa mia, avrei a malapena usato da sgabuzzino e avevano pure la pretesa di giudicare la nostra”idoneità genitoriale”, come dicevano nel loro astruso linguaggio social – psicologico.

Arrivavo ai colloqui volutamente ostentando abiti eleganti e gioielli costosi, che avevo accumulato negli anni, creandomi una ricca collezione di pezzi adatti a ogni occasione.

“Diamonds are a girl’s best friend”, come cantava  Marilyn.

Le assistenti sociali –  e ne ho incontrate diverse – erano delle donnicciole.

Ne ricordo in particolare una, anche simpatica a suo modo; mi sembra che si chiamasse Wanda. Avrà avuto una cinquantina di anni, l’aria materna, i capelli grigi tagliati corti come fanno le donne che non hanno tempo o soldi per il parrucchiere. Si vestiva come una zingara, con sottane lunghe di una fantasia abbinate a magliette di un altro disegno. Righe e fiori, oppure pois e righe. Raramente ho visto una donna così vestita male. A forza di assistere rom e poveracci, si era uniformata all’ambiente e la miseria altrui le si era attaccata addosso come una seconda pelle.

Mi guardava dritta negli occhi e sembrava soppesarmi. Ho l’impressione che, nonostante il tono gentile, non mi abbia mai creduto.

Facevo sfoggio di  nobili motivazioni e lei continuava ad annuire, senza dire nulla.

Parlava più volentieri con Luca, questo era evidente: lui si slanciava entusiasta nei suoi discorsi terzomondisti e lei interloquiva, aggiungeva dati, faceva osservazioni.  Quei due andavano proprio d’accordo. Erano fatti l’uno per l’altro. Sbirciavo l’ora, facevo tintinnare i miei braccialetti,  giravo e rigiravo gli anelli sulle dita, fino a che, se Dio vuole, l’interrogatorio finiva. Era tutto molto imbarazzante ma avevano la legge dalla loro parte e dovevo sottostare a quelle condizioni.

Durante i colloqui per l’idoneità, squallidi figuri, tipo inquisizione, ci interrogavano per sapere tutto di noi, com’era stata la nostra infanzia. “felice, no?” come ci era venuta l’idea di un’adozione e cosi via.

Ricordo uno psicologo particolarmente impiccione, grasso, panciuto, sudaticcio, con la testa pelata, che fissandomi con insistenza, arrivò a chiederci se avevamo una buona vita sessuale. Nel discorso infilò perfino un lapsus: guardandomi le gambe che avevo graziosamente accavallato disse “cosce” invece di “ cose” e meno male che ero io quella da analizzare.

Mi affondai le unghie nelle palme delle mani mentre rispondevo, genericamente, con un “Bene”.

“Perché non lo vai a chiedere a tua sorella, com’è la sua vita sessuale?  E piantala di guardarmi, porco! ” fu tutto quello che non gli dissi.

I nonni e la zia erano stati anche loro coinvolti in queste sedute, per stabilire se avevamo una “rete familiare d’appoggio” come dicevano le assistenti sociali. Cretine! Contare su mia madre era un’idea che non mi era mai passata per la testa.

Però l’avevo istruita bene e ai colloqui passò per una mite signora, molto perbene e molto educata. Con mio padre non ci furono problemi. Scivolò come un’ombra, ma distinta, per tutti gli scalini degli interrogatori.

Dei miei suoceri, soprattutto di lei, e di mia sorella non mi ero preoccupata. Avevano sposato con ardore la causa dell’adozione e l’altruismo e la generosità gli sprizzavano dai pori della pelle, abbondanti come il sudore dopo una serata in palestra.

Mia madre, lo sapevo, si era piegata all’idea ma non era convinta.

“Adozione?” aveva ribattuto, con una nota di sconcerto. quando, durante una delle sue visite, le avevo comunicato le mie intenzioni

“ Sei sicura?” disse, sbavando dubbi.

“ Certo, sicurissima!”

Dopo una lunga pausa, aveva incalzato “ I figli adottivi non sono come quelli naturali. È inutile che dicano. Che ne sai chi li ha messi al mondo, che tare si portano dietro?”

Avevo ribattuto, stizzita, che l’ambiente e l’educazione sono più importanti della genetica, ma, in fondo, qualche dubbio sull’ereditarietà l’avevo anch’io. Purtroppo non sapevo quanto avrei avuto ragione.

In quel periodo Luca non trovò di meglio che ammalarsi, con il rischio che il suo stato di salute incidesse negativamente sulle valutazioni. E’ chiaro che, se sei malato, un bambino in adozione non te lo danno, ma lui niente. Vomitava, non mangiava, era dimagrito, al punto che anch’io cominciai a preoccuparmi pensando a un tumore o qualcosa del genere. Fortunatamente gli fu diagnosticato solo un inizio di ulcera. Dovetti comunque occuparmi di lui, dei suoi malesseri e rimuovere gli schizzi del suo vomito in bagno. Vomitava nelle ore più impensate e non sempre potevo aspettare che ci pensasse la domestica. Alternavamo i colloqui con gli psicologi per l’adozione alle visite dagli specialisti in gastroenterologia. Avevo preteso che andasse, a pagamento, s’intende, dai migliori.

Spesso lo dovevo spronare, ricordargli gli appuntamenti, fargli prendere le medicine. Sembrava totalmente incapace di prendersi cura di sé stesso.

“ Donata, sto male! Cosa mi succede? Sarà un malaccio, che dici?”

Le sue lamentazioni quotidiane m’inseguivano in ogni angolo della casa.

Per fortuna durante i colloqui per l’adozione, riusciva a ritrovare la sua vivacità e, dopo qualche mese di cure, i disturbi fisici più fastidiosi, come il vomito, sparirono. Si ristabilì e ritrovò la sua forma fisica.

Ottenemmo l’idoneità come genitori. Le nostre motivazioni erano state ritenute affidabili, vero spirito altruistico, non una “compensazione narcisistica” che, come avevo capito, era considerata una sorta di male del secolo, l’undicesimo peccato da non commettere assolutamente. E, infatti, non lo commisi.

Di tutti gli incompetenti  che ho incontrato nessuno, però, mi aveva avvisato di quanto sarebbe stata dura avere a che fare con un ragazzino o una ragazzina stronza, che per di più non è nemmeno figlia tua, mentre intorno a te volteggiano, come avvoltoi, stormi di consulenti e assistenti sociali.
Ci rivolgemmo a un’associazione per l’adozione internazionale, perché Luca, con una delle sue tipiche fissazioni, voleva aiutare un bambino di un paese povero. Quindi vai con l’Africa.

Io avrei preferito un bambino che almeno avesse una parvenza di somiglianza con noi, bianco, non nero. Lo sapevo che non avrei mai potuto farlo passare come figlio mio, ma avrei potuto fare qualche volta come se lo fosse.

Mi toccò ingoiare anche quest’ultima delusione.

O negro, povero, orfano o nulla, anzi, per lui, doveva venire, preferibilmente, dalla cloaca più puzzolente del mondo.

Arrivò il momento; ci comunicarono la disponibilità di una bambina di due anni, eritrea, orfana, raccolta dai missionari in miserevoli condizioni.

Luca era contento. Io avevo pensato a una creatura più piccola.

A due anni puoi già avere avuto degli input ambientali negativi. Mi ero fatta una cultura a proposito di prima infanzia e sviluppo psicologico del bambino.

Purtroppo con le adozioni è così; o prendere o lasciare.

L’unico dato positivo era che non c’erano fratelli o sorelle che qualcuno potesse cercare di affidarci.

La procedura  prevede che tu faccia la conoscenza dell’adottando in loco, con un soggiorno nel paese d’origine.

Dovetti, in fretta e furia, pensare all’organizzazione, al viaggio, ai fogli, ai certificati.

Viaggiare non mi spaventava. Come ho detto, con Luca, avevamo girato il mondo. Conoscevo l’Africa. Feci una valigia razionale, piena di pantaloni color kaki e camicette bianche. Avevo deciso che il look coloniale era adatto all’occasione.  Non dovevo dimenticare occhiali da sole, farmaci contro la diarrea, un repellente per le zanzare e gli altri fastidiosi insetti che abbondano da quelle parti. Aggiunsi anche una boccetta piccola – per passare i controlli aerei – di un profumo fresco “Viola di Parma” . In certi posti, mi metto sempre due gocce di profumo o di acqua di colonia sotto il naso, per non sentirne i puzzi caratteristici. In Africa anche le capitali più occidentalizzate sono delle latrine a cielo aperto.

Mentre facevo il mio bagaglio e quello di Luca mi resi conto che dovevo organizzare qualcosa anche per la bambina.

Intanto dovevo portare qualche vestito perché, come minimo, l’avrei trovata vestita di stracci e speravo, con tutto il cuore, che non avesse pidocchi, o altre malattie dermatologiche, croste, crosticine, bolle, punture d’insetti.

Mi lanciai in uno shopping frenetico.

Era da tempo che con Luca pensavamo all’adozione e quindi in casa avevamo già individuato uno spazio per la cameretta del bambino o bambina. Si trattava di una stanza in più che, negli anni, era diventata una specie di ripostiglio dove tenevo gli armadi per il cambio di stagione. Potevo rinunciarci facilmente, distribuendo le cose in altro modo. La stanza era stata, a suo tempo, vuotata, ma era rimasta senz’arredi.

La feci imbiancare a tempo di record.

Pensai a un colore tenue, pastello, un rosa che mi sembrava adatto, con dello stencil tipo “primavera”, a mezza altezza.

Per i mobili saltai la fase box, culla e simili perché la bambina, a due anni, non ne aveva più bisogno. Tutti soldi risparmiati.

Comprai un lettino rosa e bianco con la spalliera ondulata a fiocco, coordinato con un mobile a due ante e un comodino che avevano le maniglie delle ante e dei cassetti a forma di nuvola bianca, carinissimo. Ci misi varie ceste per i giochi, e una piccola scaffalatura, in tinta, che riempii di peluche. Alle pareti appesi poster di castelli incantati e fatine. Una meraviglia!

Poi passai ai vestiti e, confesso, mi divertii molto. Nei negozi d’abbigliamento per bambini, i manichini sembrano tutti piccoli principi e principesse.

Mi ricordo un vestitino bianco di cotone ricamato e traforato, delle mini gonne da portare con collant in microfibra, delle scarpette rosa con degli strass da Cenerentola al ballo.

Spesi un capitale, sperando di azzeccare le misure. E’ difficile sapere quanto è grande un bambino se non lo hai sotto gli occhi . Comprai anche dei giochi, costruzioni, bambole con il loro corredo. Mi ricordavo che a me piaceva giocare con le bambole. La bambina forse era piccola per giocarci. Non riuscivo a ricordarmi a che età avevo cominciato io  ma avrebbe imparato.

Luca tornò a casa con due pacchi di libri di storie, di quelli tutti colorati o da colorare, con le immagini grandi e ben riconoscibili.

Alcuni erano fatti in modo che, voltando le pagine, le figure uscivano in rilievo; altri, pigiando suonavano o riproducevano i versi di animali . Ero estasiata. Quando ero piccola i libri di favole si riducevano a quelle classiche dei fratelli Grimm, con poche illustrazioni per lo più terrificanti, tipo il cacciatore che apre la pancia del lupo. Li avevo letti da sola  quando ero già alle scuole elementari.  Forse qualcuno leggeva i libri ai bambini anche a quei tempi, ma, a casa mia, quest’usanza non c’era. Figuriamoci se mia madre mi leggeva le favole della buonanotte. Come a vederla! Mi metteva a letto, spengeva la luce e usciva, con passo marziale e veloce; come massima concessione lasciava la porta socchiusa, in modo che, dall’ingresso, filtrasse un po’ di luce. Io comunque non ho mai avuto paura del buio.

Alla fine partimmo e, dopo un viaggio abbastanza faticoso, arrivammo alla missione, distante un centinaio di chilometri dalla capitale.

La chiesa spiccava nel suo candore di calce bianca; intorno c’erano diversi edifici che scoprì essere la scuola, l’orfanotrofio, il convento e l’astanteria per gli ospiti. Intorno il nulla.

Ci venne incontro una suora magra, sui sessant’anni, con spessi occhiali da miope.  Si chiamava Suor Matilde e parlava con voce bassa e gentile un italiano con forte accento veneto.

Veniva, come ci raccontò in quei giorni, da una numerosa famiglia cattolica di contadini. La sua scelta di farsi suora non era stata osteggiata, anzi, per la famiglia era un vanto e, presumo, una bocca in meno da sfamare. Lasciò al paese un moroso deluso e partì in giro per il mondo.

Mi chiedevo chi glielo avesse fatto fare. Non sarei mai riuscita a capire perché una donna giovane dovesse lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli agi dell’occidente, la prospettiva di un matrimonio e di una vita regolare . Mi ricordava la Gina, la tata della mia infanzia, anche lei veniva da una famiglia di contadini e poi la sua vita aveva preso un’altra piega.

Dopo un po’ di convenevoli, Suor Matilde ci portò direttamente nell’orfanotrofio. In una grande stanza disadorna stavano parcheggiati una ventina di bambini fra i due e i cinque anni.

Un gruppetto era seduto per terra intorno ad una suora: a turno si buttavano l’uno con l’altro, fra le gambe, un mucchio di stracci legati con uno spago che faceva da  palla.

Altri due o tre bambini erano in piedi, davanti alla finestra, e guardavano fuori; del resto non c’era molto altro da fare.

Mi girai verso  Luca per vedere se anche lui era turbato da quello squallore spartano. Per una volta tanto eravamo d’accordo.

“Mamma mia” esclamai

“Eh, già” convenne lui  e mi mise un braccio sulla spalla.

Suor Matilde si avvicinò al cerchio di bambini, batté sulle spalle a una piccola, l’aiutò ad alzarsi, la prese per mano e la condusse verso di noi.

“Questa è Anna” ci disse, spingendo in avanti una bimba di due anni circa, magra, con una testa irsuta su cui spuntavano due fiocchetti che dovevano essere stati rossi, un vestito a quadri che le andava corto e da cui sbucavano due gambette magre come stuzzicadenti. Era scalza come tutti gli altri lì dentro.

Come due cretini io e Luca ci presentammo, con i nostri nomi, l’uso della parola mamma e papà suonava fuori luogo.

“ Ciao, io sono Luca”

“Ciao, io sono Donata”.

Solo più tardi riflettei sulla stupidità di parlare in italiano, in una lingua che sicuramente le era sconosciuta. Di fronte  a due estranei lei si ritrasse e si nascose dietro Suor Matilde, sporgendosi appena per controllarci di tanto in tanto.

Estrassi dalla borsa una bambola che mi ero portata e gliela porsi ma il dono non ebbe nessun effetto. Probabilmente per lei era un oggetto sconosciuto e inquietante, Tirai fuori una palla di tutti colori. Questa le piacque. Accettò di venirla a prendere.

Devo dire che mi fece pena. Non sono mica un mostro: era chiaramente una povera creatura sola, curata dalle buone suore che, in quel contesto difficile, riuscivano a garantire a quella masnada di bambini cenciosi la sopravvivenza materiale, cibo, cure mediche, un alloggio.

“ Basta questo a un bambino? Bastano le cure materiali o ci vuole anche l’affetto di una madre?”

Me lo chiedevo per la prima volta in vita mia. Mi era stato sufficiente quello che avevo avuto nel ricco occidente, la casa, le bambole, perfino la televisione? Per un attimo le mie certezze andarono in crisi. Ebbi un attimo di commozione e gli occhi mi s’inumidirono. Luca se ne accorse e aumentò leggermente la pressione del braccio sulla mia spalla, stringendomi a sé.  Naturalmente non avevo capito che piangevo per me, non per quei bambini.

Da quell’attimo di smarrimento, che fortunatamente non mi è più tornato, per darmi un contegno, chiesi alla suora:

“ Come mai l’avete chiamata Anna”

“Era la Santa del giorno in cui l’abbiamo trovata abbandonata davanti alla Chiesa. Avrà avuto cinque o sei mesi, non si può dire, perché era malnutrita”

“Malnutrita?”

“Sì, sottopeso, ma ora sta bene”

In effetti, anche se magra e scorbutica, la bambina stava apparentemente bene, come mi ero affrettata ad accertare alla prima occhiata. Non aveva malformazioni evidenti o piaghe e cicatrici.

“Per la cartella clinica potete parlare con il nostro dottore, più tardi, ma non ci sono problemi ” si affrettò a precisare la suora.

Anna, in effetti, è sempre stata sana: peccato che la sfacciataggine e la volgarità che poi avrebbe tirato fuori non si rilevano con le analisi del sangue.

Il nostro soggiorno proseguì nei colloqui con il dottore, con il prete e le altre suore.

Siamo stati alla missione quasi un mese, durante il quale la incontrammo  varie volte.

I bambini dell’orfanotrofio erano in tutto ottanta circa. I piccolissimi stavano in una nursery, una ventina erano quelli dell’età di Anna, gli altri, il gruppo più numeroso, andavano a scuola.

La Comunità, ben finanziata dalla Chiesa, dalle adozioni a distanza e da benefattori occidentali era, per gli standard africani, abbastanza ricca. Dovevi abituarti al caldo, alle mosche, stare attenta a non sporcarti, bere acqua solo dalle bottiglie, sorridere cordialmente a Suor Matilde e alle altre suore, alcune giovanissime e di colore, socializzare con il prete e con il dottore ma alla fine tutto andò bene. Sbrigate le faccende burocratiche, potemmo ripartire per la capitale e da lì riprendere l’aereo per l’Italia. Suor Matilde si offrì di accompagnarci. Mi sentii sollevata. Non me la sentivo di prendermi cura della bambina, in prima battuta, da sola, e poi avevo visto che, nonostante i vari incontri, lei non si fidava di noi. Durante il viaggio in jeep restò in braccio alla suora piagnucolando tutto il tempo. Prima di imbarcarci sull’aereo le detti un calmante che avevo chiesto al dottore. Lui, dopo qualche perplessità, mi aveva dato delle pillole. Così Anna dormì tutto il viaggio, immagina che imbarazzo se mi fossi ritrovata sull’aereo con una bambina di due anni piangente e strillante.

Arrivammo senza intoppi a Roma e poi a casa, con lei sempre intontita.

Iniziò un periodo che ricordo ancora con piacere.

Nonostante varie difficoltà, ce la feci a farla ambientare. Non conosceva gli spazi a dimensione di una casa, ma solo gli stanzoni e le camerate dell’orfanotrofio. Semplici rumori domestici, come quello della lavatrice, della radio o della televisione, la spaventavano. Grazie al cibo che le elargivo a profusione, me la feci amica. Prese a seguirmi per tutta la casa,  non le piaceva stare da sola in una stanza. Io ero in congedo dal lavoro e avevo assunto una tata, per avere qualche ora di cambio, durante il giorno.  Ne approfittavo  per andare in palestra o dal parrucchiere o a fare shopping. Non volevo diventare sciatta o disordinata.

Nel giro di pochi mesi, rassicurata e nutrita, Anna  si fece via via più audace nell’esplorare gli spazi e nell’usare i suoi giochi. Cominciò anche a dire qualche parola in italiano, al posto dei suoni gutturali del suo dialetto d’origine. Presto riuscì a fare tutte le cose che ci si aspetta da una bambina italiana di due anni.

I miei genitori e quelli di Luca erano subito venuti a trovarci, appena eravamo rientrati.

Mia suocera arrivò con il marito quasi subito.
Entrò tutta felice e, scostandomi di lato, per rendere il suo ingresso più plateale, esclamò

“ Dov’è?”

Si slanciò verso Anna che era in braccio a Luca e si esibì in una serie di gorgheggi, tipici degli adulti scemi quando hanno a che fare con bambini piccoli “ ma che bella bambina, che begli occhietti, che bei riccioli scuri”  e via rincretinendo.

Aveva anche portato una bambola di colore, molto politicamente corretta. Io non ci avevo proprio pensato. Le bambole che avevo comprato io erano bianche come quelle che avevo da piccola.

La porse alla bambina che la prese in mano. Si girò verso di me trionfante “Hai visto, le piace!”

“Già” commentai e poi, rivolta a Luca, che la teneva ostinatamente in collo, “ Mettila giù, può anche stare sulle sue gambe da sola, no?”

Più tardi arrivò anche mia madre, trascinandosi dietro mio padre.

Come al solito era vestita male: aveva addosso un abito di marca, da signora, ma aveva messo una giacca di lino grezzo che non ci si adattava, come tessuto e come taglio, e aveva ingaglioffito il tutto con scarpe basse un po’ vecchiotte (come notai subito) ma, tant’è, sarebbe andata così anche a un udienza papale.

Anna giocava sul tappeto in salotto con la sua nuova bambola negra. Luca era andato a fare il caffè per tutti, mia madre si era seduta su una sedia del tavolo da pranzo, un po’ in punta, senza poggiarsi allo schienale e senza togliersi la giacca. Mio padre era sprofondato in una poltrona.

Mia madre si esibì in alcuni commenti di circostanza “carina” a cui mia suocera rispondeva entusiasta.

Quando riuscì a rimanere sola con me, mi apostrofò con tono deciso

” Sei sicura di quello che hai fatto?”

“In che senso?”

“ A me sembra un azzardo, te lo avevo detto. Chissà di chi è figlia”

Non replicai, era quello che preoccupava anche me.

“ E poi, se lo vuoi sapere, sembra una scimmia, ecco”

“Una scimmia! Ma non dire stronzate e non farti sentire, per Dio”

“Se vuoi dico che è carina, ma sono tua madre e devo dirti la verità. Sembra un animaletto peloso. Quei capelli crespi, poi, sono un orrore.”

“Pensa quello che ti pare ma tienitelo per te” e bruscamente abbandonai la stanza, lasciandola da sola a ruminare la sua malevolenza.

Sapevo che non l’avrebbe mai accettata . Anche il silenzio di mio padre era significativo. La discendenza di sangue era importante per lui. Già aveva avuto la delusione di non avere un erede maschio, ci mancava una bambina di colore.

Sono sicura, anche se non l’ha mai detto, che l’arrivo di Anna era per lui un fatto insignificante, poco più che l’acquisto di un cane o di un gatto, la soddisfazione di un capriccio femminile

“Si sa come sono le donne”, avrà pensato.

Per me come ho già detto, cominciò comunque un periodo felice.

Seguivo con soddisfazione i suoi progressi ed era divertente vederla giocare. Se non combinava guai, tipo rompere qualcosa, o mettersi stupidamente in pericolo tentando , che ne so, di arrampicarsi su un armadio come se fosse un albero, era carina. Ho sempre ammirato l’inesauribile capacità dei bambini di riprodurre un gioco all’infinito. Anna costruiva una torre con i dadi, la buttava giù, rideva felice, e poi la ricostruiva e la distruggeva di nuovo.

Mangiava e dormiva tranquillamente. Se aveva incubi a causa dalla sua vita precedente, né io né Luca, che la sorvegliava attentamente con la costanza di un cane pastore con il gregge di pecore, non ce ne siamo mai accorti.

L’igiene personale è una cosa che curai accuratamente. Le insegnai subito a essere autonoma nell’uso del bagno e fui inflessibile nel farle imparare a lavarsi le mani e i denti, a pettinarsi la mattina. Non volevo che puzzasse. I suoi capelli ispidi mi davano qualche preoccupazione, erano un formidabile nido per pidocchi. Visto l’insuccesso con balsami e sciampo, comprai una piastra per i capelli e glieli lisciavo. Così era molto più in ordine.

Luca si dava da fare per aiutarmi. Dopocena, era lui che, di solito,  la metteva a letto, leggendole una storia e spiandola fino a che non si addormentava.

Quando era libero, la portava volentieri al parco, spingendola pazientemente sull’altalena o facendo girare all’infinito i seggiolini della giostra.

Ero contenta delle nostre uscite pubbliche. Quando la portavamo fuori insieme, ricevevo complimenti che m’inorgoglivano.

“Che bella bambina “ dicevano tutti, negozianti, altri genitori al parco, semplici passanti.

Suppongo che il fatto che fosse di colore, quindi palesemente adottata, spingesse la gente a un surplus di gentilezza ” poverina! Un’orfanella! Che bravi questi signori che l’hanno presa chissà dove”
I loro pensieri non detti rimbombavano nel mio cervello, mentre rispondevo a domande di circostanza.

“ Si chiama Anna”

“ Ha due, tre, quattro anni” “

“Di al signore come ti chiami”

“ Fai vedere con la manina quanti anni hai” (questo era un gioco che le avevo insegnato subito, perché quella sull’età è la domanda più prevedibile).

Ero orgogliosa come quando, da giovane, i maschi mi fischiavano dietro per strada.

Quelle attenzioni mi facevano stare bene.

Ero felicemente calata nella parte della brava e compassionevole signora che adotta un bambino, spinta da carità cristiana. Una vera soddisfazione.

Lo stesso succedeva quando ricominciammo ad avere un po’ di vita sociale e la portavamo a casa di amici o invitavamo gente a casa.

Era tutta una lode.

Ero attentissima a sollecitare e ricevere pubblici riconoscimenti della mia bravura.

Dio solo sa quanto ho speso in vestiti, scarpine, sciarpe, fiocchetti.

La sua pelle scura reggeva bene qualunque colore. Il rosa, che sarebbe morto su una bambina pallida e bionda, su di lei scintillava impreziosito. Il rosso la esaltava, il bianco creava un bel contrasto con il suo colorito scuro. Qualunque cosa le stava bene.

L’avevo educata accuratamente perché evitasse in pubblico i capricci mostruosi che spesso si vedono spesso  fare ai bambini.

Fin da subito avevo usato la tecnica del bastone e della carota. Non fraintendete, però, la parola bastone. Ovviamente non la picchiavo, ci mancherebbe, non sono mica un mostro. Mi limitavo a qualche strattone per farle capire che quello che stava facendo non andava, a qualche pizzicotto e sì, lo confesso, se non c’era nessuno in vista, qualche sculaccione, ma solo sul sedere. In compenso se faceva qualcosa bene, la ricompensavo , dandole un dolcetto o una caramella di cui era golosissima.

Insomma penso di essermela cavata bene nel tirarla su.

Luca era più morbido di me. Davanti ai suoi capricci cedeva subito, correva a prenderla in braccio e a coccolarla, dandogliene tutte vinte. Era una chioccia, non un padre.

Anche la scuola è stata un buon periodo.

Mi preoccupavo che fosse sempre in ordine: aveva gli zaini, i quaderni e gli astucci che andavano di moda e tutto l’occorrente per non sfigurare.

Le preparavo merende sane (niente merendine industriali), tipo frutta e yoghurt anche se lei protestava perché voleva altre schifezze da mangiare come snack e patatine .

Andavo a tutte le riunioni scolastiche, ai colloqui con le maestre, sono stata anche eletta rappresentante di classe.

La mia concorrente all’elezioni era stata una certa Ombretta. Portava i capelli lunghi come se fosse una ventenne ma andava verso la quarantina ed era  capace solo di parlare di educazione alla pace e alimentazione vegana, una spostata a cui erano andati pochissimi voti.

Anna era intelligente e riusciva a fare i compiti senza problemi. Imparò a leggere e a scrivere come tutti gli altri bambini, nei tempi previsti .

Mi assicuravo sempre che facesse i suoi compiti a casa e non le permettevo di giocare fino a quando non aveva finito.

Le maestre erano contente .

“ Una bambina intelligente” mi dicevano ai colloqui “Socievole, ben educata”.

Tutti complimenti: anche in questo caso potevo immaginare i loro pensieri, quello che non dicevano ma che restava implicito “ intelligente per essere una della sua razza, adottata”, ma, nei loro comportamenti e nelle parole veramente dette, per essere sincera, non ci fu mai un’ombra di razzismo.

Anzi, secondo me, erano anche più indulgenti con lei che con gli altri bambini, proprio per fugare qualsiasi dubbio di discriminazione.

Una delle prime maestre con cui ho parlato, durante un incontro, aveva morbosamente tentato di indagare sulla vita in Africa di Anna.

Non avevo potuto darle soddisfazione. Anch’io non ne sapevo nulla, ignoravo perché fosse stata abbandonata, a pochi mesi, sul sagrato della chiesa e da dove venisse. Non avevo notizie di stupri, guerre o altri orrori su cui speculare, con spirito da voyeur, come voleva fare, ne sono sicura, quell’insegnante.

L’argomento adozione fu abbandonato presto e da lì in poi furono solo lodi per i suoi progressi, per il felice inserimento, ecc,ecc.

Ricordo con soddisfazione la prima letterina di Natale.

“Cari papà e mamma, vi auguro un felice Natale. La vostra Anna”

Il biglietto, frutto, secondo me, del lavoro delle maestre più che di quello dei bambini, era stato fatto su cartoncino bristol. Sul davanti c’era appiccicata una polverina d’argento che componeva alcune stelline e varie ghirlande. Carino.

Ora che mi ricordo quello dell’educazione religiosa fu fonte di discussioni fra me e Luca.

Lui non era molto religioso, come aveva dimostrato anche per la faccenda del  matrimonio in chiesa, e si era messo in testa che non dovevamo forzare la bambina a una cultura religiosa che non le apparteneva. Avrebbe scelto da grande.

“Prima di tutto è stata cresciuta da delle suore cattoliche, non ti ricordi?” avevo obbiettato.

“ Sì, ma il cattolicesimo è stato imposto, dai colonizzatori  alle popolazioni indigene”.

Mi faceva impazzire quando si buttava sull’antropologico.

“E allora? pensavo “ Che cosa dobbiamo insegnarle, qualche rito voodoo o a pregare un qualche  Dio Scimmia?”

Questo non lo dissi, ovviamente, ma ero sinceramente convinta che le missioni cattoliche avessero portato un barlume di civiltà a quei selvaggi e che sarebbe stato utile educare Anna alla religione cattolica, per contrastare sue eventuali tendenze primitive.

Dio sa quanto avevo ragione , sulle tendenze primitive, intendo.

Sull’argomento “religione” furono fatti vari consulti familiari, fu anche interpellato il pediatra e, alla fine, prevalse la tesi che fosse meglio integrarla, facendole fare l’ora di religione, la comunione, la cresima e tutto quello che facevano gli altri.

“Per non creare un gap esistenziale alla bambina” come disse mia suocera. “ Ecco!” dissi io.

Forte di questo avvallo, Anna ricevette una normale educazione cattolica come tutti gli altri bambini italiani.

Quando arrivò il tempo della comunione, organizzai una bella cerimonia, non dico come il mio matrimonio, ma quasi.

Anna, nella sua tunichetta bianca, faceva un’ottima figura. Per il suo colore nero spiccava in mezzo alle altre e, come ho già detto, il bianco, le donava.

Dopo ci fu, in un ristorante di moda, il rinfresco, che avevo minuziosamente pianificato, con pizzette, sandwich e una torta a tre strati, con la glassa bianca, decorata a fiorellini e con la scritta auguri. Avevo assunto uno dei migliori animatori della città per tenere buoni i bambini. Tutto andò benissimo, anche se, a un certo punto della festa, vidi Anna, in un angolo, che cercava di togliersi una macchia di aranciata dal vestito, strofinandola rabbiosamente.

“Ferma! Cosa hai fatto?”

“Non sono stata io, è stata Corinna a macchiarmi. Mi ha chiamato negra e mi ha rovesciato l’aranciata addosso”

“ Va bene, vai da quella cameriera, quella laggiù, vedi? E fatti portare nei bagni. Lei ti aiuterà a pulire la macchia con il sapone, magari hanno uno smacchiatore. Quando torni fuori non dare soddisfazione a nessuno, fai finta di nulla e sorridi, mi raccomando. Io torno fra le altre mamme e parlerò con la madre di Corinna per farle sapere come ha educato male sua figlia, a rovesciare aranciata addosso agli altri”.

Non mi preoccupai eccessivamente, gli episodi in cui i bambini l’avevano discriminata erano stati veramente pochi – dubito che i bambini siano razzisti – e alla madre di quella maleducata preferii non dire nulla, per non sciupare la festa.

I problemi più grossi cominciarono però alle medie e con la comparsa delle mestruazioni.

Il ciclo le venne  la prima volta che non aveva ancora compiuto undici anni.

Lei corse da me, come avevo fatto io con la Gina, spaventata da quel sangue strano nelle mutandine. Restai sconcertata, non le avevo detto nulla di sviluppo o cose simili, non me ne  aspettavo una comparsa così precoce, anche se avevo visto qualche cambiamento nel suo corpo, come un accenno di seno e qualche peluria.

Imbastii in fretta un discorso sulla normalità della faccenda e le consegnai degli assorbenti spiegandole cosa fare.  Per fortuna non c’erano più i pannolini di cotone come quando era successo a me!

Telefonai al pediatra che mi rassicurò, con un discorso sui tempi, ogni persona ha i suoi, insomma era tutto normale.

A me restò l’idea che la precocità dell’evento fosse dovuta alla razza, anche se il dottore non aveva detto nulla a riguardo. E’ risaputo che le negre sviluppano prima delle donne occidentali.

Quando arrivò Luca, lo informai dell’accaduto. Dovevamo dirle qualcosa sul sesso, ora che era potenzialmente feconda. Non sapevo da che parte cominciare. Viste le mie difficoltà, Luca si offri di parlarle ed io ne fui sollevata. Non capì subito che i discorsi sul sesso, fatti da lui invece che da me, avrebbero gettato, fra loro due, il seme di una complicità che avrebbe dato, in seguito, cattivi frutti.

Non avevo mai pensato ad Anna cresciuta. Il suo sviluppo infrangeva l’immagine di lei bambina, simpatica e civettuola, da portare in giro ben vestita e infiocchettata.

Non avevo immaginato il suo futuro, prima di adolescente e poi di donna, sposata (e chi se la prendeva?) e magari madre a sua  volta con dei figli che sarebbero stati mulatti, al meno che non trovasse un marito negro, cosa che mi sembrava difficile in Italia.

L’idea di diventar nonna di nipoti di colore mi dava veramente fastidio.

La mia vecchiaia, all’improvviso, mi parve pericolosamente vicina. Avevo pensato che, al momento giusto, avrei messo i miei in una Casa di Riposo. Già sentivo gli strilli di mia sorella, ma pazienza. Avevo previsto il loro declino, non il mio.

Luca, quella sera, si chiuse in camera con Anna. Ormai non le leggeva più i libri di fiabe, ma aveva conservato l’abitudine di passare un po’ di tempo con lei la sera, dopocena. Li sentivo sempre ridere e scherzare.

Aspettai ansiosa che lui mi dicesse come se l’era cavata .

“Come me la sono cavata? Bene, il sesso è una cosa naturale. Le ho spiegato come nascono i bambini, a grandi linee, naturalmente. Lei sapeva già la differenza fra un uomo e una donna e ha capito”

“ Come faceva a sapere la differenza?”

“ Quanto sei scema.  Mi ha visto nudo, qualche volta, e i bambini di oggi non sono mica ignoranti com’eravamo noi ai nostri tempi, sanno più di quanto non t’immagini”

“ Le hai detto di tenersi alla larga dagli  uomini, per non restare incinta?”

“ Le ho parlato di amore e di affetto, di rispetto reciproco fra uomo e donna, non potevo farle discorsi intimidatori.”

“ Ma quale intimidatori. E’ per metterla in guardia o vuoi che ci resti incinta a undici anni?”

“ Senti, io ho fatto del mio meglio. Se non ti sembra abbastanza, potevi parlarci te: in fondo è un discorso da madre a figlia, non ti pare?  ma si sa come sei tu, non vuoi problemi ma solo cose perfette”.

Non replicai per non litigare e forse, tutto sommato, sui discorsi da donne aveva ragione lui, ma mi guardai bene dal dargli questa soddisfazione.

Nei giorni seguenti mi affrettai a integrare il discorso di Luca, con un po’ di sano terrorismo e parlai ad Anna dei rischi di restare incinta, della vergogna di avere figli fuori del matrimonio e dei problemi che questo avrebbe creato a una giovane come lei.

Anna sbocciò rapidamente. I seni, che erano appena accennati , s’ingrossarono tanto che mi toccò comprarle dei reggipetti, a pois, a righe, di prima misura, ma sempre reggipetti.

Il suo modo di muoversi cambiò: non camminava, ancheggiava, si muoveva sulle sue gambe slanciate come se avesse sempre i tacchi, anche se era a piedi nudi. Passava ore allo specchio, non le andava bene quello che le proponevo di mettersi. Voleva magliette strette e corte che lasciassero scoperta la pancia,  gonne raso passera, pantaloncini corti che sembravano culotte.

La mattina erano discussioni estenuanti. Qualche volta cedevo per sfinimento “Va bene, vai in giro come una puttana, allora”

A scuola avevo avvertito le insegnanti della comparsa delle mestruazioni.

Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare. Era la prima volta che mi capitava una convocazione così e non mi aspettavo nulla di buono.

Fui ricevuta dalla professoressa di lettere, una bella signora di cui avevo sempre ammirato l’eleganza, con un caschetto di capelli con delle mèches e un trucco leggero, perfetto anche dopo ore di scuola.

“Signora, il rendimento di Anna sta calando. La bambina è sempre inquieta, c’è qualcosa che non va. Saremo costretti a metterle varie insufficienze”.

Anch’io l’avevo vista distratta e svagata. Invece di studiare, ascoltava in continuazione la sua musica favorita con le cuffie in testa. Sembrava che, per lei, non ci fosse nulla di più importante che ballare frenetica, in camera sua.

Con la professoressa tentai una difesa d’ufficio. Le ricordai il recente sviluppo di Anna, di cui le avevo avvisate, invocai la comprensione per la povera orfana adottata che sempre aveva accompagnato il suo percorso scolastico.

“ C’è anche dell’altro.”

“Cos’altro può esserci? “ mi chiesi, sulle difensive.

“Le pare appropriato che una ragazza di quest’età si trucchi?”

Restai sdegnata dall’insinuazione che era implicita nell’osservazione, come se io lo sapessi.

“ Certo che non è appropriato” protestai con veemenza “ Io non la mando certo fuori di casa truccata.”

“Signora, qui Anna arriva a scuola impiastricciata, con rossetto e ombretto”

Troncai il discorso, protestando la mia ignoranza e la mia innocenza, assicurandola che avrei cercato di capire. Ma avevo capito bene cosa era successo. Era evidente che la ladra aveva rovistato fra i miei trucchi e sottratto cose che poi si metteva quando usciva.

Tenevo ombretto, rossetto, creme in delle piccole ceste in bagno, un po’ alla rinfusa, e facilmente poteva essermi sfuggita la sparizione di qualcosa.

Mi aveva messo in mezzo.

Inorridita, esposi la situazione a Luca. Lui tentò di difenderla, sorridendo come se fosse compiaciuto “ Non è più una bambina, è una piccola donna e sta facendo le sue prove di femminilità .” Poi mi rivolse la solita sfilza di “ Stai calma, non ti agitare, non fare tragedie” ma alla fine dovette ammettere che il furto, fare le cose di nascosto e il calo di rendimento scolastico non andavano bene. Concordammo una punizione: niente paghetta e niente visite da amiche per un mese.

Luca si offrì di andarle a parlare, comunicandole quello che avevamo deciso, ma posso immaginare che l’avrà detto in tono dispiaciuto, quasi scusandosi.  Non era in grado di fare il padre autoritario e severo come ci sarebbe voluto.

Trovai due ragazze universitarie che venivano a darle ripetizioni di matematica e d’inglese; all’italiano avrei provveduto io. Ero più che in grado, anche se Luca aveva avanzato dei dubbi, sostenendo che io mi spazientivo quando l’aiutavo a fare i compiti e che pretendevo troppo dalla poverina, senza riuscire a farle apprezzare lo studio, anzi facendoglielo odiare. Insomma era colpa mia se lei non studiava volentieri.

Le insufficienze scolastiche furono recuperate ma non era che l’inizio, la scuola era solo la punta di un iceberg.

Ancora oggi, a distanza di tempo, non riesco a pensare a quello che stava succedendo sotto il mio naso senza sentirmi disgustata, presa in giro e arrabbiata.

La puttana aveva gli ormoni in circolo. Era evidente: il trucco, gli ancheggiamenti erano tutti segnali che lei cercava maschi. In particolare i suoi richiami erano lanciati all’uomo che più aveva a portata di mano, il più vicino, il più stupidamente vulnerabile per l’affetto che provava da sempre per lei, cioè, ça va sans dire, Luca, suo padre, anche se padre è una parola grossa. Chissà da che negro era stata sputata fuori quella lì.

Una volta l’ho sorpresa che gli si buttava addosso. Luca era seduto sul divano, in salotto. Lei gli si è messa a cavalcioni, con le ginocchia sul divano e il culo sulle sue gambe e gli saltellava in grembo.

“ Papà, ho fatto pace con Sonia” cinguettava. Sonia era la sua amica del cuore, con cui litigava, per delle cavolate, un giorno sì e uno no.

Per esprimere la sua felicità si agitava tutta; di fatto si stava esibendo in un su e giù da amplesso.

Luca era fermo, immobile, con le braccia lungo i fianchi, il ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte senza che lui facesse un gesto per spostarlo, sulla faccia aveva stampato un sorriso ebete.

I nostri sguardi si sono incrociati, allora si è come scosso, l’ha sollevata e messa di lato sul divano e si è alzato “ Sono contento per te, tesoro. Ora fammi alzare, che così mi stronchi” e se n’era andato nel suo studio, dove di solito né io né lei entravamo.

La sera ho provato a parlargli dell’episodio.

Eravamo a letto, finalmente in pace, da soli. Lui stava leggendo. Io, con la mia elegante camicia di raso azzurro, a cui avevo negligentemente lasciato due bottoni slacciati davanti, gli ho fatto notare quanto fosse stato sconveniente il comportamento della zoccola.

“ Che dici? Cosa c’è di male! Era contenta per la sua amica, come sempre vedi il male dappertutto e non hai capito nulla”

“ Perché, secondo te, è normale salterellare su e giù su  un uomo come se fosse un amplesso?”

Nella foga dell’arrabbiatura. avevo smarrito il mio linguaggio di solito forbito, ma era quello che pensavo e la parola cazzo mi era uscita di bocca di getto, come uno spruzzo di vomito.

“ Ora basta, non farmi incazzare. Sei morbosa. Era solo contenta, ti ho detto, e lo manifestava in modo infantile,  che diamine!”

“Fai finta di non capire? Ti ho visto, sai, eri imbarazzato anche te, non puoi negarlo”

“Ora basta!” Chiuse il libro, prese il guanciale e se ne andò sul divano. Era evidente che il senso di colpa per l’eccitazione che sicuramente aveva provato – non poteva negarla – lo rendeva incapace di ragionare.

Un’altra volta l’ho trovato fermo in corridoio, con una mano sulla maniglia della cameretta di lei. La porta era solo accostata.

Dalla stanza usciva, altissimo, il suono di una di quei pezzi di rock duro,  ritmato, che le piacevano tanto.

Dalla porta si poteva vederla di spalle, assorta nella danza, che si agitava come una tarantata, incurante di essere in reggipetto e mutandine, che dico mutandine, in tanga con un nastrino minuscolo di stoffa che le spariva fra le chiappe.

Ormai metteva solo roba così perché non voleva che sotto i pantaloni, attilatissimi, si vedesse il segno . Avevo acconsentito, perché, in effetti, trovo volgare che si intravedano le mutande, sotto gli abiti, ma, santo cielo, non avevo pensato che potesse mettersi a ballare con solo un tanga e un reggipetto addosso.

Era uno spettacolo ipnotico: sembrava che la musica la traversasse dalla testa ai piedi, alzava e abbassava prima una spalla e poi l’altra, roteava la testa. A tutti gli effetti era una danza tribale.

Il suo sangue nero stava prendendo il sopravvento sull’educazione che le avevo dato. Quando si accorse di avermi alle spalle nel corridoio, Luca si girò verso di me “ Chiudo, perché la musica è troppo alta”

“ Un corno chiudo”, pensai, ” non stavi chiudendo la porta, eri lì imbambolato a goderti lo spettacolo” “Chiudi, sarà meglio” mi limitai a dire. Lui non fece cenno di avere colto il rimprovero implicito nelle mie parole.

Si allontanò in fretta e non mi diede il tempo di aggiungere altro. Lei non stava facendo un innocente balletto, ma si era esibita in uno spettacolo di spudorata primitiva sensualità e lui aveva gli occhi come me, aveva visto anche lui quello che avevo visto io.

I miei tentativi di fare notare a Luca il pericolo e di non farlo cadere nella trappola della sgualdrina cadevano nel vuoto.

“Uomo avvisato, mezzo salvato”, come diceva sempre mia madre.

Ma non ci fu modo: lui continuava a negare l’evidenza, era già irretito e sedotto, credeva di essere libero ed era come una mosca nella tela del ragno.

“Che dici! Cosa vai a immaginare? Datti una calmata. Non è vero nulla, smettila, mi fai incazzare” erano le frasi tipiche che mi rovesciava addosso, in cambio dei miei sforzi di allertarlo.

Pensai di affrontare lei, visto che con lui non arrivava a nulla.

“ Non fare la puttana, vestiti, non girare in casa mezza nuda, non sta bene, non dimenarti, stai composta, non sederti a gambe larghe, ti si vedono le mutande, specie con codesta gonna corta “ ma era come cercare di arginare un fiume che tracima. Lei scrollava le spalle, ridacchiava e continuava a fare come le pareva e io collezionavo una serie di “ non mi rompere, non è vero. Uffa, che palle”.

Non volli approfondire oltre e non volevo darle la soddisfazione  di dirle che sapevo quale era il suo obiettivo reale.

Ho masticato impotente odio e disgusto. Avevo la certezza che, approfittando di qualche mia assenza, i due l’avessero già fatto. Ne ero sicura, era così, stavano scopando nella mia casa, magari nel mio letto, nelle mie lenzuola, forse usano gli asciugamani per pulire ripulirsi di liquidi e umori, perché non trovavo tracce di sperma o altro.

Avevo visto le lenzuola del letto di lei macchiate di sangue, ma non potevo sostenere che fosse sangue di una deflorazione e non flusso mestruale. Non avevo prove, ma molte certezze.

Non mi ricordavo di quanto sangue avessi perso io la prima volta perché con Luca eravamo in un prato e non mi ero dovuta preoccupare che si fosse macchiato qualcosa.

Tutto poteva essere. Mi stavano cornificando.

L’intimità fra loro cresceva , c’era una complicità affettuosa fra i due, qualcosa di allegro e sorridente che li legava.

Bacini, risatine, paroline.

Una sera lui si era infilato in camera sua per la buonanotte . “Sì la buonanotte , lo so io di che buonanotte parla quella lì”, come faceva fin da quando era piccola.

Li sentivo parlottare. Ho aperto la porta – chiusa- e ho visto con i miei occhi lui sdraiato sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, lei rannicchiata accanto a lui, la testa nell’incavo dell’ascella, una gamba stesa di traverso sulle sue e il braccio sul suo ventre, potrei quasi giurarlo una mano all’altezza della patta dei pantaloni, forse solo un centimetro più su.

Lei ridacchiava, lui sorrideva beato.

“Che vuoi?” mi ha detto sgarbatamente Luca.

Lei ha riso più forte.

“Nulla” ho richiuso la porta e ho capito che dovevo fare qualcosa.

Ci ho pensato a lungo e poi l’altra mattina ho agito, ma d’impulso.

Non ne potevo più, non sono riuscita a controllarmi. Sono molto pentita di quello che ho fatto.

Dovevo studiarla meglio, se mi fossi dato più tempo, avrei potuto inscenare un suicidio, fare credere che fosse entrato qualcuno, un albanese o un rumeno, in casa e invece nulla, maledetta ansia. La rabbia mi ha accecato; i sentimenti rendono stupidi. Bisognerebbe sempre ragionare con calma e freddezza. Ho fatto così per una vita ed è sempre andato tutto bene. Ho controllato il disgusto per mia madre, l’insofferenza per mio padre, la noia per mia suocera, il disprezzo per Luca. Ho fatto finta di essere cordiale con persone di cui non mi fregava nulla, insomma sono sempre stata all’altezza delle situazioni e vado a commettere un omicidio “ beh, diciamo meglio, un’autodifesa” con un testimone in casa, la domestica che si è messa a urlare come una cretina.

Imperdonabile, ma è tutta colpa di quella puttana, quando l’ho vista sul letto che dormiva ancora – la vacca avrebbe dovuto già essere sveglia per andare a scuola – ho avuto un sussulto.

Era veramente bella, una bellezza acerba ma promettente, con la pelle scura lucida, le gambe lunghe e affusolate, fuori dai pantaloncini corti del pigiama.

L’ho guardata come l’avrebbe guardata un uomo, come sicuramente l’ha guardata Luca.

Ho sentito un languore al basso ventre, lo stomaco in subbuglio. Ho fatto quello che dovevo fare.

Che dice dottore, posso invocare l’infermità mentale?

Forse è meglio che parli di voci, sì, ora mi ricordo , l’ho detto anche a quel poliziotto, ho sentito delle voci e ho ubbidito , come Abramo nella Bibbia.

Ho seguito la voce di Dio che mi diceva

“Uccidila!”

E così ho fatto. Pensa che sia pazza, dottore?

 

 

 

 

Trascrizione delle sedute di Donata B. per la perizia psichiatrica disposta dal giudice nel procedimento penale a suo carico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere di Firenze

30 ottobre 1996

Assolta la madre omicida.

Donata B, protagonista l’anno scorso dell’ efferato omicidio della figlia adottiva Anna è stata prosciolta dalle accuse per infermità mentale. La signora ha sostenuto di avere sentito la voce di Dio che le ordinava di uccidere la ragazzina, a cui a detta di tutti, era molto affezionata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Pascoli

Tema in classe di Anna B.

 

Titolo

Descrivi cosa hai fatto domenica

Svolgimento

Domenica io, mio padre e mia madre siamo andati a pranzo dai nonni.

C’erano la nonna e il nonno, mia zia non è potuta venire perché la domenica fa la volontaria al canile. Una volta sono stata a trovarla: ci sono tanti cani, di tanti tipi, grandi e piccoli, lasciati lì dai loro padroni che non li vogliono più, in attesa di una nuova famiglia.

Alcuni mi sono piaciuti, ma quelli grandi e grossi che abbaiavano mi hanno fatto paura. Mio padre mi ha preso in braccio, dicendomi che erano in gabbia e che non potevano farmi nulla.

A pranzo dalla nonna ho mangiato spaghetti al pomodoro, arrosto con le patate e torta di mela, tutto preparato dall’Anita, una signora peruviana che sta in casa con loro, per aiutare la nonna.

Noi avevamo portato un vassoio di bignè crema e cioccolata. La mamma si è voluta fermare a un bar a comprarli perché “ non si arriva in una casa a mani vuote”.

Così c’erano due tipi di dolci ed io ero molto contenta perché mi piacciono molto. La carne invece mi piace un po’ meno e volevo lasciarla, ma la nonna mi ha detto che non sta bene e che dovrei pensare ai bambini meno fortunati di me che in Africa muoiono di fame.

Mia madre ha detto alla nonna “ Ma ti pare il caso?”

Mio padre è rimasto per un attimo con la forchetta sospesa a mezz’aria, immobile.

Ho finito quello che avevo davanti. così nessuno si è più arrabbiato.

Dopo pranzo la nonna è andata in camera a riposare perché era stanca.

Il nonno si è messo alla TV a guardare la partita. Anche la mamma si è messa su una poltrona in salotto.

Io e mio padre siamo scesi al parco vicino alla casa dei nonni. Lui mi ha spinto sull’altalena ha fatto girare velocissima la giostra tanto io sono grande e non ho paura come i bambini piccoli.

Abbiamo giocato a palla rilanciata che è un gioco che mi piace molto.

Poi siamo tornati a casa.  Con la mamma ho fatto i compiti, poi ho guardato la televisione ma solo un’ora, perché i miei genitori non vogliono che la guardi tanto. Abbiamo cenato e sono andata a letto. Il babbo è venuto a darmi la buonanotte e abbiamo riso ripensando a quanto girava veloce la giostra.

Così ho passato la mia domenica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A propria immagine e somiglianza

 

 

 

“Che cosa hanno da agitarsi tanto? Perché non fanno un po’ meno rumore, fra tutti? Sono così fastidiosi”.

Donata tenta di rilassarsi in mezzo al caos; stringe le mani in grembo e dalla sua postazione, seduta sulla poltrona, sbircia la scena, socchiudendo gli occhi.

La finestra è aperta: un leggero alito di vento fa ondeggiare le tendine con stampata sopra la stupida faccetta sorridente di Hello Kitty.

Due uomini in divisa scattano foto.

I paramedici richiudono l’attrezzatura. Anastasia, la donna di servizio, pallida come un cencio, è rincantucciata in un angolo.

Sul letto Anna: un braccio e una gamba cadono di lato.

Donata non ne vede il viso, ma solo, da dietro, la testa ricciuta con i capelli ispidi e neri; indossa il suo pigiama favorito a fiorellini rosa, con i pantaloni corti e la canotta. La tenuta da bambina non oscura la prepotente sensualità delle forme: la maglietta tira sul petto, la pelle nera brilla nella luce.

A soli dodici anni, di fatto, è già una donna: snella, flessuosa, seducente.

“Come eri bella! Eri proprio bella, maledetta stronza!” Donata sta dando, dentro di sé, libero e silenzioso sfogo al suo odio.

“Te la sei voluta! Così impari a rovinarmi la vita. Avrei dovuto saperlo che non era una buona idea portarti nella mia casa. Nessuno mi ha avvertito; tutti lì a incoraggiarmi e a farmi i complimenti per una decisione così altruista. Colpa di quel buono a nulla, incapace. Mezza sega di uomo, nemmeno adatto a mettere al mondo un figlio.

Se lo avessi saputo che mi allevavo la serpe in seno. Ma come potevo prevederlo? Poteva anche essere una buona idea dopotutto. Avevo sentito tante storie felici, letto tanti libri sulle adozioni. Specchietti per le allodole ed io ci sono cascata. Sarò madre, sarà bello, sarà facile e divertente, e di soddisfazione. Un corno di soddisfazione! S’è visto! E’ stata un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita.

L’agente le si avvicina e tenta di scuoterla e di farla parlare.

Da quando lui e il suo collega sono entrati, la donna è restata seduta sulla poltrona, le braccia conserte, assente, con gli occhi chiusi.

La scuote per le spalle e le urla “ Che cosa ha fatto?”

“ Cosa ho fatto?”

Donata ha sentito la domanda ma non risponde  “Nulla, cosa vuoi che abbia fatto?  Non lo vedi da solo, cretino? Ho preso un cuscino e l’ho soffocata. E’ stato facile perché dormiva ancora; lei non aveva mai furia, meno che mai la mattina per andare a scuola. Figurarsi cosa gliene poteva importare di studiare. Andava a scuola solo per sculettare in faccia ai professori e ai ragazzini, e per ridacchiare con le sue amiche. Ecco quello che faceva.”

L’agente insiste.

Donata sta decidendo se rispondere o lasciarlo fare. Magari ci starebbe bene una frase tipo “Voglio un avvocato” come nei polizieschi americani. Decide di dire qualcosa così magari lui smette di infastidirla. L’ira è sbollita, lasciandola inerte e svuotata. Apre gli occhi, guarda l’agente “ Sono stata io. Ho preso il cuscino e l’ho soffocata”.

Spera che questo basti e si riabbandona al proprio torpore.

Di nuovo domande.

“Perché l’ha fatto? Si rende conto che ha ucciso una bambina?” L’uomo la fissa chiedendosi se lei possa sentirlo.

Non pensa di cavarne nulla ed è anche arrabbiato per la morte di una ragazzina dell’età di sua figlia.

All’improvviso la donna ricomincia a parlare “ Era posseduta da spiriti cattivi. Ho dovuto farlo per liberarla. Ora è in pace.”

“Ah, ok” esclama l’agente. “Caso chiuso. Questa è matta” “Infermità mentale, ci penseranno gli psichiatri”.

Donata sghignazza dentro di sé, soddisfatta della propria uscita. “Questa degli spiriti è geniale. Forse ora mi lasceranno in pace”.

E’ comodo avere dei demoni cui dare la colpa. E’ proprio quello che ci si aspetta in questi casi. La frase giusta!

Comodo, forse anche vero ma in altre circostanze. Perché quella lì, lei in persona, era un demone, altro che posseduta. E’stato un bene liberarsene prima che crescesse troppo, allora fermarla sarebbe stato impossibile. E invece ce l’ho fatta, sul filo del rasoio, appena in tempo, ma ce l’ho fatta. Forse avrei dovuto farlo anni fa, ma, in fondo, lei, prima, non era così insopportabile.

Per un po’ siamo anche state bene insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto un’infanzia felice.

Ricordo che nella strada dove abitavamo, siamo stati i primi ad avere una televisione. Stava dentro un mobiletto di legno lucido, bombato: le ante si aprivano e compariva lo schermo.

La prima cosa che ho visto è stato un telefilm di Rin Tin Tin, l’eroico cane lupo che salvava il suo padroncino da varie situazioni pericolose, fra il plauso dei soldati. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il bambino fosse un trovatello, adottato dal reggimento di stanza al forte.

Avevo un orsacchiotto di pezza che si chiamava Teddy. Era il mio portafortuna.

L’ho trascinato per la casa in lungo e in largo. Gli occhi erano due bottoni che gli erano stati riattaccati più volte, la stoffa di cui era ricoperto era diventata sudicia e macchiata.

Un giorno non l’ho più trovato e mia madre diceva di non saperne nulla.  Solo molti anni dopo ho capito che doveva averlo buttato via.

Dietro la casa c’era un giardino. Non c’erano aiuole o fiori, perché mia madre non voleva occuparsi di giardinaggio. Il terreno era ricoperto di ghiaino, c’erano un’altalena e due begli alberi da frutto su cui potevo arrampicarmi. Il nostro spazio confinava con un orto e un piccolo allevamento di conigli e galline, curato da un anziano signore. Scavalcando la rete di recinzione potevo entrarci facilmente e sbarbare carote o ravanelli oppure strappare dalle piante pomodori, zucchine, melanzane. Il proprietario incolpava sempre o gli uccelli o la banda di ragazzini del vicinato e non ha mai sospettato di me. Anzi, quando mi vedeva, mi regalava sempre qualcosa dicendomi di portarlo alla mamma.

Ero anche molto attratta dai suoi animali.

Le galline non erano facili da chiappare, ma con i conigli era un altro discorso.

Tentavano di rincattucciarsi in un angolo della gabbia ma, quando decidevo di prenderli, non avevano scampo.

Mi divertiva tirarli su per le orecchie. Li osservavo mentre scalciavano e si dimenavano. Cercavano stupidamente di liberarsi, ma li tenevo molto saldamente e non avevo nessuna intenzione di mollare la presa.

Una volta, uno di loro, scalciando, mi sporcò tutto il vestito.

“ Chi la fa, l’aspetti” come diceva sempre mia madre.

Con una corda lo appesi per il collo a un ramo basso e lo guardai contorcersi  fino a quando non si mosse più. Era morto stecchito. Lo rimisi nella gabbia.

Per giorni il vecchio si lamentò con tutti i vicini, non capacitandosi della morte dell’animale. Io ero soddisfatta: nessuno sospettava di me, l’avevo fatta franca.

Avevo anche delle bambole di celluloide.

Preparavo loro da mangiare, usando i coccini del loro corredo; i fili d’erba erano spaghetti, i sassolini pietanze, una susina il dolce.

Alle volte in giardino accendevo dei falò, con foglie e rametti, per cuocere le pietanze e fissavo affascinata le fiamme. Ancora oggi, come allora, sono molto attratta dal fuoco. In Tv mi piace guardare i film catastrofici del genere “Inferno di cristallo” e, d’estate, seguo sempre i resoconti degli incendi.

Con le  bambole immaginavo la mia felice vita futura di donna sposata. Loro erano le mie figlie obbedienti e perfette.

Le avevo educate bene.

Ne ero orgogliosa. Sarei stata un’ottima moglie e una brava madre.

Per prepararmi al futuro leggevo “L’enciclopedia della donna”.

Arrivava a casa in fascicoli, mi pare settimanali. C’erano tutti i suggerimenti perché la donna sapesse rendere orgoglioso il marito e diventare una provetta padrona di casa, che deve sempre sapere togliere ogni macchia, lucidare l’argenteria, offrire alle amiche il tè, ricevere impeccabilmente gli ospiti importanti.

Non potevo prendere esempio da mia madre: era sempre malata. Soffriva di terribili mal di testa. Passava intere giornate stesa a letto, con una pezzuola bagnata sulla fronte.

Eravamo benestanti e potevamo permetterci una donna di servizio che veniva da noi tutti i giorni, dalla mattina alla sera.

Gina, così si chiamava, era una persona forte e allegra, immigrata in città con il marito, in  cerca di lavoro e di fortuna.

In casa faceva tutto lei. Puliva, lavava, stirava, preparava il pranzo, mi alzava, mi vestiva e mi pettinava facendomi due belle treccine, mi accompagnava a scuola e veniva a riprendermi, mi teneva con sé in cucina e mi permetteva di aiutarla. Tagliavo le verdure, sbucciavo le patate, impastavo la farina, macinavo il caffè con il macinino e intanto la osservavo e imparavo. Ho imparato bene: infatti sono un’ottima cuoca.

Ho saputo, in seguito, che, lavorando a capo chino, lei e il marito erano riusciti a comprarsi una casa e a mandare il loro figlio all’università.

Nonostante i giudizi sprezzanti che dava di lui mia madre, è divenuto un medico stimato e ha fatto carriera.

Qualche volta veniva a fare i compiti da noi. Mia madre diceva che non capiva nulla, che era un figlio di contadini ignoranti e non avrebbe mai potuto andare lontano. Con ostentata bontà, pietosamente, si occupava, oltre che della mia, anche della sua istruzione, unica attività a cui qualche volta si dedicasse durante la giornata.

Una volta siamo andati a trovare Gina nella colonica sperduta in campagna, dove ancora viveva la sua famiglia d’origine. Puzzava di sporco: dalla stalla sotto l’abitazione saliva il tanfo dello sterco delle mucche, le stanze erano piccole e buie. Non c’era un bagno, ma una specie di buco in uno stanzino dove i bisogni venivano scaricati nella concimaia di sotto.

I suoi parenti ci accolsero con deferenza intimorita.

Eravamo signori, gente di città.

Nel viaggio di ritorno mia madre sottolineò tutti i particolari sulla sporcizia e sulla miseria che avevamo visto.

Io ricordo che ci avevano preparato dei dolci, dei pupazzetti a forma di uomo e di donna; gli occhi e la bocca erano fatti di confetti colorati. Mia madre ne mangiò sdegnosamente un pezzetto.

Non ho particolari ricordi di mio padre. Per me era quasi un estraneo. Usciva la mattina presto e tornava la sera. Non potevo salutarlo perché era stanco. Si chiudeva nel suo studio a fare non so cosa. Io cenavo prima di loro da sola e alle otto venivo messa a letto.

Mi tornano solo in mente le minacce di mia madre che lo usava come uno spauracchio.

“Se non stai buona, lo dico a tuo padre, stasera ”

Quando è nata mia sorella Letizia, avevo già dieci anni: fino a quel momento ero sempre stata da sola, unico arbitro e protagonista dei miei passatempi.

Il giorno del parto (ma di cosa si trattasse, non avevo idea) fui buttata fuori di casa.

La nonna Gilda che era arrivata assieme a un’altra donna, senza rivolgermi la consueta attenzione, mi disse di stare buona, mi fece sedere sui gradini esterni della casa, raccomandandomi di non muovermi e di non rientrare per nessuna ragione. Rimasi a lungo seduta lì; mi stavo annoiando. A un certo punto mi passò davanti Roberto, il figlio dei vicini. Mi guardò incuriosito perché normalmente non avevo il permesso di giocare per strada con gli altri bambini. Mia madre diceva che non stava bene che io mi mischiassi a certa gente del popolo.

Lui mi fissava un po’ troppo ed io, per mostrargli il mio disprezzo, gli feci una linguaccia. Quello mi si avvicinò e mi tirò una treccia.

Indignata, raccolsi un grosso sasso da terra e mentre si allontanava ridendo, glielo lanciai dietro con forza, centrandolo nella schiena. Il colpo lo fece barcollare. Sgattaiolai in casa veloce, chiudendo bene il portone prima che potesse tornare indietro. Restai nell’anticamera buia sperando che se ne andasse, preoccupata di avere disobbedito alla nonna.

La nascita di mia sorella mi deluse molto: ne avevo aspettato l’arrivo, ammirando estasiata le camicine, i vestiti, le scarpine di lana fatte ai ferri che Gina aveva sistemato in una cassettiera.
Avevo l’ambizione di farle da madre, ma dopo pochi giorni avevo cambiato idea.

Lei piangeva sempre, anche la notte, con urli insopportabili, sbavava e faceva una cacca puzzolentissima.

I suoi pannolini, lavati a mano da Gina, erano stesi in tutti gli spazi disponibili della casa.

Mia madre non faceva più i compiti con me e si lamentava spesso con la domestica:

“ Non ce la faccio più, non ho dormito stanotte, sono stanca”.

Ripeteva questo genere di frasi in continuazione.

Gina cercava di incoraggiarla, aveva sempre lei la piccola in braccio, la passava a mia madre solo per il latte e continuava a dire “Che bella bambina”.

Una volta ho cercato di giocare con la piccola. L’ho tirata su dalla culla e l’ho portata nell’angolo delle bambole per metterla  fra loro. Ma quella, appena messa per terra, non è rimasta, come mi aspettavo, seduta ma  si è ribaltata all’indietro, battendo violentemente la testa e mettendosi a strillare. Consapevole di avere infranto una regola che la nonna, Gina e la mamma mi avevano ripetuto più volte “Non la devi prendere in braccio da sola”, le misi una mano sulla bocca e la riportai nella sua culla.  Tentai di soffocarne il pianto perché non si sentisse, ma quella si agitava tutta e il cuscino che le avevo messo sulla faccia, scivolò di lato.

Gina arrivò di corsa in camera, pulendosi le mani al grembiule.

La guardai compunta e le dissi “L’ho sentita piangere e sono venuta a vedere”. Lei mi lanciò un’occhiata perplessa, ma non aveva prove contro di me, prese la piccola e si mise a cullarla fino a quando riuscì a calmarla.

Mi piaceva andare a scuola. Avevo un bel grembiule bianco, pulito e con un  fiocco colorato.

Grazie alla mia donna di servizio, io ero sempre in ordine ma alcune delle mie compagne di classe avevano grembiuli di una misura sbagliata, troppo grandi o troppo piccoli, rammendati o strappati e alle volte non mettevano nemmeno il fiocco.

Mi piaceva imparare, riempivo pagine di lettere, mi esercitavo per avere una bella calligrafia.

L’unico momento della giornata in cui mia madre stava con me, qualche volta, era il pomeriggio quando mi aiutava a fare i compiti e io le facevo  vedere com’ero diligente e attenta.

Ricordo quando mi sono venute le mestruazioni la prima volta.

Nessuno mi aveva detto nulla e pensai di essermi ferita, magari salendo su un albero in giardino o di essere malata. Visto che, nonostante i tentativi di pulirmi, il sangue non si fermava, andai preoccupata da Gina. “Non è nulla” mi disse “ è normale, vuole dire che sei diventata grande.”

Non capivo cosa volesse dire. Lei provò a spiegarmi che le donne grandi perdono  sangue una volta al mese. Non mi spiegò che questo aveva a  che fare con la riproduzione e tanto meno mi parlò di sesso.

Per tranquillizzarmi, mi portò in camera della mamma, prese dal cassetto dei rettangoli di stoffa e pazientemente mi spiegò come fare a indossarli.

Mi sentivo sporca e a disagio. Non avevo il controllo dei miei movimenti, avevo paura che i pannolini si spostassero o fuoriuscissero dalla mutandina.

Più tardi mia madre mi chiamò in salotto, era seduta in poltrona; con fare affettuoso mi fece, inaspettatamente, una carezza e mi disse “Sei diventata grande” e poi aggiunse “Comportati bene ora”.

Restai indispettita. “ Non mi ero sempre comportata bene ? “

A turbarmi ulteriormente già da un po’ di tempo avevano cominciato a spuntarmi peli dappertutto. Erano disgustosi.

Per un’estate, facendo impazzire di preoccupazione la Gina, mi rifiutai di mettermi camicette con le maniche corte e ne indossai solo con maniche lunghe, nonostante il caldo torrido.

Superate le scuole medie, fra gli elogi di tutti, mi sono iscritta al liceo classico.

Era un ambiente duro e competitivo. Alle scuole elementari e alle medie era evidente che io, rispetto alle altre compagne, ero la più ricca.

Al ginnasio non era più così. Lì tutti appartenevano alla buona borghesia cittadina e io non ero della loro cerchia.
Alcune mie compagne venivano a scuola in auto con l’autista, io prendevo l’autobus e scendevo una fermata prima per non farmi vedere su un mezzo così povero.

Ero stata invitata nelle case di alcune di loro, perché ero comunque fra le più brave a fare i compiti.

Guardavo le loro case: erano più grandi del posto dove stavo io , con mobili più belli, e quadri alle pareti. Le loro madri erano sorridenti, affettuose, ben vestite, anche di pomeriggio e non sprofondate con una vestaglia, in poltrona, come la mia.

Mi sentivo una specie di Cenerentola fra le sorellastre e la matrigna.
Dovevo rimontare.

L’occasione mi fu data dall’incontro con Luca: lui fu la mia arma per salire di status.

Ero una bella ragazza.

In autobus c’era sempre qualche mano che mi palpava il sedere e qualche vecchio porco che trovava il modo di strofinarsi, con la scusa di passare.

Non sapevo che tutto questo avesse a che fare con il sesso.

Credevo che i bambini si facessero baciandosi, fino a che la mia compagna di banco, smaliziata e impietosita, mi aveva spiegato come andavano le cose. Avevo assimilato scrupolosamente quei concetti sconosciuti e, soprattutto, avevo capito che i ragazzi volevano fare sesso e che le ragazze dovevano opporsi, anche se non proprio a tutto, se volevano farsi sposare.

Cominciai a sentirmi meglio. Avevo qualcosa da barattare per raggiungere i miei scopi.

Anche Luca era fra i più bravi della classe ma non era molto amato dai professori. Aveva idee proprie su molti argomenti e le esponeva appassionatamente, sia nei compiti scritti che durante le interrogazioni. Non era per niente diplomatico e non cercava minimamente di ingraziarsi gli insegnanti.

Ero andata qualche volta a fare i compiti da lui.

Mia madre approvava in pieno questa frequentazione, anche se andavo in casa di un ragazzo e non da un’amica. Alle volte mi accompagnava lei in macchina. Aveva preso la patente, cosa abbastanza insolita per una donna in quegli anni, ma diceva che andare in auto le risparmiava tempo e fatica.

La casa di Luca era una villa molto bella, nella parte più di prestigio della città, sulle colline.

Soprattutto era una casa colta. C’erano libri dappertutto e  una stanza della musica con un pianoforte. Alle pareti c’erano molti quadri, che però a me sembravano solo strappi sulla tela o prove di colore. Luca me ne  parlava  con entusiasmo, facendomi da Cicerone e ragionando di nuove tendenze pittoriche e di avanguardie.

Probabilmente riferiva discorsi dei suoi e di loro amici. Ascoltavo compunta, ma non mi convinceva.

Per me erano solo sgorbi e tali rimanevano anche dopo mille spiegazioni.

Quando mi faccio un’idea, resta quella.
Non sono una persona debole, che si fa influenzare facilmente.

Il padre di Luca era dirigente di una grossa multinazionale, in piena espansione. Sua madre lavorava come insegnante. Mia madre disapprovava che una donna, senza bisogno di soldi, lavorasse.

Il caldo entusiasmo con cui, durante le nostre visite, lei ci parlava del suo lavoro ci confermava che era una persona un po’ stravagante.
Per quanto si atteggiasse a signora, mia madre era comunque a disagio nella conversazione: l’altra parlava amabilmente di libri, di concerti, di teatro, rivelando una vita sociale e culturale di cui mia madre non sapeva nulla, anche se faceva finta di trovare quei discorsi interessanti.

Per rifarsi, durante i viaggi di andata o di ritorno, esternava tutto il suo disprezzo per una donna che non si dedicava alla famiglia. Dimenticava che anche lei, se non ci fosse stata Gina, non è che alla cura dei figli e della casa si fosse dedicata poi così tanto.

Luca mi aveva eletto a suo pubblico.

Durante i pomeriggi che passavamo insieme per fare i compiti, sfoggiava tutte le sue idee sul mondo. Faceva la ruota come i pavoni: l’esibizione di cultura era un rituale di corteggiamento ma, in tutta onestà, devo ammettere che né io né lui sapevamo in che territorio ci stessimo addentrando.

Durante quegli incontri io ero solo indispettita perché perdevamo tempo ad ascoltare dischi di musica classica noiosissimi o a leggere brani di autori russi che lui amava, ma non erano nel programma di letteratura. Leggerli era perfettamente inutile.

Poi c’era il capitolo ingiustizia nel mondo. Luca aveva le sue idee sulla lotta alla povertà e alla fame, sull’uguaglianza fra le persone e i popoli. Non lo capivo. Gina era povera: peraltro era l’unico povero che conoscessi .

” E allora” mi chiedevo “che male c’è ?”.

Per educazione, siccome non sta bene interrompere, lo lasciavo parlare. Immagino che lui si facesse l’idea che il mio silenzio era approvazione o addirittura condivisione. Pensava a noi come ad anime gemelle. Io controllavo di nascosto l’ora, calcolando mentalmente il margine che potevamo concederci prima di affrontare i compiti da fare.

Con il benestare delle famiglie, lui aveva organizzato dei giorni in cui andavamo al cinema o al teatro, da soli o con i suoi genitori e i loro amici.

Cominciai a scoprire un mondo più vasto del salotto di casa mia.

A scuola, queste esperienze, raccontate alle amiche, mi facevano guadagnare il rispetto delle altre.

Consideravano me e Luca una coppia.  Non ero più una qualunque, brava ma poco interessante; ero la fidanzata di uno che per le sue idee, la sua personalità e per lo status della sua famiglia, era considerato un leader.

Ero soddisfatta: lui non mi piaceva come persona, non ne condividevo le idee e gli entusiasmi, trovavo i suoi interessi noiosi.  Detestavo la musica classica. Se fosse stato per me, avrei ascoltato solo le canzoni del Festival di Sanremo. Ma mi dicevo che una donna deve essere paziente e apprezzavo la popolarità di cui lui mi faceva godere di riflesso.

Fisicamente non mi attraeva. Aveva capelli fini e lisci e il naso troppo grosso. Quando era agitato, soffriva di un tic che gli faceva stringere gli occhi e contrarre la faccia come se ghignasse.  Nella foga di un discorso, alle volte gli succedeva in pubblico. Lo trovavo molto imbarazzante, ma dovevo fare finta di nulla e accontentarmi.

Fortunatamente, con l’età matura, quel dannato schifosissimo tic da adolescente gli è passato, si è irrobustito, i capelli gli sono diventati brizzolati e ora posso dire che è un uomo non bellissimo, ma attraente.

Poi ci fu il capitolo sesso.

Luca premeva molto perché “lo facessimo”, come prova, secondo lui, del nostro amore, di cui parlava in continuazione.

Io resistevo, perché così si doveva fare e non ero per nulla incuriosita da tutta la faccenda.

L’intimità fisica fra noi cresceva. C’erano stati i primi baci e poi vari toccamenti. Lui mi carezzava i seni, poi era riuscito a convincermi, prendendomi per sfinimento, a toccarmi “ lì sotto”.

Durante questi palpeggiamenti diventava rosso, sudava e ovviamente aveva delle erezioni che potevo percepire quando si accostava, anche se all’inizio non capivo bene di cosa si trattasse. Incuriosita, avevo cominciato anch’io a infilargli le mani nei pantaloni e avevo scoperto divertita che il suo coso, appena toccato s’imbizzarriva e diventava grosso e duro. Ero soddisfatta di avere tutto questo potere nelle mie mani.

Dopo vari mesi di queste esplorazioni e dopo reiterate suppliche e lagnosità da parte sua, decisi di cedere.

Era estate.

Ero in villeggiatura in montagna con mia madre e mia sorella. Ci stavamo due mesi, perché mia madre non sopportava il caldo della città e si doveva riposare. Mio padre veniva a trovarci nel week-end. Senza la scuola mi annoiavo a morte. Si potevano solo fare passeggiate, sempre uguali. Poi il nulla. Qualche volta riuscivo ad andare a giocare al flipper al bar, ma dovevo farlo di nascosto perché mia madre non approvava che io frequentassi la compagnia dei giovani del paese. A me sembrava si divertissero molto. Andavano in gruppo a fare passeggiate, forniti di chitarre. Li sentivo ridere, scherzare. Parlavano di andare a ballare il sabato sera, cosa che era impensabile che mi fosse concessa. Loro mi consideravano un’estranea, nonostante che qualche ragazzo più intraprendente mi guardasse sfacciatamente il culo. Per il resto m’ignoravano. Non ero dei loro: ero solo una villeggiante, una studentessa di liceo. Loro lavoravano: vedevo i ragazzi con tute da operaio e da meccanico e le ragazze nelle botteghe del paese, al forno o dalla parrucchiera. La differenza di classe sociale era, a quei tempi, molto accentuata e influente ed era impensabile che giovani operai o commesse avessero a che fare con una studentessa liceale.  Non era previsto che i due mondi potessero comunicare.

Luca aveva il permesso di venirmi a trovare. Le sue visite spezzavano l’asfissiante routine di quelle giornate.

Mia madre, dopo un po’ di convenevoli, si disinteressava completamente di noi. Avevamo così l’opportunità di fare lunghe passeggiate nei boschi e di nasconderci in qualche radura, lontana da occhi indiscreti.

Non ho mai capito se lei si rendesse conto che erano molto più pericolose, per la mia onorabilità, quelle girate da soli io e lui piuttosto che un innocente pomeriggio al bar. Ma eravamo fidanzati, lei approvava e, se sapeva cosa facevamo, non riteneva di dovere intervenire. Lui era un buon partito.

Forti di questa libertà, dopo diversi tentativi, riuscimmo a capire la meccanica dell’atto. Non era molto difficile. C’era un oggetto cilindrico che doveva entrare in uno cavo. Eravamo giovani e sani e fummo guidati dall’istinto e dalla fisica dei corpi.

La prima volta restai un po’ perplessa. A parte un po’ di dolore e una perdita di sangue che non mi aspettavo e che m’impensierì un po’, trovai la cosa sporca e sgradevole.

Ma, volta dopo volta, feci l’inaspettata scoperta che la penetrazione mi procurava sensazioni piacevoli, anche molto intense. Non lo sapevo ma erano orgasmi. Cominciai ad apprezzare quel passatempo e nonostante lui mi annoiasse sempre mortalmente con i suoi discorsi – parlava di progetti insieme e di grande amore – cominciai a sentire la sua mancanza fra una visita e l’altra.

Finimmo il liceo. Dovevamo scegliere l’Università.

Luca voleva andare alla Facoltà di Sociologia a Trento. Era stata aperta in quegli anni ed era una novità nel mondo accademico. Una materia nuova, con inediti piani di studio, in odore di “sinistra”.

Lui ne era entusiasta. Aveva letto Adorno, Horkheimer, Marcuse, in lingua inglese, prima che venissero pubblicati in italiano.
Già ci immaginava a vivere insieme, in una casa nostra.

Dava per scontato che anch’io avessi il medesimo sogno e la sua passione per la sociologia.

Fortunatamente i suoi genitori si opposero: non era usuale mandare un ragazzo a studiare in un’altra città. I suoi sogni s’infransero su quel rifiuto. Per un po’ ne fu fortemente amareggiato.

Con il senno di poi, ritengo che fu una benedizione. Con tutte le sue idee, in quell’ambiente, sarebbe, come minimo, diventato amico di Curcio e militante delle Brigate rosse, invece che uno stimato professionista com’è adesso.

Ripiegò su architettura, sia pure parlando di Wright, modernismo e quant’altro e, dopo la laurea, grazie alle conoscenze dei suoi, entrò in un affermato studio di architettura, dove lavora ancora oggi.

Io m’iscrissi a Lettere. Era una facoltà più femminile. Nei miei sogni di bambina il mio unico progetto era quello di sposarmi, fare figli ed avere una bella casa, ma la mia ottima carriera scolastica, che era un peccato interrompere – come dissero ai miei genitori gli insegnanti –  mi aprì la strada dell’università.

Dopo la laurea avevo davanti la possibilità di iniziare a insegnare ma non mi interessava.  Trovavo abbastanza insopportabile l’idea di avere a che fare con ragazzini ignoranti.

Accettai così una proposta di lavoro di una casa editrice: mi parve più prestigioso. Ho sempre fatto un lavoro amministrativo e d’ufficio, niente di entusiasmante,  ma mi piace potere dire  che lavoro in campo culturale.

Era arrivato il momento di coronare il nostro sogno d’amore.

Luca parlava di amore libero e convivenza ma, su questo punto, riuscii a contrastarlo efficacemente, con uno sciopero del sesso e la minaccia di troncare il fidanzamento.

Si arrese.

Mi sobbarcai un anno di stress. Organizzare il matrimonio fu un’impresa titanica.

Mi dovetti occupare, in primo luogo, di arredare la casa che le famiglie ci avevano comprato. Scelsi con cura gli arredi, ispirandomi alle case delle amiche del liceo e dell’università. Lasciai a Luca solo la scelta dei quadri, perché se ne intendeva più di me.

Poi mi buttai a capofitto nei particolari organizzativi della cerimonia.

Ero sola: mia madre non aveva né l’energia né l’entusiasmo per aiutarmi e, secondo me, neppure il gusto per fare le scelte giuste. Potevo solo utilizzare mia sorella in funzione di aiutante per le incombenze più pratiche.

Qualche volta chiedevo rispettosamente l’aiuto della madre di Luca.  La mia futura suocera non dava grande importanza agli aspetti spettacolari della cerimonia ma, per una sorta di legge di compensazione, riusciva, in qualche modo, a tranquillizzarmi.

Luca, come tutti gli uomini, acconsentiva bonario a tutte le mie scelte, attribuendo, immagino, la mia fissazione al fatto che fossi felice di sposarmi.

In quei mesi il tarlo della perfezione mi ha divorato. Il vestito bianco doveva essere importante ma non svenevole o troppo infiocchettato con trine e merletti, per non risultare una cosa pacchiana, da poveri. Il vestito delle damigelle doveva essere grazioso ma non vistoso, per non offuscare l’unica vera protagonista, cioè io, la sposa.

Curai tutto nei minimi dettagli: il menù del pranzo che si sarebbe svolto in una bella villa, molto signorile, gli addobbi della chiesa, i fiori, le bomboniere, gli inviti rigorosamente scritti a mano.

Luca avrebbe voluto fare una cosa semplice, per pochi parenti e amici e poi devolvere il corrispettivo di quello che avremmo risparmiato sul pranzo e la cerimonia a qualche causa benefica.

Stroncai sul nascere le sue idee stravaganti. Volevo un pranzo come si deve, con tutte le portate e la torta nuziale e chi se ne frega dei bambini in Africa che muoiono di fame.

Arrivai esausta al giorno fatidico ma tutto andò alla perfezione. Ancora oggi sono molto soddisfatta di me e di come me la sono cavata.

Iniziammo così la nostra vita insieme.

Ritengo che quello sia stato uno dei migliori periodi della mia vita.

Avevo lasciato la casa dei miei e ne avevo una tutta mia, improntata al mio gusto e alle mie esigenze, adatta per ricevere con un bel salone ampio per pranzi, cene e feste.

Tutto era nuovo e lucente.
Grazie al mio addestramento infantile, fra Enciclopedia della Donna e lezioni della Gina, riuscivo perfettamente a destreggiarmi fra lavoro e organizzazione domestica. Era divertente fare la spesa e decidere io cosa mangiare quel giorno, senza dovermi adattare a cose già cucinate da altri.

“ O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra” diceva sempre mia madre.

Luca ha sempre avuto orari più impegnativi dei miei. Spesso, già dai primi anni di lavoro, doveva andare fuori città per qualche convegno o per incontrare clienti importanti.

Nelle giornate in cui restavo da sola, potevo sentire la musica che mi piaceva, giravo per casa, dopo il lavoro, con una tuta sbrindellata, mangiavo sul divano guardando la televisione o non mangiavo affatto. Se la domenica lui non era in casa, me ne restavo in vestaglia e ciabatte, girellando per le stanze, senza fare nulla. Mi concedevo lunghi bagni caldi in vasca, scegliendo con cura le essenze da sciogliere nell’acqua, approfittando che non c’era nessuno a lanciarmi sguardi languidi e vogliosi.

Nella mia ricca e beata solitudine stavo proprio bene.

Quando c’era Luca a casa, mi sforzavo di essere curata e di interessarmi al suo lavoro. Lui s’imbarcava in lunghi discorsi sui progetti del suo studio ed io ascoltavo, dissimulando la noia. Sono sempre stata una brava ascoltatrice.

Spesso avevamo ospiti a cena. Io me la cavavo benissimo.

Sentivo gli sguardi di ammirazione nei miei confronti dei suoi amici e colleghi, l’invidia delle donne, per la mia eleganza, per la mia casa perfetta, per le mie cene impareggiabili. Sono stata fra le prime, ad esempio, ad avventurarmi nell’organizzazione di cene etniche, sempre con ottimi risultati.

Il sesso, come ho detto, era gradevole. Il detto di mia madre e di mia nonna “ Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” mi risuonava nelle orecchie, ma pensavo che un po’ d’innocente divertimento non sarebbe stato un peccato, e poi chi avrebbe potuto scoprirlo?

Trovo fastidiosa e invadente l’idea che la religione possa  giudicare e orientare  i comportamenti delle persone, fino nei minimi dettagli.

Mi dico sempre che Dio ha altre cose a cui pensare.

Ma sono una buona cattolica, non vorrei essere fraintesa su questo punto.

Da bambina andavo in chiesa e al catechismo; mi sono sposata, come ho detto, con una bella cerimonia religiosa. A Natale e a Pasqua vado sempre in Chiesa.

Nei primi anni dopo il matrimonio abbiamo fatto molti bei viaggi.

Luca seguiva le tracce dei suoi interessi, sia di architettura che umanitari.

Anche nei paesi più poveri che abbiamo visitato, in Africa o in India, riuscivo sempre a trovare degli alberghi adeguati, dove potevo restare in piscina a prendere il sole, mentre Luca andava in giro a fotografare squallidi sobborghi o baraccopoli degradate.

Al ritorno in ufficio avevo sempre dei pittoreschi resoconti da fare alle mie colleghe.

Il tempo scorreva piacevolmente senza intoppi.

Eravamo sposati da quattro anni. Per il mio trentesimo compleanno avevo organizzato, di sabato sera, una bella festa con i nostri amici.  Due coppie non erano potute venire: avevano bambini piccoli e spesso avevano guai a sistemarli, con le baby-sitter o con i nonni. Pazienza, conoscevamo un sacco di persone e qualche defezione non avrebbe incrinato la riuscita del party.
Il pranzo della domenica successiva lo avevo dedicato invece ai festeggiamenti con i parenti.

Nonostante la mia abilità, era complicato mettere insieme le nostre famiglie. Ero sempre preoccupata che i miei genitori mi facessero sfigurare.

Per quanto cercassi di istruire mia madre, c’era sempre in lei qualcosa di sciatto, un particolare fuori posto che stonava.

Mio padre, invecchiando, è diventato di una tirchieria esagerata e non giustificata dal loro status economico.  E’capace di indossare lo stesso cappotto “buono” per anni, facendolo rifoderare più volte.

Insomma facevano di tutto per sembrare poveri, anche se non lo erano.

“L’abito non fa il monaco” come diceva mia madre ma “Anche l’occhio vuole la sua parte” le rispondevo io, con un altro dei suoi proverbi favoriti.

L’unica di cui non mi dovevo preoccupare era mia sorella Letizia: la sua vivacità, il suo slancio sociale – era spesso a manifestazioni, cortei, assemblee – piacevano a mia suocera. Si era iscritta alla Facoltà di Veterinaria.  Curare cani e gatti, a me personalmente, non sembrava una buona idea, ma “contenta lei, contenti tutti”. Per l’uno o l’altro motivo aveva comunque sempre dei validi argomenti di conversazione e anche Luca le dava volentieri spago.

Durante il pranzo per il mio compleanno mia madre introdusse l’argomento bambini.

Aveva incontrato per caso la figlia di un amico. A ventisette anni era già madre di una bambina di due anni ed era di nuovo incinta: presi svogliatamente parte alla conversazione in cui si tessevano le lodi di questa qui, il cui unico pregio era, evidentemente, quello di figliare come una coniglia, ma avvertii dentro di me qualcosa che non andava. L’immagine di vita perfetta che avevo costruito con tanta fatica rischiava di appannarsi.

Luca ed io non avevamo figli.

“Non ancora” pensai ma si può rimediare.

Quando tutti furono andati via, ne parlai con mio marito. Lui non si mostrò preoccupato più di tanto. Parlò di popolazione mondiale e di povertà. Come al solito non aveva capito nulla. Che ci fosse gente che muore di fame sul pianeta, non c’entrava nulla con noi. Un bambino in più non sarebbe stato una rovina planetaria e avrebbe completato magnificamente la nostra vita, mettendoci alla pari con gli altri.

Nei mesi successivi lo provocai più volte, prendendo l’iniziativa per fare sesso, attività a cui lui, peraltro, non si sottraeva mai.

Durante il matrimonio non avevamo mai usato precauzioni anticoncezionali. In effetti, era un po’ strano che non fossi rimasta incinta.

Nonostante avessi volutamente aumentato la frequenza dei rapporti, non succedeva nulla. Tutti i mesi, puntualmente, si manifestava la solita perdita di sangue.

Cominciai a preoccuparmi.

Mi mettevo di profilo davanti allo specchio e m’immaginavo con il pancione. Sistemavo le braccia una sopra e l’altra sotto il ventre per accogliere quello che ancora non c’era. Sarei stata bene: sono abbastanza alta, anche se mi fossi arrotondata, non sarei stata goffa e ridicola come certe donne incinta, basse e tarchiate, che, durante la gravidanza, sembrano palle che rotolano.

Senza dire nulla a nessuno, andai dal mio ginecologo. Mi prescrisse una serie di esami. Il risultato di tutti gli accertamenti clinici fu che non c’era motivo che non restassi incinta. Ero fertile. Lì per lì ne fui felice. Il mio corpo non mi aveva tradito, io andavo bene.

La causa dell’infertilità andava ricercata in Luca. Era lui il colpevole. Avrei dovuto immaginarlo. Presi in esame l’idea di non dirgli nulla e andare avanti così. Misi a fuoco una soluzione possibile. Avrei potuto fare il figlio con qualcun altro, farlo passare per suo  e farmi un bambino a dispetto dei santi. Se non gli fosse somigliato, potevo sempre dire che assomigliava a me o invocare lontani parenti con caratteristiche simili. Come dicevano gli antichi romani  ”Mater semper certa, pater numquam”. E se il padre biologico avesse capito qualcosa e, preso dall’istinto di paternità e del possesso, si fosse fatto avanti a rivendicare qualcosa? Era un’eventualità che non potevo escludere.

Arrivai alla conclusione che, scegliendo un partner giusto, magari già sposato o tutto dedito alla sua carriera, i rischi sarebbero diminuiti. Avevo adocchiato alcuni possibili candidati, ma il mio preferito era l’istruttore della palestra dove andavo il pomeriggio, ammiratissimo da tutte le frequentatrici, un bel ragazzo davvero, bruno, alto, fisico ben scolpito.
Mi sorrideva sempre, spesso mi si avvicinava con il pretesto di farmi vedere l’uso corretto di qualche attrezzo. Sapevo di piacergli. Sarebbe stato facile portarselo a letto e, dopo qualche amplesso, si sarebbe distratto, in cerca di nuove prede fra le signore della palestra, magari una di quelle smorfiose ventenni, perfette nei loro body aderenti, con gli scaldamuscoli colorati, che gli scodinzolavano dietro.

Lui doveva avere sui venticinque anni, era sicuramente sano e ben piazzato: non avrei rischiato che il bambino avesse tare fisiche.

Non era molto intelligente: diceva solo cose molto banali, ma “chi se ne frega” pensavo. Non si può avere tutto nella vita. Dopo molte fantasie decisi di non farne di nulla. A oggi, con il senno di poi, penso di avere preso una decisione sbagliata. Avrei avuto il bambino che volevo, sano e senza tutte le complicazioni che ci sono state dopo. Mi scoprii meno coraggiosa di quanto credessi, in quella circostanza, e lo dico con un senso di disappunto verso me stessa. Ancora non mi sono perdonata.

Decisi di affrontare il discorso della sterilità con Luca.

Scelsi una domenica pomeriggio.

Lui era sul letto, con le spalle allo schienale e le gambe flesse, a sorreggere il libro di turno “Crisi dell’occidente”.

Indossava una tuta; la felpa gli tirava leggermente sull’addome, aveva messo su un po’ di pancetta.  Una ciocca di capelli fini e lisci gli ricadeva, come il solito, sul viso.  Mi avvicinai e mi sedetti sul letto.

Chiuse il libro, l’indice della mano sinistra fra le pagine, per tenere il segno e mi guardò.“ Che c’è, micetta?” Odiavo che mi chiamasse micetta, come quando eravamo ragazzi. A quindici anni passi, ma dopo i trenta suona ridicolo. Decisi di non farglielo notare per la centesima volta.

Con calma gelida gli raccontai degli esami che avevo fatto e del risultato.  Lo invitai a farsi delle analisi anche lui.

Cercò di ribattere che non ne sentiva la necessità, che avevamo parlato di non avere bambini.

“ Tu ne hai parlato di non fare figli, io no” gli risposi . “Lo so, il riscaldamento globale, la popolazione mondiale, la povertà. Beh, la vuoi sapere una cosa? Non me ne può fregare di meno. Sono tutte cazzate che non mi riguardano. Qui nessuno muore di fame ed io voglio un bambino come tutti.”

Lui mi rispose che ero  ipocrita, la discussione andò avanti per un po’.

Alla fine, esasperata, uscii dalla stanza; con la coda dell’occhio vidi Luca che si alzava, gettando il libro sul letto.

Continuai a insistere. Le discussioni erano sempre più violente e, da parte sua, rancorose, ma io non arretrai di un millimetro.

Finalmente si decise. Dopo una serie di accertamenti, ebbi la conferma. Luca era sterile, in modo irreversibile.

Era la fine. Non avrei potuto avere quello che volevo. Avendogliene parlato, mi ero anche bruciata la possibilità di fare un figlio con un altro e farlo passare per suo. Insomma un disastro!
D’inseminazione artificiale ancora non si parlava molto: la ricerca, in questo campo, era agli albori, non come adesso che se ne sa di più.

Ero in trappola.

Per alcune settimane non andai a lavoro. La mattina non mi alzavo. Restavo a letto, a masticare rabbia e a piangere. Me ne stavo a casa, senza vestirmi, in camicia da notte e vestaglia. Mangiavo distrattamente, non mi guardavo allo specchio neppure per pettinarmi.

Mia madre mi compativa.

“Eh, poverina! Che disgrazia doveva capitarmi! Chi lo avrebbe detto che Luca era sterile” e via piagnucolando.

Le colleghe e le amiche mi telefonavano, invitandomi a reagire.

Io non dicevo nulla ma le odiavo tutte per la carità ipocrita che mi buttavano addosso.

Stronze, loro facevano sesso e figliavano. Dall’alto del loro successo, mi compativano e, secondo me, sotto sotto, gongolavano della mia disgrazia. Insopportabile.

Trovai, non so come, la forza di tornare a lavorare. La vita ricominciò, più o meno normalmente.

Luca era sollevato dal fatto che io fossi tornata nei ranghi. Mi lanciava occhiate sospettose ma non trovava nulla da rimproverarmi; ero tornata io, agghindata, piacevole, efficiente.

Non avevo ancora preso in considerazione l’idea dell’adozione. Non volevo un bastardo di qualcun altro ma un figlio mio, fatto a mia immagine e somiglianza. Il resto non m’interessava.

Le colleghe mi avevano suggerito, sotto voce, l’adozione, quando ero a casa, depressa.

L’idea cominciò a farsi strada nella mia mente. Certo, era un ripiego, ma meglio che nulla.

Sondai il terreno con le persone che frequentavamo Luca ed io.

L’adozione otteneva l’approvazione di tutti. Veniva considerata un gesto generoso, apprezzato socialmente. Dare una famiglia a un orfanello, perché no?

Avrei evitato i fastidi di una gravidanza e del parto, niente smagliature o seno cadente e mi sarei ritrovata con un bambino bell’e fatto, già partorito.
Sì, poteva essere, si poteva fare.

Comunicai a Luca lo sviluppo delle mie pensate.

Con tutto il suo parlare di povertà e fame doveva essere d’accordo e poi, se no, gli avrei fatto pesare che era per colpa sua che non potevamo avere figli nostri.

Forse perché si sentiva in colpa o forse perché la mia depressione lo aveva preoccupato, Luca aderì all’idea abbastanza presto.

Cominciammo un allucinante iter burocratico. una vera farsa.

Incontrammo assistenti sociali e psicologi, mezze tacche di dipendenti pubblici, che, con sussiego, ci ricevevano in uffici sgangherati, in spazi angusti  che io, a casa mia, avrei a malapena usato da sgabuzzino e avevano pure la pretesa di giudicare la nostra”idoneità genitoriale”, come dicevano nel loro astruso linguaggio social – psicologico.

Arrivavo ai colloqui volutamente ostentando abiti eleganti e gioielli costosi, che avevo accumulato negli anni, creandomi una ricca collezione di pezzi adatti a ogni occasione.

“Diamonds are a girl’s best friend”, come cantava  Marilyn.

Le assistenti sociali –  e ne ho incontrate diverse – erano delle donnicciole.

Ne ricordo in particolare una, anche simpatica a suo modo; mi sembra che si chiamasse Wanda. Avrà avuto una cinquantina di anni, l’aria materna, i capelli grigi tagliati corti come fanno le donne che non hanno tempo o soldi per il parrucchiere. Si vestiva come una zingara, con sottane lunghe di una fantasia abbinate a magliette di un altro disegno. Righe e fiori, oppure pois e righe. Raramente ho visto una donna così vestita male. A forza di assistere rom e poveracci, si era uniformata all’ambiente e la miseria altrui le si era attaccata addosso come una seconda pelle.

Mi guardava dritta negli occhi e sembrava soppesarmi. Ho l’impressione che, nonostante il tono gentile, non mi abbia mai creduto.

Facevo sfoggio di  nobili motivazioni e lei continuava ad annuire, senza dire nulla.

Parlava più volentieri con Luca, questo era evidente: lui si slanciava entusiasta nei suoi discorsi terzomondisti e lei interloquiva, aggiungeva dati, faceva osservazioni.  Quei due andavano proprio d’accordo. Erano fatti l’uno per l’altro. Sbirciavo l’ora, facevo tintinnare i miei braccialetti,  giravo e rigiravo gli anelli sulle dita, fino a che, se Dio vuole, l’interrogatorio finiva. Era tutto molto imbarazzante ma avevano la legge dalla loro parte e dovevo sottostare a quelle condizioni.

Durante i colloqui per l’idoneità, squallidi figuri, tipo inquisizione, ci interrogavano per sapere tutto di noi, com’era stata la nostra infanzia. “felice, no?” come ci era venuta l’idea di un’adozione e cosi via.

Ricordo uno psicologo particolarmente impiccione, grasso, panciuto, sudaticcio, con la testa pelata, che fissandomi con insistenza, arrivò a chiederci se avevamo una buona vita sessuale. Nel discorso infilò perfino un lapsus: guardandomi le gambe che avevo graziosamente accavallato disse “cosce” invece di “ cose” e meno male che ero io quella da analizzare.

Mi affondai le unghie nelle palme delle mani mentre rispondevo, genericamente, con un “Bene”.

“Perché non lo vai a chiedere a tua sorella, com’è la sua vita sessuale?  E piantala di guardarmi, porco! ” fu tutto quello che non gli dissi.

I nonni e la zia erano stati anche loro coinvolti in queste sedute, per stabilire se avevamo una “rete familiare d’appoggio” come dicevano le assistenti sociali. Cretine! Contare su mia madre era un’idea che non mi era mai passata per la testa.

Però l’avevo istruita bene e ai colloqui passò per una mite signora, molto perbene e molto educata. Con mio padre non ci furono problemi. Scivolò come un’ombra, ma distinta, per tutti gli scalini degli interrogatori.

Dei miei suoceri, soprattutto di lei, e di mia sorella non mi ero preoccupata. Avevano sposato con ardore la causa dell’adozione e l’altruismo e la generosità gli sprizzavano dai pori della pelle, abbondanti come il sudore dopo una serata in palestra.

Mia madre, lo sapevo, si era piegata all’idea ma non era convinta.

“Adozione?” aveva ribattuto, con una nota di sconcerto. quando, durante una delle sue visite, le avevo comunicato le mie intenzioni

“ Sei sicura?” disse, sbavando dubbi.

“ Certo, sicurissima!”

Dopo una lunga pausa, aveva incalzato “ I figli adottivi non sono come quelli naturali. È inutile che dicano. Che ne sai chi li ha messi al mondo, che tare si portano dietro?”

Avevo ribattuto, stizzita, che l’ambiente e l’educazione sono più importanti della genetica, ma, in fondo, qualche dubbio sull’ereditarietà l’avevo anch’io. Purtroppo non sapevo quanto avrei avuto ragione.

In quel periodo Luca non trovò di meglio che ammalarsi, con il rischio che il suo stato di salute incidesse negativamente sulle valutazioni. E’ chiaro che, se sei malato, un bambino in adozione non te lo danno, ma lui niente. Vomitava, non mangiava, era dimagrito, al punto che anch’io cominciai a preoccuparmi pensando a un tumore o qualcosa del genere. Fortunatamente gli fu diagnosticato solo un inizio di ulcera. Dovetti comunque occuparmi di lui, dei suoi malesseri e rimuovere gli schizzi del suo vomito in bagno. Vomitava nelle ore più impensate e non sempre potevo aspettare che ci pensasse la domestica. Alternavamo i colloqui con gli psicologi per l’adozione alle visite dagli specialisti in gastroenterologia. Avevo preteso che andasse, a pagamento, s’intende, dai migliori.

Spesso lo dovevo spronare, ricordargli gli appuntamenti, fargli prendere le medicine. Sembrava totalmente incapace di prendersi cura di sé stesso.

“ Donata, sto male! Cosa mi succede? Sarà un malaccio, che dici?”

Le sue lamentazioni quotidiane m’inseguivano in ogni angolo della casa.

Per fortuna durante i colloqui per l’adozione, riusciva a ritrovare la sua vivacità e, dopo qualche mese di cure, i disturbi fisici più fastidiosi, come il vomito, sparirono. Si ristabilì e ritrovò la sua forma fisica.

Ottenemmo l’idoneità come genitori. Le nostre motivazioni erano state ritenute affidabili, vero spirito altruistico, non una “compensazione narcisistica” che, come avevo capito, era considerata una sorta di male del secolo, l’undicesimo peccato da non commettere assolutamente. E, infatti, non lo commisi.

Di tutti gli incompetenti  che ho incontrato nessuno, però, mi aveva avvisato di quanto sarebbe stata dura avere a che fare con un ragazzino o una ragazzina stronza, che per di più non è nemmeno figlia tua, mentre intorno a te volteggiano, come avvoltoi, stormi di consulenti e assistenti sociali.
Ci rivolgemmo a un’associazione per l’adozione internazionale, perché Luca, con una delle sue tipiche fissazioni, voleva aiutare un bambino di un paese povero. Quindi vai con l’Africa.

Io avrei preferito un bambino che almeno avesse una parvenza di somiglianza con noi, bianco, non nero. Lo sapevo che non avrei mai potuto farlo passare come figlio mio, ma avrei potuto fare qualche volta come se lo fosse.

Mi toccò ingoiare anche quest’ultima delusione.

O negro, povero, orfano o nulla, anzi, per lui, doveva venire, preferibilmente, dalla cloaca più puzzolente del mondo.

Arrivò il momento; ci comunicarono la disponibilità di una bambina di due anni, eritrea, orfana, raccolta dai missionari in miserevoli condizioni.

Luca era contento. Io avevo pensato a una creatura più piccola.

A due anni puoi già avere avuto degli input ambientali negativi. Mi ero fatta una cultura a proposito di prima infanzia e sviluppo psicologico del bambino.

Purtroppo con le adozioni è così; o prendere o lasciare.

L’unico dato positivo era che non c’erano fratelli o sorelle che qualcuno potesse cercare di affidarci.

La procedura  prevede che tu faccia la conoscenza dell’adottando in loco, con un soggiorno nel paese d’origine.

Dovetti, in fretta e furia, pensare all’organizzazione, al viaggio, ai fogli, ai certificati.

Viaggiare non mi spaventava. Come ho detto, con Luca, avevamo girato il mondo. Conoscevo l’Africa. Feci una valigia razionale, piena di pantaloni color kaki e camicette bianche. Avevo deciso che il look coloniale era adatto all’occasione.  Non dovevo dimenticare occhiali da sole, farmaci contro la diarrea, un repellente per le zanzare e gli altri fastidiosi insetti che abbondano da quelle parti. Aggiunsi anche una boccetta piccola – per passare i controlli aerei – di un profumo fresco “Viola di Parma” . In certi posti, mi metto sempre due gocce di profumo o di acqua di colonia sotto il naso, per non sentirne i puzzi caratteristici. In Africa anche le capitali più occidentalizzate sono delle latrine a cielo aperto.

Mentre facevo il mio bagaglio e quello di Luca mi resi conto che dovevo organizzare qualcosa anche per la bambina.

Intanto dovevo portare qualche vestito perché, come minimo, l’avrei trovata vestita di stracci e speravo, con tutto il cuore, che non avesse pidocchi, o altre malattie dermatologiche, croste, crosticine, bolle, punture d’insetti.

Mi lanciai in uno shopping frenetico.

Era da tempo che con Luca pensavamo all’adozione e quindi in casa avevamo già individuato uno spazio per la cameretta del bambino o bambina. Si trattava di una stanza in più che, negli anni, era diventata una specie di ripostiglio dove tenevo gli armadi per il cambio di stagione. Potevo rinunciarci facilmente, distribuendo le cose in altro modo. La stanza era stata, a suo tempo, vuotata, ma era rimasta senz’arredi.

La feci imbiancare a tempo di record.

Pensai a un colore tenue, pastello, un rosa che mi sembrava adatto, con dello stencil tipo “primavera”, a mezza altezza.

Per i mobili saltai la fase box, culla e simili perché la bambina, a due anni, non ne aveva più bisogno. Tutti soldi risparmiati.

Comprai un lettino rosa e bianco con la spalliera ondulata a fiocco, coordinato con un mobile a due ante e un comodino che avevano le maniglie delle ante e dei cassetti a forma di nuvola bianca, carinissimo. Ci misi varie ceste per i giochi, e una piccola scaffalatura, in tinta, che riempii di peluche. Alle pareti appesi poster di castelli incantati e fatine. Una meraviglia!

Poi passai ai vestiti e, confesso, mi divertii molto. Nei negozi d’abbigliamento per bambini, i manichini sembrano tutti piccoli principi e principesse.

Mi ricordo un vestitino bianco di cotone ricamato e traforato, delle mini gonne da portare con collant in microfibra, delle scarpette rosa con degli strass da Cenerentola al ballo.

Spesi un capitale, sperando di azzeccare le misure. E’ difficile sapere quanto è grande un bambino se non lo hai sotto gli occhi . Comprai anche dei giochi, costruzioni, bambole con il loro corredo. Mi ricordavo che a me piaceva giocare con le bambole. La bambina forse era piccola per giocarci. Non riuscivo a ricordarmi a che età avevo cominciato io  ma avrebbe imparato.

Luca tornò a casa con due pacchi di libri di storie, di quelli tutti colorati o da colorare, con le immagini grandi e ben riconoscibili.

Alcuni erano fatti in modo che, voltando le pagine, le figure uscivano in rilievo; altri, pigiando suonavano o riproducevano i versi di animali . Ero estasiata. Quando ero piccola i libri di favole si riducevano a quelle classiche dei fratelli Grimm, con poche illustrazioni per lo più terrificanti, tipo il cacciatore che apre la pancia del lupo. Li avevo letti da sola  quando ero già alle scuole elementari.  Forse qualcuno leggeva i libri ai bambini anche a quei tempi, ma, a casa mia, quest’usanza non c’era. Figuriamoci se mia madre mi leggeva le favole della buonanotte. Come a vederla! Mi metteva a letto, spengeva la luce e usciva, con passo marziale e veloce; come massima concessione lasciava la porta socchiusa, in modo che, dall’ingresso, filtrasse un po’ di luce. Io comunque non ho mai avuto paura del buio.

Alla fine partimmo e, dopo un viaggio abbastanza faticoso, arrivammo alla missione, distante un centinaio di chilometri dalla capitale.

La chiesa spiccava nel suo candore di calce bianca; intorno c’erano diversi edifici che scoprì essere la scuola, l’orfanotrofio, il convento e l’astanteria per gli ospiti. Intorno il nulla.

Ci venne incontro una suora magra, sui sessant’anni, con spessi occhiali da miope.  Si chiamava Suor Matilde e parlava con voce bassa e gentile un italiano con forte accento veneto.

Veniva, come ci raccontò in quei giorni, da una numerosa famiglia cattolica di contadini. La sua scelta di farsi suora non era stata osteggiata, anzi, per la famiglia era un vanto e, presumo, una bocca in meno da sfamare. Lasciò al paese un moroso deluso e partì in giro per il mondo.

Mi chiedevo chi glielo avesse fatto fare. Non sarei mai riuscita a capire perché una donna giovane dovesse lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli agi dell’occidente, la prospettiva di un matrimonio e di una vita regolare . Mi ricordava la Gina, la tata della mia infanzia, anche lei veniva da una famiglia di contadini e poi la sua vita aveva preso un’altra piega.

Dopo un po’ di convenevoli, Suor Matilde ci portò direttamente nell’orfanotrofio. In una grande stanza disadorna stavano parcheggiati una ventina di bambini fra i due e i cinque anni.

Un gruppetto era seduto per terra intorno ad una suora: a turno si buttavano l’uno con l’altro, fra le gambe, un mucchio di stracci legati con uno spago che faceva da  palla.

Altri due o tre bambini erano in piedi, davanti alla finestra, e guardavano fuori; del resto non c’era molto altro da fare.

Mi girai verso  Luca per vedere se anche lui era turbato da quello squallore spartano. Per una volta tanto eravamo d’accordo.

“Mamma mia” esclamai

“Eh, già” convenne lui  e mi mise un braccio sulla spalla.

Suor Matilde si avvicinò al cerchio di bambini, batté sulle spalle a una piccola, l’aiutò ad alzarsi, la prese per mano e la condusse verso di noi.

“Questa è Anna” ci disse, spingendo in avanti una bimba di due anni circa, magra, con una testa irsuta su cui spuntavano due fiocchetti che dovevano essere stati rossi, un vestito a quadri che le andava corto e da cui sbucavano due gambette magre come stuzzicadenti. Era scalza come tutti gli altri lì dentro.

Come due cretini io e Luca ci presentammo, con i nostri nomi, l’uso della parola mamma e papà suonava fuori luogo.

“ Ciao, io sono Luca”

“Ciao, io sono Donata”.

Solo più tardi riflettei sulla stupidità di parlare in italiano, in una lingua che sicuramente le era sconosciuta. Di fronte  a due estranei lei si ritrasse e si nascose dietro Suor Matilde, sporgendosi appena per controllarci di tanto in tanto.

Estrassi dalla borsa una bambola che mi ero portata e gliela porsi ma il dono non ebbe nessun effetto. Probabilmente per lei era un oggetto sconosciuto e inquietante, Tirai fuori una palla di tutti colori. Questa le piacque. Accettò di venirla a prendere.

Devo dire che mi fece pena. Non sono mica un mostro: era chiaramente una povera creatura sola, curata dalle buone suore che, in quel contesto difficile, riuscivano a garantire a quella masnada di bambini cenciosi la sopravvivenza materiale, cibo, cure mediche, un alloggio.

“ Basta questo a un bambino? Bastano le cure materiali o ci vuole anche l’affetto di una madre?”

Me lo chiedevo per la prima volta in vita mia. Mi era stato sufficiente quello che avevo avuto nel ricco occidente, la casa, le bambole, perfino la televisione? Per un attimo le mie certezze andarono in crisi. Ebbi un attimo di commozione e gli occhi mi s’inumidirono. Luca se ne accorse e aumentò leggermente la pressione del braccio sulla mia spalla, stringendomi a sé.  Naturalmente non avevo capito che piangevo per me, non per quei bambini.

Da quell’attimo di smarrimento, che fortunatamente non mi è più tornato, per darmi un contegno, chiesi alla suora:

“ Come mai l’avete chiamata Anna”

“Era la Santa del giorno in cui l’abbiamo trovata abbandonata davanti alla Chiesa. Avrà avuto cinque o sei mesi, non si può dire, perché era malnutrita”

“Malnutrita?”

“Sì, sottopeso, ma ora sta bene”

In effetti, anche se magra e scorbutica, la bambina stava apparentemente bene, come mi ero affrettata ad accertare alla prima occhiata. Non aveva malformazioni evidenti o piaghe e cicatrici.

“Per la cartella clinica potete parlare con il nostro dottore, più tardi, ma non ci sono problemi ” si affrettò a precisare la suora.

Anna, in effetti, è sempre stata sana: peccato che la sfacciataggine e la volgarità che poi avrebbe tirato fuori non si rilevano con le analisi del sangue.

Il nostro soggiorno proseguì nei colloqui con il dottore, con il prete e le altre suore.

Siamo stati alla missione quasi un mese, durante il quale la incontrammo  varie volte.

I bambini dell’orfanotrofio erano in tutto ottanta circa. I piccolissimi stavano in una nursery, una ventina erano quelli dell’età di Anna, gli altri, il gruppo più numeroso, andavano a scuola.

La Comunità, ben finanziata dalla Chiesa, dalle adozioni a distanza e da benefattori occidentali era, per gli standard africani, abbastanza ricca. Dovevi abituarti al caldo, alle mosche, stare attenta a non sporcarti, bere acqua solo dalle bottiglie, sorridere cordialmente a Suor Matilde e alle altre suore, alcune giovanissime e di colore, socializzare con il prete e con il dottore ma alla fine tutto andò bene. Sbrigate le faccende burocratiche, potemmo ripartire per la capitale e da lì riprendere l’aereo per l’Italia. Suor Matilde si offrì di accompagnarci. Mi sentii sollevata. Non me la sentivo di prendermi cura della bambina, in prima battuta, da sola, e poi avevo visto che, nonostante i vari incontri, lei non si fidava di noi. Durante il viaggio in jeep restò in braccio alla suora piagnucolando tutto il tempo. Prima di imbarcarci sull’aereo le detti un calmante che avevo chiesto al dottore. Lui, dopo qualche perplessità, mi aveva dato delle pillole. Così Anna dormì tutto il viaggio, immagina che imbarazzo se mi fossi ritrovata sull’aereo con una bambina di due anni piangente e strillante.

Arrivammo senza intoppi a Roma e poi a casa, con lei sempre intontita.

Iniziò un periodo che ricordo ancora con piacere.

Nonostante varie difficoltà, ce la feci a farla ambientare. Non conosceva gli spazi a dimensione di una casa, ma solo gli stanzoni e le camerate dell’orfanotrofio. Semplici rumori domestici, come quello della lavatrice, della radio o della televisione, la spaventavano. Grazie al cibo che le elargivo a profusione, me la feci amica. Prese a seguirmi per tutta la casa,  non le piaceva stare da sola in una stanza. Io ero in congedo dal lavoro e avevo assunto una tata, per avere qualche ora di cambio, durante il giorno.  Ne approfittavo  per andare in palestra o dal parrucchiere o a fare shopping. Non volevo diventare sciatta o disordinata.

Nel giro di pochi mesi, rassicurata e nutrita, Anna  si fece via via più audace nell’esplorare gli spazi e nell’usare i suoi giochi. Cominciò anche a dire qualche parola in italiano, al posto dei suoni gutturali del suo dialetto d’origine. Presto riuscì a fare tutte le cose che ci si aspetta da una bambina italiana di due anni.

I miei genitori e quelli di Luca erano subito venuti a trovarci, appena eravamo rientrati.

Mia suocera arrivò con il marito quasi subito.
Entrò tutta felice e, scostandomi di lato, per rendere il suo ingresso più plateale, esclamò

“ Dov’è?”

Si slanciò verso Anna che era in braccio a Luca e si esibì in una serie di gorgheggi, tipici degli adulti scemi quando hanno a che fare con bambini piccoli “ ma che bella bambina, che begli occhietti, che bei riccioli scuri”  e via rincretinendo.

Aveva anche portato una bambola di colore, molto politicamente corretta. Io non ci avevo proprio pensato. Le bambole che avevo comprato io erano bianche come quelle che avevo da piccola.

La porse alla bambina che la prese in mano. Si girò verso di me trionfante “Hai visto, le piace!”

“Già” commentai e poi, rivolta a Luca, che la teneva ostinatamente in collo, “ Mettila giù, può anche stare sulle sue gambe da sola, no?”

Più tardi arrivò anche mia madre, trascinandosi dietro mio padre.

Come al solito era vestita male: aveva addosso un abito di marca, da signora, ma aveva messo una giacca di lino grezzo che non ci si adattava, come tessuto e come taglio, e aveva ingaglioffito il tutto con scarpe basse un po’ vecchiotte (come notai subito) ma, tant’è, sarebbe andata così anche a un udienza papale.

Anna giocava sul tappeto in salotto con la sua nuova bambola negra. Luca era andato a fare il caffè per tutti, mia madre si era seduta su una sedia del tavolo da pranzo, un po’ in punta, senza poggiarsi allo schienale e senza togliersi la giacca. Mio padre era sprofondato in una poltrona.

Mia madre si esibì in alcuni commenti di circostanza “carina” a cui mia suocera rispondeva entusiasta.

Quando riuscì a rimanere sola con me, mi apostrofò con tono deciso

” Sei sicura di quello che hai fatto?”

“In che senso?”

“ A me sembra un azzardo, te lo avevo detto. Chissà di chi è figlia”

Non replicai, era quello che preoccupava anche me.

“ E poi, se lo vuoi sapere, sembra una scimmia, ecco”

“Una scimmia! Ma non dire stronzate e non farti sentire, per Dio”

“Se vuoi dico che è carina, ma sono tua madre e devo dirti la verità. Sembra un animaletto peloso. Quei capelli crespi, poi, sono un orrore.”

“Pensa quello che ti pare ma tienitelo per te” e bruscamente abbandonai la stanza, lasciandola da sola a ruminare la sua malevolenza.

Sapevo che non l’avrebbe mai accettata . Anche il silenzio di mio padre era significativo. La discendenza di sangue era importante per lui. Già aveva avuto la delusione di non avere un erede maschio, ci mancava una bambina di colore.

Sono sicura, anche se non l’ha mai detto, che l’arrivo di Anna era per lui un fatto insignificante, poco più che l’acquisto di un cane o di un gatto, la soddisfazione di un capriccio femminile

“Si sa come sono le donne”, avrà pensato.

Per me come ho già detto, cominciò comunque un periodo felice.

Seguivo con soddisfazione i suoi progressi ed era divertente vederla giocare. Se non combinava guai, tipo rompere qualcosa, o mettersi stupidamente in pericolo tentando , che ne so, di arrampicarsi su un armadio come se fosse un albero, era carina. Ho sempre ammirato l’inesauribile capacità dei bambini di riprodurre un gioco all’infinito. Anna costruiva una torre con i dadi, la buttava giù, rideva felice, e poi la ricostruiva e la distruggeva di nuovo.

Mangiava e dormiva tranquillamente. Se aveva incubi a causa dalla sua vita precedente, né io né Luca, che la sorvegliava attentamente con la costanza di un cane pastore con il gregge di pecore, non ce ne siamo mai accorti.

L’igiene personale è una cosa che curai accuratamente. Le insegnai subito a essere autonoma nell’uso del bagno e fui inflessibile nel farle imparare a lavarsi le mani e i denti, a pettinarsi la mattina. Non volevo che puzzasse. I suoi capelli ispidi mi davano qualche preoccupazione, erano un formidabile nido per pidocchi. Visto l’insuccesso con balsami e sciampo, comprai una piastra per i capelli e glieli lisciavo. Così era molto più in ordine.

Luca si dava da fare per aiutarmi. Dopocena, era lui che, di solito,  la metteva a letto, leggendole una storia e spiandola fino a che non si addormentava.

Quando era libero, la portava volentieri al parco, spingendola pazientemente sull’altalena o facendo girare all’infinito i seggiolini della giostra.

Ero contenta delle nostre uscite pubbliche. Quando la portavamo fuori insieme, ricevevo complimenti che m’inorgoglivano.

“Che bella bambina “ dicevano tutti, negozianti, altri genitori al parco, semplici passanti.

Suppongo che il fatto che fosse di colore, quindi palesemente adottata, spingesse la gente a un surplus di gentilezza ” poverina! Un’orfanella! Che bravi questi signori che l’hanno presa chissà dove”
I loro pensieri non detti rimbombavano nel mio cervello, mentre rispondevo a domande di circostanza.

“ Si chiama Anna”

“ Ha due, tre, quattro anni” “

“Di al signore come ti chiami”

“ Fai vedere con la manina quanti anni hai” (questo era un gioco che le avevo insegnato subito, perché quella sull’età è la domanda più prevedibile).

Ero orgogliosa come quando, da giovane, i maschi mi fischiavano dietro per strada.

Quelle attenzioni mi facevano stare bene.

Ero felicemente calata nella parte della brava e compassionevole signora che adotta un bambino, spinta da carità cristiana. Una vera soddisfazione.

Lo stesso succedeva quando ricominciammo ad avere un po’ di vita sociale e la portavamo a casa di amici o invitavamo gente a casa.

Era tutta una lode.

Ero attentissima a sollecitare e ricevere pubblici riconoscimenti della mia bravura.

Dio solo sa quanto ho speso in vestiti, scarpine, sciarpe, fiocchetti.

La sua pelle scura reggeva bene qualunque colore. Il rosa, che sarebbe morto su una bambina pallida e bionda, su di lei scintillava impreziosito. Il rosso la esaltava, il bianco creava un bel contrasto con il suo colorito scuro. Qualunque cosa le stava bene.

L’avevo educata accuratamente perché evitasse in pubblico i capricci mostruosi che spesso si vedono spesso  fare ai bambini.

Fin da subito avevo usato la tecnica del bastone e della carota. Non fraintendete, però, la parola bastone. Ovviamente non la picchiavo, ci mancherebbe, non sono mica un mostro. Mi limitavo a qualche strattone per farle capire che quello che stava facendo non andava, a qualche pizzicotto e sì, lo confesso, se non c’era nessuno in vista, qualche sculaccione, ma solo sul sedere. In compenso se faceva qualcosa bene, la ricompensavo , dandole un dolcetto o una caramella di cui era golosissima.

Insomma penso di essermela cavata bene nel tirarla su.

Luca era più morbido di me. Davanti ai suoi capricci cedeva subito, correva a prenderla in braccio e a coccolarla, dandogliene tutte vinte. Era una chioccia, non un padre.

Anche la scuola è stata un buon periodo.

Mi preoccupavo che fosse sempre in ordine: aveva gli zaini, i quaderni e gli astucci che andavano di moda e tutto l’occorrente per non sfigurare.

Le preparavo merende sane (niente merendine industriali), tipo frutta e yoghurt anche se lei protestava perché voleva altre schifezze da mangiare come snack e patatine .

Andavo a tutte le riunioni scolastiche, ai colloqui con le maestre, sono stata anche eletta rappresentante di classe.

La mia concorrente all’elezioni era stata una certa Ombretta. Portava i capelli lunghi come se fosse una ventenne ma andava verso la quarantina ed era  capace solo di parlare di educazione alla pace e alimentazione vegana, una spostata a cui erano andati pochissimi voti.

Anna era intelligente e riusciva a fare i compiti senza problemi. Imparò a leggere e a scrivere come tutti gli altri bambini, nei tempi previsti .

Mi assicuravo sempre che facesse i suoi compiti a casa e non le permettevo di giocare fino a quando non aveva finito.

Le maestre erano contente .

“ Una bambina intelligente” mi dicevano ai colloqui “Socievole, ben educata”.

Tutti complimenti: anche in questo caso potevo immaginare i loro pensieri, quello che non dicevano ma che restava implicito “ intelligente per essere una della sua razza, adottata”, ma, nei loro comportamenti e nelle parole veramente dette, per essere sincera, non ci fu mai un’ombra di razzismo.

Anzi, secondo me, erano anche più indulgenti con lei che con gli altri bambini, proprio per fugare qualsiasi dubbio di discriminazione.

Una delle prime maestre con cui ho parlato, durante un incontro, aveva morbosamente tentato di indagare sulla vita in Africa di Anna.

Non avevo potuto darle soddisfazione. Anch’io non ne sapevo nulla, ignoravo perché fosse stata abbandonata, a pochi mesi, sul sagrato della chiesa e da dove venisse. Non avevo notizie di stupri, guerre o altri orrori su cui speculare, con spirito da voyeur, come voleva fare, ne sono sicura, quell’insegnante.

L’argomento adozione fu abbandonato presto e da lì in poi furono solo lodi per i suoi progressi, per il felice inserimento, ecc,ecc.

Ricordo con soddisfazione la prima letterina di Natale.

“Cari papà e mamma, vi auguro un felice Natale. La vostra Anna”

Il biglietto, frutto, secondo me, del lavoro delle maestre più che di quello dei bambini, era stato fatto su cartoncino bristol. Sul davanti c’era appiccicata una polverina d’argento che componeva alcune stelline e varie ghirlande. Carino.

Ora che mi ricordo quello dell’educazione religiosa fu fonte di discussioni fra me e Luca.

Lui non era molto religioso, come aveva dimostrato anche per la faccenda del  matrimonio in chiesa, e si era messo in testa che non dovevamo forzare la bambina a una cultura religiosa che non le apparteneva. Avrebbe scelto da grande.

“Prima di tutto è stata cresciuta da delle suore cattoliche, non ti ricordi?” avevo obbiettato.

“ Sì, ma il cattolicesimo è stato imposto, dai colonizzatori  alle popolazioni indigene”.

Mi faceva impazzire quando si buttava sull’antropologico.

“E allora? pensavo “ Che cosa dobbiamo insegnarle, qualche rito voodoo o a pregare un qualche  Dio Scimmia?”

Questo non lo dissi, ovviamente, ma ero sinceramente convinta che le missioni cattoliche avessero portato un barlume di civiltà a quei selvaggi e che sarebbe stato utile educare Anna alla religione cattolica, per contrastare sue eventuali tendenze primitive.

Dio sa quanto avevo ragione , sulle tendenze primitive, intendo.

Sull’argomento “religione” furono fatti vari consulti familiari, fu anche interpellato il pediatra e, alla fine, prevalse la tesi che fosse meglio integrarla, facendole fare l’ora di religione, la comunione, la cresima e tutto quello che facevano gli altri.

“Per non creare un gap esistenziale alla bambina” come disse mia suocera. “ Ecco!” dissi io.

Forte di questo avvallo, Anna ricevette una normale educazione cattolica come tutti gli altri bambini italiani.

Quando arrivò il tempo della comunione, organizzai una bella cerimonia, non dico come il mio matrimonio, ma quasi.

Anna, nella sua tunichetta bianca, faceva un’ottima figura. Per il suo colore nero spiccava in mezzo alle altre e, come ho già detto, il bianco, le donava.

Dopo ci fu, in un ristorante di moda, il rinfresco, che avevo minuziosamente pianificato, con pizzette, sandwich e una torta a tre strati, con la glassa bianca, decorata a fiorellini e con la scritta auguri. Avevo assunto uno dei migliori animatori della città per tenere buoni i bambini. Tutto andò benissimo, anche se, a un certo punto della festa, vidi Anna, in un angolo, che cercava di togliersi una macchia di aranciata dal vestito, strofinandola rabbiosamente.

“Ferma! Cosa hai fatto?”

“Non sono stata io, è stata Corinna a macchiarmi. Mi ha chiamato negra e mi ha rovesciato l’aranciata addosso”

“ Va bene, vai da quella cameriera, quella laggiù, vedi? E fatti portare nei bagni. Lei ti aiuterà a pulire la macchia con il sapone, magari hanno uno smacchiatore. Quando torni fuori non dare soddisfazione a nessuno, fai finta di nulla e sorridi, mi raccomando. Io torno fra le altre mamme e parlerò con la madre di Corinna per farle sapere come ha educato male sua figlia, a rovesciare aranciata addosso agli altri”.

Non mi preoccupai eccessivamente, gli episodi in cui i bambini l’avevano discriminata erano stati veramente pochi – dubito che i bambini siano razzisti – e alla madre di quella maleducata preferii non dire nulla, per non sciupare la festa.

I problemi più grossi cominciarono però alle medie e con la comparsa delle mestruazioni.

Il ciclo le venne  la prima volta che non aveva ancora compiuto undici anni.

Lei corse da me, come avevo fatto io con la Gina, spaventata da quel sangue strano nelle mutandine. Restai sconcertata, non le avevo detto nulla di sviluppo o cose simili, non me ne  aspettavo una comparsa così precoce, anche se avevo visto qualche cambiamento nel suo corpo, come un accenno di seno e qualche peluria.

Imbastii in fretta un discorso sulla normalità della faccenda e le consegnai degli assorbenti spiegandole cosa fare.  Per fortuna non c’erano più i pannolini di cotone come quando era successo a me!

Telefonai al pediatra che mi rassicurò, con un discorso sui tempi, ogni persona ha i suoi, insomma era tutto normale.

A me restò l’idea che la precocità dell’evento fosse dovuta alla razza, anche se il dottore non aveva detto nulla a riguardo. E’ risaputo che le negre sviluppano prima delle donne occidentali.

Quando arrivò Luca, lo informai dell’accaduto. Dovevamo dirle qualcosa sul sesso, ora che era potenzialmente feconda. Non sapevo da che parte cominciare. Viste le mie difficoltà, Luca si offri di parlarle ed io ne fui sollevata. Non capì subito che i discorsi sul sesso, fatti da lui invece che da me, avrebbero gettato, fra loro due, il seme di una complicità che avrebbe dato, in seguito, cattivi frutti.

Non avevo mai pensato ad Anna cresciuta. Il suo sviluppo infrangeva l’immagine di lei bambina, simpatica e civettuola, da portare in giro ben vestita e infiocchettata.

Non avevo immaginato il suo futuro, prima di adolescente e poi di donna, sposata (e chi se la prendeva?) e magari madre a sua  volta con dei figli che sarebbero stati mulatti, al meno che non trovasse un marito negro, cosa che mi sembrava difficile in Italia.

L’idea di diventar nonna di nipoti di colore mi dava veramente fastidio.

La mia vecchiaia, all’improvviso, mi parve pericolosamente vicina. Avevo pensato che, al momento giusto, avrei messo i miei in una Casa di Riposo. Già sentivo gli strilli di mia sorella, ma pazienza. Avevo previsto il loro declino, non il mio.

Luca, quella sera, si chiuse in camera con Anna. Ormai non le leggeva più i libri di fiabe, ma aveva conservato l’abitudine di passare un po’ di tempo con lei la sera, dopocena. Li sentivo sempre ridere e scherzare.

Aspettai ansiosa che lui mi dicesse come se l’era cavata .

“Come me la sono cavata? Bene, il sesso è una cosa naturale. Le ho spiegato come nascono i bambini, a grandi linee, naturalmente. Lei sapeva già la differenza fra un uomo e una donna e ha capito”

“ Come faceva a sapere la differenza?”

“ Quanto sei scema.  Mi ha visto nudo, qualche volta, e i bambini di oggi non sono mica ignoranti com’eravamo noi ai nostri tempi, sanno più di quanto non t’immagini”

“ Le hai detto di tenersi alla larga dagli  uomini, per non restare incinta?”

“ Le ho parlato di amore e di affetto, di rispetto reciproco fra uomo e donna, non potevo farle discorsi intimidatori.”

“ Ma quale intimidatori. E’ per metterla in guardia o vuoi che ci resti incinta a undici anni?”

“ Senti, io ho fatto del mio meglio. Se non ti sembra abbastanza, potevi parlarci te: in fondo è un discorso da madre a figlia, non ti pare?  ma si sa come sei tu, non vuoi problemi ma solo cose perfette”.

Non replicai per non litigare e forse, tutto sommato, sui discorsi da donne aveva ragione lui, ma mi guardai bene dal dargli questa soddisfazione.

Nei giorni seguenti mi affrettai a integrare il discorso di Luca, con un po’ di sano terrorismo e parlai ad Anna dei rischi di restare incinta, della vergogna di avere figli fuori del matrimonio e dei problemi che questo avrebbe creato a una giovane come lei.

Anna sbocciò rapidamente. I seni, che erano appena accennati , s’ingrossarono tanto che mi toccò comprarle dei reggipetti, a pois, a righe, di prima misura, ma sempre reggipetti.

Il suo modo di muoversi cambiò: non camminava, ancheggiava, si muoveva sulle sue gambe slanciate come se avesse sempre i tacchi, anche se era a piedi nudi. Passava ore allo specchio, non le andava bene quello che le proponevo di mettersi. Voleva magliette strette e corte che lasciassero scoperta la pancia,  gonne raso passera, pantaloncini corti che sembravano culotte.

La mattina erano discussioni estenuanti. Qualche volta cedevo per sfinimento “Va bene, vai in giro come una puttana, allora”

A scuola avevo avvertito le insegnanti della comparsa delle mestruazioni.

Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare. Era la prima volta che mi capitava una convocazione così e non mi aspettavo nulla di buono.

Fui ricevuta dalla professoressa di lettere, una bella signora di cui avevo sempre ammirato l’eleganza, con un caschetto di capelli con delle mèches e un trucco leggero, perfetto anche dopo ore di scuola.

“Signora, il rendimento di Anna sta calando. La bambina è sempre inquieta, c’è qualcosa che non va. Saremo costretti a metterle varie insufficienze”.

Anch’io l’avevo vista distratta e svagata. Invece di studiare, ascoltava in continuazione la sua musica favorita con le cuffie in testa. Sembrava che, per lei, non ci fosse nulla di più importante che ballare frenetica, in camera sua.

Con la professoressa tentai una difesa d’ufficio. Le ricordai il recente sviluppo di Anna, di cui le avevo avvisate, invocai la comprensione per la povera orfana adottata che sempre aveva accompagnato il suo percorso scolastico.

“ C’è anche dell’altro.”

“Cos’altro può esserci? “ mi chiesi, sulle difensive.

“Le pare appropriato che una ragazza di quest’età si trucchi?”

Restai sdegnata dall’insinuazione che era implicita nell’osservazione, come se io lo sapessi.

“ Certo che non è appropriato” protestai con veemenza “ Io non la mando certo fuori di casa truccata.”

“Signora, qui Anna arriva a scuola impiastricciata, con rossetto e ombretto”

Troncai il discorso, protestando la mia ignoranza e la mia innocenza, assicurandola che avrei cercato di capire. Ma avevo capito bene cosa era successo. Era evidente che la ladra aveva rovistato fra i miei trucchi e sottratto cose che poi si metteva quando usciva.

Tenevo ombretto, rossetto, creme in delle piccole ceste in bagno, un po’ alla rinfusa, e facilmente poteva essermi sfuggita la sparizione di qualcosa.

Mi aveva messo in mezzo.

Inorridita, esposi la situazione a Luca. Lui tentò di difenderla, sorridendo come se fosse compiaciuto “ Non è più una bambina, è una piccola donna e sta facendo le sue prove di femminilità .” Poi mi rivolse la solita sfilza di “ Stai calma, non ti agitare, non fare tragedie” ma alla fine dovette ammettere che il furto, fare le cose di nascosto e il calo di rendimento scolastico non andavano bene. Concordammo una punizione: niente paghetta e niente visite da amiche per un mese.

Luca si offrì di andarle a parlare, comunicandole quello che avevamo deciso, ma posso immaginare che l’avrà detto in tono dispiaciuto, quasi scusandosi.  Non era in grado di fare il padre autoritario e severo come ci sarebbe voluto.

Trovai due ragazze universitarie che venivano a darle ripetizioni di matematica e d’inglese; all’italiano avrei provveduto io. Ero più che in grado, anche se Luca aveva avanzato dei dubbi, sostenendo che io mi spazientivo quando l’aiutavo a fare i compiti e che pretendevo troppo dalla poverina, senza riuscire a farle apprezzare lo studio, anzi facendoglielo odiare. Insomma era colpa mia se lei non studiava volentieri.

Le insufficienze scolastiche furono recuperate ma non era che l’inizio, la scuola era solo la punta di un iceberg.

Ancora oggi, a distanza di tempo, non riesco a pensare a quello che stava succedendo sotto il mio naso senza sentirmi disgustata, presa in giro e arrabbiata.

La puttana aveva gli ormoni in circolo. Era evidente: il trucco, gli ancheggiamenti erano tutti segnali che lei cercava maschi. In particolare i suoi richiami erano lanciati all’uomo che più aveva a portata di mano, il più vicino, il più stupidamente vulnerabile per l’affetto che provava da sempre per lei, cioè, ça va sans dire, Luca, suo padre, anche se padre è una parola grossa. Chissà da che negro era stata sputata fuori quella lì.

Una volta l’ho sorpresa che gli si buttava addosso. Luca era seduto sul divano, in salotto. Lei gli si è messa a cavalcioni, con le ginocchia sul divano e il culo sulle sue gambe e gli saltellava in grembo.

“ Papà, ho fatto pace con Sonia” cinguettava. Sonia era la sua amica del cuore, con cui litigava, per delle cavolate, un giorno sì e uno no.

Per esprimere la sua felicità si agitava tutta; di fatto si stava esibendo in un su e giù da amplesso.

Luca era fermo, immobile, con le braccia lungo i fianchi, il ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte senza che lui facesse un gesto per spostarlo, sulla faccia aveva stampato un sorriso ebete.

I nostri sguardi si sono incrociati, allora si è come scosso, l’ha sollevata e messa di lato sul divano e si è alzato “ Sono contento per te, tesoro. Ora fammi alzare, che così mi stronchi” e se n’era andato nel suo studio, dove di solito né io né lei entravamo.

La sera ho provato a parlargli dell’episodio.

Eravamo a letto, finalmente in pace, da soli. Lui stava leggendo. Io, con la mia elegante camicia di raso azzurro, a cui avevo negligentemente lasciato due bottoni slacciati davanti, gli ho fatto notare quanto fosse stato sconveniente il comportamento della zoccola.

“ Che dici? Cosa c’è di male! Era contenta per la sua amica, come sempre vedi il male dappertutto e non hai capito nulla”

“ Perché, secondo te, è normale salterellare su e giù su  un uomo come se fosse un amplesso?”

Nella foga dell’arrabbiatura. avevo smarrito il mio linguaggio di solito forbito, ma era quello che pensavo e la parola cazzo mi era uscita di bocca di getto, come uno spruzzo di vomito.

“ Ora basta, non farmi incazzare. Sei morbosa. Era solo contenta, ti ho detto, e lo manifestava in modo infantile,  che diamine!”

“Fai finta di non capire? Ti ho visto, sai, eri imbarazzato anche te, non puoi negarlo”

“Ora basta!” Chiuse il libro, prese il guanciale e se ne andò sul divano. Era evidente che il senso di colpa per l’eccitazione che sicuramente aveva provato – non poteva negarla – lo rendeva incapace di ragionare.

Un’altra volta l’ho trovato fermo in corridoio, con una mano sulla maniglia della cameretta di lei. La porta era solo accostata.

Dalla stanza usciva, altissimo, il suono di una di quei pezzi di rock duro,  ritmato, che le piacevano tanto.

Dalla porta si poteva vederla di spalle, assorta nella danza, che si agitava come una tarantata, incurante di essere in reggipetto e mutandine, che dico mutandine, in tanga con un nastrino minuscolo di stoffa che le spariva fra le chiappe.

Ormai metteva solo roba così perché non voleva che sotto i pantaloni, attilatissimi, si vedesse il segno . Avevo acconsentito, perché, in effetti, trovo volgare che si intravedano le mutande, sotto gli abiti, ma, santo cielo, non avevo pensato che potesse mettersi a ballare con solo un tanga e un reggipetto addosso.

Era uno spettacolo ipnotico: sembrava che la musica la traversasse dalla testa ai piedi, alzava e abbassava prima una spalla e poi l’altra, roteava la testa. A tutti gli effetti era una danza tribale.

Il suo sangue nero stava prendendo il sopravvento sull’educazione che le avevo dato. Quando si accorse di avermi alle spalle nel corridoio, Luca si girò verso di me “ Chiudo, perché la musica è troppo alta”

“ Un corno chiudo”, pensai, ” non stavi chiudendo la porta, eri lì imbambolato a goderti lo spettacolo” “Chiudi, sarà meglio” mi limitai a dire. Lui non fece cenno di avere colto il rimprovero implicito nelle mie parole.

Si allontanò in fretta e non mi diede il tempo di aggiungere altro. Lei non stava facendo un innocente balletto, ma si era esibita in uno spettacolo di spudorata primitiva sensualità e lui aveva gli occhi come me, aveva visto anche lui quello che avevo visto io.

I miei tentativi di fare notare a Luca il pericolo e di non farlo cadere nella trappola della sgualdrina cadevano nel vuoto.

“Uomo avvisato, mezzo salvato”, come diceva sempre mia madre.

Ma non ci fu modo: lui continuava a negare l’evidenza, era già irretito e sedotto, credeva di essere libero ed era come una mosca nella tela del ragno.

“Che dici! Cosa vai a immaginare? Datti una calmata. Non è vero nulla, smettila, mi fai incazzare” erano le frasi tipiche che mi rovesciava addosso, in cambio dei miei sforzi di allertarlo.

Pensai di affrontare lei, visto che con lui non arrivava a nulla.

“ Non fare la puttana, vestiti, non girare in casa mezza nuda, non sta bene, non dimenarti, stai composta, non sederti a gambe larghe, ti si vedono le mutande, specie con codesta gonna corta “ ma era come cercare di arginare un fiume che tracima. Lei scrollava le spalle, ridacchiava e continuava a fare come le pareva e io collezionavo una serie di “ non mi rompere, non è vero. Uffa, che palle”.

Non volli approfondire oltre e non volevo darle la soddisfazione  di dirle che sapevo quale era il suo obiettivo reale.

Ho masticato impotente odio e disgusto. Avevo la certezza che, approfittando di qualche mia assenza, i due l’avessero già fatto. Ne ero sicura, era così, stavano scopando nella mia casa, magari nel mio letto, nelle mie lenzuola, forse usano gli asciugamani per pulire ripulirsi di liquidi e umori, perché non trovavo tracce di sperma o altro.

Avevo visto le lenzuola del letto di lei macchiate di sangue, ma non potevo sostenere che fosse sangue di una deflorazione e non flusso mestruale. Non avevo prove, ma molte certezze.

Non mi ricordavo di quanto sangue avessi perso io la prima volta perché con Luca eravamo in un prato e non mi ero dovuta preoccupare che si fosse macchiato qualcosa.

Tutto poteva essere. Mi stavano cornificando.

L’intimità fra loro cresceva , c’era una complicità affettuosa fra i due, qualcosa di allegro e sorridente che li legava.

Bacini, risatine, paroline.

Una sera lui si era infilato in camera sua per la buonanotte . “Sì la buonanotte , lo so io di che buonanotte parla quella lì”, come faceva fin da quando era piccola.

Li sentivo parlottare. Ho aperto la porta – chiusa- e ho visto con i miei occhi lui sdraiato sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, lei rannicchiata accanto a lui, la testa nell’incavo dell’ascella, una gamba stesa di traverso sulle sue e il braccio sul suo ventre, potrei quasi giurarlo una mano all’altezza della patta dei pantaloni, forse solo un centimetro più su.

Lei ridacchiava, lui sorrideva beato.

“Che vuoi?” mi ha detto sgarbatamente Luca.

Lei ha riso più forte.

“Nulla” ho richiuso la porta e ho capito che dovevo fare qualcosa.

Ci ho pensato a lungo e poi l’altra mattina ho agito, ma d’impulso.

Non ne potevo più, non sono riuscita a controllarmi. Sono molto pentita di quello che ho fatto.

Dovevo studiarla meglio, se mi fossi dato più tempo, avrei potuto inscenare un suicidio, fare credere che fosse entrato qualcuno, un albanese o un rumeno, in casa e invece nulla, maledetta ansia. La rabbia mi ha accecato; i sentimenti rendono stupidi. Bisognerebbe sempre ragionare con calma e freddezza. Ho fatto così per una vita ed è sempre andato tutto bene. Ho controllato il disgusto per mia madre, l’insofferenza per mio padre, la noia per mia suocera, il disprezzo per Luca. Ho fatto finta di essere cordiale con persone di cui non mi fregava nulla, insomma sono sempre stata all’altezza delle situazioni e vado a commettere un omicidio “ beh, diciamo meglio, un’autodifesa” con un testimone in casa, la domestica che si è messa a urlare come una cretina.

Imperdonabile, ma è tutta colpa di quella puttana, quando l’ho vista sul letto che dormiva ancora – la vacca avrebbe dovuto già essere sveglia per andare a scuola – ho avuto un sussulto.

Era veramente bella, una bellezza acerba ma promettente, con la pelle scura lucida, le gambe lunghe e affusolate, fuori dai pantaloncini corti del pigiama.

L’ho guardata come l’avrebbe guardata un uomo, come sicuramente l’ha guardata Luca.

Ho sentito un languore al basso ventre, lo stomaco in subbuglio. Ho fatto quello che dovevo fare.

Che dice dottore, posso invocare l’infermità mentale?

Forse è meglio che parli di voci, sì, ora mi ricordo , l’ho detto anche a quel poliziotto, ho sentito delle voci e ho ubbidito , come Abramo nella Bibbia.

Ho seguito la voce di Dio che mi diceva

“Uccidila!”

E così ho fatto. Pensa che sia pazza, dottore?

 

 

 

 

Trascrizione delle sedute di Donata B. per la perizia psichiatrica disposta dal giudice nel procedimento penale a suo carico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere di Firenze

30 ottobre 1996

Assolta la madre omicida.

Donata B, protagonista l’anno scorso dell’ efferato omicidio della figlia adottiva Anna è stata prosciolta dalle accuse per infermità mentale. La signora ha sostenuto di avere sentito la voce di Dio che le ordinava di uccidere la ragazzina, a cui a detta di tutti, era molto affezionata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Pascoli

Tema in classe di Anna B.

 

Titolo

Descrivi cosa hai fatto domenica

Svolgimento

Domenica io, mio padre e mia madre siamo andati a pranzo dai nonni.

C’erano la nonna e il nonno, mia zia non è potuta venire perché la domenica fa la volontaria al canile. Una volta sono stata a trovarla: ci sono tanti cani, di tanti tipi, grandi e piccoli, lasciati lì dai loro padroni che non li vogliono più, in attesa di una nuova famiglia.

Alcuni mi sono piaciuti, ma quelli grandi e grossi che abbaiavano mi hanno fatto paura. Mio padre mi ha preso in braccio, dicendomi che erano in gabbia e che non potevano farmi nulla.

A pranzo dalla nonna ho mangiato spaghetti al pomodoro, arrosto con le patate e torta di mela, tutto preparato dall’Anita, una signora peruviana che sta in casa con loro, per aiutare la nonna.

Noi avevamo portato un vassoio di bignè crema e cioccolata. La mamma si è voluta fermare a un bar a comprarli perché “ non si arriva in una casa a mani vuote”.

Così c’erano due tipi di dolci ed io ero molto contenta perché mi piacciono molto. La carne invece mi piace un po’ meno e volevo lasciarla, ma la nonna mi ha detto che non sta bene e che dovrei pensare ai bambini meno fortunati di me che in Africa muoiono di fame.

Mia madre ha detto alla nonna “ Ma ti pare il caso?”

Mio padre è rimasto per un attimo con la forchetta sospesa a mezz’aria, immobile.

Ho finito quello che avevo davanti. così nessuno si è più arrabbiato.

Dopo pranzo la nonna è andata in camera a riposare perché era stanca.

Il nonno si è messo alla TV a guardare la partita. Anche la mamma si è messa su una poltrona in salotto.

Io e mio padre siamo scesi al parco vicino alla casa dei nonni. Lui mi ha spinto sull’altalena ha fatto girare velocissima la giostra tanto io sono grande e non ho paura come i bambini piccoli.

Abbiamo giocato a palla rilanciata che è un gioco che mi piace molto.

Poi siamo tornati a casa.  Con la mamma ho fatto i compiti, poi ho guardato la televisione ma solo un’ora, perché i miei genitori non vogliono che la guardi tanto. Abbiamo cenato e sono andata a letto. Il babbo è venuto a darmi la buonanotte e abbiamo riso ripensando a quanto girava veloce la giostra.

Così ho passato la mia domenica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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