Miracoli


MIRACOLI

Capitolo 1

 Donata si era svegliata con un cerchio alla testa.

Nel corso della giornata, sbrigando qualche faccenda di casa, aveva cercato di ignorare quel dolore martellante alle tempie . Ma il malessere non era diminuito: anzi  gli occhi avevano cominciato a bruciarle  e starnutiva spesso.

“ Sarà un po’ di influenza” pensò. Dopo pranzo, aveva preso una pasticca contro i sintomi del raffreddore e aveva continuato a fare passare il tempo, in attesa dell’ora di cena.

All’ennesimo starnuto, avvertì un formicolio alle mani. Infastidita le aveva scosse e, nell’aria immobile del soggiorno , aveva  visto materializzarsi una nuvola di petali bianchi e rossi che  fuoriuscivano dalle palme  e dagli angoli fra un dito e l’altro.

I petali aleggiavano per un po’, poi, dopo qualche secondo, si poggiavano sul pavimento e “ plof”,  evaporavano  nel nulla, senza lasciare  segni o aloni sul pavimento.

“Questa poi è veramente strana” commento fra sé e sé, un po’ agitata.
Ripassò mentalmente quello che sapeva di materializzazioni.

Fece appello a tutte le nozioni che aveva accumulato nella memoria, sotto la voce” cose strane”:  dalle infantili  reminescenze  di catechismo, fino alle sue personali incursioni nell’induismo e buddismo. Negli anni settanta del novecento, l’India e l’Oriente avevano infatti  esercitato un fascino particolare su di lei  e sui figli dei fiori suoi coetanei.

“ Dunque, c’è la vibuti materializzata da Sai Baba, ma quello era un impostore. A nessun santo cristiano sono stati attribuiti fenomeni di materializzazione, per quanto Cristo abbia moltiplicato  il pane ed i pesci e trasformato l’acqua in vino”.

Ma non le riusciva ricordarsi di altre analogie. Le venivano in mente San Sebastiano trafitto dalle frecce, S. Francesco che parla coi lupi, le stimmate di Padre Pio ma nulla che avesse a che fare con i fiori.

Però, a pensarci bene, c’era una frase che le risuonava nella mente : quando si parla di santi si dice “ essere  in odore di santità”.

E improvvisamente Donata capì. “ Stai a vedere che sono diventata santa” .

Con un sussulto di narcisismo, il fatto le parve, in fondo, logico.

Tutta la sua bonaria esistenza l’aveva preparata a questo epilogo straordinario.

Da quando, molti decenni prima, si era separata dal padre del figlio ancora piccolo, tutta presa dalla fatica e dal doversi destreggiare fra difficoltà economiche ed organizzative,  non aveva più incontrato uomini o fatto sesso con nessuno.

.“Il che vuole dire- aveva conteggiato – venticinque anni di astinenza”.

E anche quando il figlio era cresciuto ed era andato a stare da solo, non aveva sentito  il desiderio di riaprire un capitolo “uomini” nella sua vita, nonostante i consigli e le esortazioni delle amiche.

La menopausa aveva  messo il sigillo ormonale a questa rinuncia.

La vita di Donata era  stata caratterizzata dalla benevolenza. Non aveva mai liigato con nessuno. Le vite degli altri erano scorse parallele alla sua senza incroci significativi.

Ascoltava sempre  volentieri, senza noia o fatica, quello che  amici o conoscenti , le raccontavano: storie d’amori infelici, problemi sul lavoro o di soldi o di salute.

Immancabilmente chiunque parlasse con lei concludeva il discorso dicendo “ Mi sento meglio, ora che ho parlato con te”.

Donata possedeva, fino da quando ne aveva ricordo, la capacità di entrare in empatia con  gli altri, qualità che psicologi e psicoanalisti conseguono, e neppure tutti, con anni di training e formazione.

“ Ok. Sono diventata santa”   tirò le somme.

Intanto aveva scoperto di potere controllare il fenomeno dei petali. Questi si materializzavano solo se scuoteva le mani . Altrimenti non succedeva nulla. Quindi non c’erano problemi: per quello che la riguardava, la storia finiva lì.

Capitolo II

Circa un mese dopo la comparsa dei petali, incontrò per strada  un conoscente, Umberto. L’  uomo era affetto da una  paralisi muscolare che lo aveva  schiacciato su una carrozzina.

Conservava intatta la sua intelligenza, era presidente di un’associazione per disabili e lei lo aveva incontrato per lavoro, quando ancora non era in pensione.

Fra loro si era stabilito un reciproco sentimento di comprensione: lei ammirava la forza con cui lui portava avanti le sue  battaglie civili, senza mai calcare sul pietismo o invocare  compassione.

Umberto  apprezzava che lei ascoltasse lui e non la sua malattia.

“ Come va?” l’aveva salutato quel giorno  Donata .

Lui aveva fermato la carrozzina elettrica su cui si muoveva e la stava aggiornando su alcuni problemi dell’associazione, tagli della finanziaria all’assistenza, colpevole assenza del governo.

Mentre parlava, doveva volgere lo sguardo in alto, perché i muscoli del collo  gli si erano da tempo atrofizzati e  la testa   gli ciondolava sul petto.

Donata lo stavo ascoltando, come sempre aveva fatto, con interesse,  quando una sequenza di immagini le attraversò la  mente. ” E’ stato un pesce in una vita precedente”  intuì Donata “  il suo corpo si sbaglia, non ha capito di essere umano e boccheggia  in cerca di ossigeno!”

“ Ha bisogno di acqua” realizzò e prima ancora di potersi fermare a razionalizzare la scoperta, gli sputò in faccia.

Umberto si fermò interdetto. Era abituato all’ipocrisia con cui gli altri lo trattavano e  al disgusto appena celato dall’educazione dei suoi interlocutori, ma un gesto così – uno sputo-  non se lo sarebbe aspettato neppure dal più miserabile degli uomini. Figuriamoci da una tranquilla signora  sessantenne, infagottata nel suo piumino nero, bordato di pelliccia  ecologica.

“ Come ti permetti?” urlò indignato,  raccogliendo tutte le sue forze. Cercò  di  guardare Donata . I muscoli del collo avevano ricevuto il comando e  improvvisamente fecero quello che dovevano fare: iniziarono a sostenere  la testa che si rialzò dal petto,come tirata da dei fili, verso l’alto.

Avvertì le spalle che si riassettavano, tornando parallele, e le braccia e le mani che si distendevano senza più spasmi.

Umberto aveva avuto l’istinto di alzarsi dalla carrozzina per reagire all’offesa. Le braccia, facendo da leva, lo avevano sostenuto nello  sforzo ed era riuscito ad alzarsi. Per un attimo era restato un po’ malfermo in piedi. Poi  aveva spostato meccanicamente prima una gamba, poi l’altra . Sembrava un robot  arrugginito, ma si muoveva, via via sempre più sciolto.

“Sto in piedi” Miracolo! Cammino!”

La voce prima sgomenta e poi sempre più esultante di Umberto aveva inseguito Donata che, di fronte all’inatteso spettacolo, prima aveva fatto qualche passo all’indietro e poi si era data alla fuga.

“ Quello che è troppo, è troppo”  stava pensando “ mi ci mancavano anche i miracoli!”

Capitolo III

Donata avrebbe tanto voluto che  la notizia  non si spargesse e  che nessuno mettesse in relazione il suo sputo con la guarigione di Umberto: ma purtroppo le cose non andarano nel senso da lei sperato.

La voce del miracolo   cominciò a correre di bocca in bocca.

Ne arrivò notizia al Sindaco che dovette  rispondere ad un interrogazione dell’opposizione in Consiglio Comunale. Alla  ASL si cominciò a discutere dell’opportunità o meno di istituire una commissione medica di inchiesta. Il parroco  telefonò al vescovo per sapere se si  dovesse  aprire un procedimento canonico di accertamento dei fatti. Il responsabile  del  quotidiano locale,  finalmente felice di avere qualcosa da raccontare oltre alle buche delle strade e alle proteste dei commercianti per l’area pedonale, scrisse articoli ed articoli sul presunto miracolo.  Dai giornali locali a quelli nazionali, infine la notizia approdò in televisione.

Il telefono di Donata cominciò a squillare senza tregua.

Sulle prime aveva risposto, provando a minimizzare “ Non  è stato merito del mio sputo. E’ stata la volontà di Dio”.

Più lei  si scherniva, più che apparve evidente ai giornalisti e al pubblico che ormai seguiva tutte le trasmissioni sull’argomento, che stava  parlando come i grandi santi.

“Io sono solo lo strumento di Dio” era  una frase che suonava giusta.

Le telefonò anche suo figlio, incuriosito ed orgoglioso della celebrità della madre.

Umberto non era esente da colpe.

Travolto dalla felicità, stava rilasciando interviste a tutto spiano.
“ E’ vero che lei era in carrozzina e la signora Donata l’ha guarita con un sputo, come Gesù il cieco?” gli chiede il conduttore Tv.

“E’ vero!” risponde lui come ad un telequiz ed il pubblico in sala, soddisfatto e sorridente, applaude.

“Quella donna – io l’ho sempre saputo perché la conosco da tempo- ha qualcosa di speciale, è una vera santa”

“Oh!” un esclamazione di stupore si leva dal pubblico.

Ma Umberto aveva  in mente ben altro che le comparsate in televisione.

Animato dalla voglia di fare del bene, conscio delle sofferenze patite quando la malattia lo rendeva inerme e contorto, voleva aiutare anche altre persone,i membri della sua associazione, tutti i disabili. Tutti gli infelici del mondo avevano, secondo lui, il diritto di essere guariti.

L’associazione di cui era presidente , con l’aiuto di Donata, avrebbe potuto  raggiungere una fama planetaria.
Ne aveva parlato  sul suo blog e erano cominciati ad arrivare  post da tutto il mondo.

Capitolo IV

Donata spostò appena la pesante tenda di velluto rosso  per entrare nella stanza dei miracoli e sedersi sulla poltrona dorata che è stata costruita apposta per lei.

La sala, come ogni giorno, era gremita.

La Onlus “Donata dei Miracoli”  è diventata famosissima, ricchissima, potentissima.

Malati di tutto il mondo accorrevano  alla bella villa medicea , alla periferia di Firenze, dove aveva  sede l’Associazione.

Aspettano per ore ed anche per giorni di essere ricevuti, visitati, guariti.

Donata è stata spostata da casa sua alla Villa.

“E’ per la tua sicurezza” l’aveva informato premuroso Umberto.

“ Non ho bisogno di nulla, non sono in pericolo” aveva invano tentato di replicare Donata.

Poi, pazientemente, aveva ceduto all’insistenza di lui.

Era solo riuscita ad ottenere che nell’appartamento che le era riservato all’interno della villa fosse portato il suo gatto e che in un angolo del giardino, al sole, fossero posizionati i suoi geranii , di cui si occupava personalmente.

Per il resto, si dedicava a guarire, con precisione impiegatizia, i pazienti.

Dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18, escluso sabato e i festivi, Donata riceveva decine e decine di persone.

Ad ogni incontro in Donata si rinnovava la pena per le sofferenze di chi aveva di fronte.

Di ognuno riusciva a vedere la storia, sapeva chi erano e chi erano stati.

L’intuito la portava a capire dove il meccanismo vitale che regola le cose terrene si fosse inceppato e con gesti sempre nuovi, ripristinava l’ordine delle cose.

Aveva ridato la vista ai ciechi con l’imposizione delle mani, fatto correre gli storpi, lenito piaghe  e curato ferite.

Capitolo V

Ma quel giorno Donata sentiva di non potercela fare.

Era triste e depressa.

Dalla sala le arrivavano ondate di dolore.

Per distrarsi e prendere un po’ di tempo prima dell’ingresso guardò dalla finestra verso il giardino.

Il viale di cipressi che portava alla villa, come tutti i giorni di ricevimento del pubblico, era pieno di bancarelle; i volontari della Onlus vendevano gadget e souvenir .

Non mancavano neppure uno spazio dove venivano preprarati hot-dogs, piadine, crepes.

Responsabile del reparto di ristorazione era suo figlio, divenuto per legge ereditaria, vice-presidente della Onlus.

“Chissà se Gesù avrebbe cacciato i mercanti dal tempio, se uno di loro fosse stato suo figlio” si era chiesta sconsolata.

Con disappunto pensò a quanto fossero unti e pesanti i cibi che cuocevano sulle griglie.

Avvertì una fitta di disgusto.

Cercò di ricacciare la nausea e, scostata la tenda, entrò nella sala, spinta dal senso del dovere. In tanti la aspettavano.

Ma era più forte di lei:  non ce la faceva proprio. Non aveva più desiderio di muoversi, di respirare, di fare miracoli.

Così si lasciò andare: chiuse gli occhi e, con un sorriso, svenne.

O almeno questo fu quello che videro i presenti. Due persone del servizio d’ordine corsero a sostenerla.  I telefonini impazzirono: flash di foto, squilli. Umberto, presa in mano la situazione, aveva chiamato il 118. Lentamente, per evitare il panico, la folla fu fatta uscire. In attesa dei soccorsi, Donata venne stesa con cura sul palco accanto alla poltrona dorata, un cuscino sotto la testa.

Finita l’operazione di sgombero della sala, Umberto ed i soccorritori tornarono al palco. Ma nel punto dove l’avevano lasciata per pochi minuti prima , Donata  non c’era  più.

Sul tappeto  solo un mucchio di petali bianchi e rosa a cui nessuno prestò attenzione.

Le brave addette alle pulizia, dopo quella giornata di subbuglio, nel riordinare la sala dei miracoli, spazzarono il palco e buttarono in giardino   i petali che,  trasportati da una folata improvvisa di vento, si sparsero in allegri molinelli  in ogni direzione.

Di Donata  nonostante le incessanti ricerche e gli appelli del figlio a “Chi l’ha visto?” non fu più trovato traccia.

  1. ferdinando

    C’è molta delicatezza e molta profondità nelle tue parole.
    Felice di aver trovato il tuo blog!

  2. Questo racconto è una rivelazione per me! L’idea del pesce è geniale. Complimenti, si legge tutto d’un fiato per vedere come va a finire!

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