Cesare deve morire


Il film dei Fratelli Taviani, Orso d’ oro a Berlino, in programmazione alla Sala Esse di Firenze, è un originale e ben riuscito esperimento di cinema nel cinema, o meglio, in questo caso, di cinema sul teatro. La fiction ricostruisce il  laboratorio teatrale realizzato dentro il Carcere di Rebibbia dal regista Fabio Cavalli. Il testo messo in scena è la scena finale del “Giulio Cesare” di Shakespeare. Ma attenzione, non è un documentario realistico delle prove e neppure una versione di teatro per il grande schermo, ma pura invenzione cinematografica . Alcune  scelte tecniche sono riuscite in pieno: è espressivamente potente l’alternanza di bianco e nero e di colore. Felice l’idea di fare recitare gli artisti-denuti nel loro dialetto d’origine, secondo l’intuizione del regista Cavalli. Belle le scene in cui gli attori  vengono fatti rientrare nelle celle, dopo le prove, con  il feroce richiudersi delle porte alle loro spalle. Oppure quella in cui il coro dei Romani, dopo l’uccisione di Cesare, è affidato a detenuti che arrampicati sulle finestre delle celle urlano fra le sbarre, come in una rivolta carceraria. Colpisce come il testo di Shakespeare sfidi il tempo e risulti attuale e sembri scritto per questi protagonisti che recitano  la congiura delle idi di marzo come se fosse  una guerra per bande; la fedeltà al capo Cesare è la stessa dovuta ad un  boss della camorra, i traditori sono sempre traditori ed il potere è sempre il potre. Da vedere.

Di seguito alcune scene del film e il testo dell’orazione funebre di Antonio dal ” Giulio Cesare”

DISCORSO DI ANTONIO

ltatemi amici, romani, concittadini…

Io vengo a seppellire Cesare non a lodarlo.

Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.

Il bene sovente, rimane sepolto con le sue ossa… e sia così di Cesare.

Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Grave colpa se ciò fosse vero e Cesare con grave pena l’avrebbe scontata.

Ora io con il consenso di Bruto e degli altri poichè Bruto è uomo d’onore e anche gli altri. Tutti, tutti uomini d’onore…

Io vengo a parlarvi di Cesare morto.

Era mio amico. Fedele giusto con me… anche se Bruto afferma che era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.

Si è’ vero. Sul pianto dei miseri Cesare lacrimava.

Un ambizioso dovrebbe avere scorza piu’ dura di questa.

E tuttavia sostiene Bruto che egli era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.

Si è anche vero che tutti voi mi avete visto alle feste dei Lupercali tre volte offrire a Cesare la corona di Re e Cesare tre volte rifiutarla. Era ambizione la sua?

E tuttavia è Bruto ad affarmare che egli era ambizioso e Bruto, voi lo sapete, è uomo d’onore.

Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a rifervi quello che io so.

Tutti voi amaste Cesare un tempo, non senza causa. Quale causa vi vieta oggi di piangelo. Perché o Senna fuggi dagli uomini per rifugiarti tra le belve brute.

Perdonatemi amici il mio cuore giace con Cesare in questa bara. Devo aspettare che esso torni a me.

Soltanto fino a ieri la parola di Cesare scuoteva il mondo e ora giace qui in questa bara e non c’è un solo uomo che sia così miserabile da dovergli il rispetto signori.

Signori se io venissi qui per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all’ira alla sedizione farei torto a Bruto, torto a Cassio, uomini d’onore, come sapete.

No, no. Non farò loro un tal torto. Ohh… preferi farlo a me stesso, a questo morto, a voi, piuttosto che a uomini d’onore quali essi sono.

E tuttavia io ho con me trovata nei suoi scaffali una pergamena con il sigillo di Cesare, il suo testamento.

E bene se il popolo conoscesse questo testamento che io non posso farvi leggere perdonatemi, il popolo si getterebbe sulle ferite di Cesare per baciarle, per intingere i drappi nel suo sacro sangue, no…

No amici no, voi non siete pietra nè legno ma uomini.
Meglio per voi ignorare, ignorare… che Cesare vi aveva fatto suoi eredi.

Perché che cosa accadrebbe se voi lo sapeste. Dovrei… dovrei dunque tradire gli uomini d’onore che hanno pugnalato Cesare?

E allora qui tutti intorno a questo morto e se avete lacrime preparatevi a versarle.

Tutti voi conoscete questo mantello. Io ricordo la prima sera che Cesare lo indosso’. Era una sera d’estate, nella sua tenda, dopo la vittoria sui Nervii.

Ebbene qui, ecco..

Qui si è aperta la strada il pugnale di Cassio.
Qui la rabbia di Casca.
Qui pugnalo’ Bruto, il beneamato.

E quando Bruto estrasse il suo coltello maledetto il sangue di Cesare lo inseguì vedete, si affacciò fin sull’uscio come per sincerarsi che proprio lui, Bruto avesse così brutalmente bussato alla sua porta.

Bruto, l’angelo di Cesare.

Fu allora che il potente cuore si spezzò e con il volto coperto dal mantello, il grande Cesare cadde.

Quale caduta concittadini, tutti… io, voi, tutti cademmo in quel momento mentre sangue e tradimento fiorivano su di noi.

Che …ah… Adesso piangete?

Senza aver visto le ferite del suo mantello?

Guardate qui, Cesare stesso lacerato dai traditori…

No… no, amici no, dolci amici… Buoni amici… Nooo… non fate che sia io a sollevarvi in questa tempesta di ribellione.

Uomini d’onore sono coloro che hanno lacerato Cesare e io non sono l’oratore che è Bruto ma un uomo che amava il suo amico, e che vi parla semplice e schietto di ciò che voi stessi vedete e che di per sè stesso parla.

Le ferite, le ferite… Del dolce Cesare… Povere bocche mute…

Perché se io fossi Bruto e Bruto Antonio, qui ora ci sarebbe un Antonio che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle ferita di Cesare donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di Roma a sollevarsi, a rivoltarsi.

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