Aoristo


L’aoristo

“Aoristo, che cosa è un aoristo?”

La domanda prevede quattro possibili risposte ma  una sola è quella giusta.

Donata non ha dubbi “ L’aoristo, ma certo, è un tempo verbale”

Manca poco all’ora di cena e Donata sta aspettando che l’acqua bolla per buttare la pasta.

Ha acceso, come fa spesso, la televisione e in attesa del telegiornale delle 20 , si è sintonizzato su “ Il milionario”.

Sa che la concorrente, bonariamente incalzata da Gerry Scotti, dovrebbe  essere in grado di  indicare l’opzione corretta.

La protagonista della puntata è una signora di oltre 60 anni, ex insegnante, pensionata, i capelli in ordine con la messa in piega fresca, filo  di perle su un discreto ed anonimo maglioncino a giro collo ed ha, fino a questo punto, superato tutti gli ostacoli del quiz.

Donata ha calcolato che la signora abbia quattro o cinque anni più di lei, quindi deve avere fatto  il liceo agli inizi degli anni sessanta, quando  la grammatica era  una cosa seria e  tutto veniva imparato  a memoria.

L’aoristo non dovrebbe avere segreti per lei .

Ed ecco infatti la risposta giusta .

“ E’ la B”  esclama sicura la concorrente.

“ L’accendiamo?” chiede il conduttore

Lei fa segno di sì e vai 150.000 euro per la signora!

“Mica male” pensa Donata “ un giorno di questi mi iscrivo anch’io al casting del Milionario. Chissà se ci vuole la spintarella per essere selezionati.”

A Donata piacerebbe dimostrare al figlio quasi trentenne che si è rifiutato di studiare ed ora si destreggia fra un lavoro precario e l’altro,  che la cultura serve a qualcosa,  quantomeno a vincere 150.000 euro.

“ Certo non è il solo a  disprezzare l’istruzione  “ si consola Donata “ anche fior di ministri della Repubblica dicono che con  la cultura non si mangia ”.

La pasta è cotta; mentre la scola, Donata chiama il figlio, prima ancora di avere riempito i piatti,  tanto sa che  ci vuole un po’  perché lui si stacchi dal computer ed arrivi a tavola.

“David,  è pronto,  vieni a tavola, se no  si fredda”

Di rimando, scontato, dalla camera il grido di lui “ Un attimo, ma’, arrivo!”

Davanti al piatto di pasta fumante Donata  ripassa mentalmente , una dietro l’altra, le declinazioni latine.

Sottovoce snocciola   una litania “ rosa, rosae, rosae” e il plurale , suntuoso , “ Rosae, rosarum, rosiis…”.

“ Cavolo  me lo ricordo ancora” Donata si accorge, con una certa soddisfazione , che, nella sua  memoria, sopravvivono intatte , dopo quarantacinque anni, “ mica un giorno!” tutte le declinazioni  di latino e greco .

Merito di una scuola di altri tempi, e di buoni insegnanti.

“ Come la Trevi” ricorda Donata, la professoressa  di latino e greco del ginnasio, che con tenacia, aveva insegnato  a lei  e ai suoi compagni  tutti i segreti di quelle lingue morte.

Donata la ricorda padrona della sua materia,  sicura di quello che diceva e senza un dubbio sulla validità o utilità di quello che insegnava.

“ E chi potrebbe contestare che a rosa segue rosae, e poi rosae, rosam?” .

Imperturbabile ai primi tiepidi venti della contestazione giovanile e ai fervori che educatamente animavano gli studenti del liceo Petrarca , la professoressa Trevi non sembrava interessarsi né ai loro turbamenti  né al loro balbettante interesse per le ingiustizie del mondo.

Non era considerato necessario, all’epoca,  che un insegnante avesse competenze psicologiche o  che si intendesse di bullismo,  disordini alimentari,   suicidio in adolescenza. o di qualunque altro argomento che avesse a che fare con l’interiorità e la felicità personale . Non che gli studenti fossero tutti felici, anzi. Donata si ricordava alcuni compagni di classe abbastanza tormentati ma gli adulti, semplicemente,  non se ne occupavano.

Era solo previsto che i ragazzi uscissero da soli dalle loro crisi  e che si preparassero in fretta a ricoprire il posto che la società aveva riservato loro, in professioni adeguate al titolo di studio conseguito.

“ Chissà quanti anni aveva la prof all’epoca?” si chiede Donata.

Con l’implacabile superficialità dei giovani , durante gli anni del ginnasio, si era limitata a considerarla vecchia.

“Il che può voler dire”, ragiona ora Donata “ che avesse fra i 35 e i 40 anni”.

Lo chignon con cui teneva legati i capelli, mai un filo fuori posto, le induriva i lineamenti e  la faceva di certo  apparire più matura di quanto in realtà non fosse

Impeccabili tailleur la infagottavano in una mise che, senza alcuna civetteria femminile,  emanava ordine, compostezza, pulizia.

Di lei i ragazzi sapevano, per vie traverse, fra i “ si dice” sussurati in corridoio, che non era sposata .

A 35 anni, a metà degli anni 60, una donna non sposata era una zitella.

Donata, alle prese con i primi languori  dell’adolescenza, alla notizia che la professoressa non aveva marito , le aveva rivolto un rispettoso pensiero di commiserazione.

Poi non se ne era più curata.

Le importava solo che il suo impegno scolastico  venisse riconosciuto, che i voti corrispondessero alle tante ore dedicate a venire a capo di una traduzione o a imparare qualche regola grammaticale .

E questo avveniva puntualmente: la professoressa era severa, ma giusta ; le sue valutazioni non erano mai  viziate da simpatie o antipatie o  da considerazioni emotive. Se  avevi studiato , avevi un voto buono, altrimenti prendevi  un’insufficienza e questo era tutto.

Gli anni del ginnasio prima e del liceo poi, avevano così lasciato in Donata un forte rigore, un’autodisciplina ferrea ed una grande capacità di concentrazione.

“ Se una cosa va fatta, bisogna farla anche se non piace” pensava sempre Donata

Dalla professoressa Trevi e dalla scuola aveva imparato il senso del dovere.

Al piacere avrebbe provveduto personalmente negli anni successivi, durante gli anni universitari  e anche dopo,  conducendo  una esistenza sentimentalmente avventurosa dove non si era fatta mancare molteplici amori, amplessi fugaci ed infine, da un partner occasionale, anche un figlio.

Per quanto – su questo Donata aveva spesso riflettuto  nel corso degli anni – l’allevamento di un figlio da parte di una donna single, come ormai si diceva, avesse avuto più a che fare, per lei, con le fatiche del  dovere che con le soddisfazioni del piacere.

“ Chissà che fine ha fatto la prof? “  – si chiede Donata” se è ancora viva dovrebbe avere più di  80 anni”.

Le ultime notizie di lei le aveva avute, molti decenni prima, da un compagno di scuola, Antonio   che era già al liceo quando lei faceva ancora  il ginnasio e che era considerato dalle ragazze  il bello della scuola, moro, occhi verdi , con un aura da maledetto perché fra i primi ad organizzare assemblee e parlare di politica.

Lo aveva rincontrato per caso, lei  era all’Università e lui già al lavoro, sposato con un figlio piccolo.

Donata aveva deciso di concedersi un’avventura.  Di solito evitava gli uomini sposati, noiosissimi, ma, in quel caso, voleva prendersi una rivincita sui tempi della scuola  quando lui, il bello, la ignorava    e lei si macerava nella goffa trasparenza dei suoi 15 anni.

Portarselo a letto era stato facile come previsto.

Mentre, dopo il sesso,  se ne stavano sdraiati uno accanto all’altro nel letto matrimoniale di lui, avevano cominciato a revocare i tempi della scuola con un cameratismo reso appena più tenero dal  rapporto  appena consumato.

“ Ti ricordi la professoressa Trevi?” aveva chiesto lui

Donata si era voltata incuriosita verso il partner  “Certo, chi se la scorda? Dura e intransigente come era!”

“ Lo sai che eri la sua favorita? Ammirava molto la tua serietà e la tua determinazione” aveva proseguito lui.

Compiaciuta e sorpresa, Donata gli aveva chiesto come avesse saputo una cosa del genere.

Lui aveva iniziato a raccontare;  diceva di avere incontrato la professoressa quando  era all’Università qualche anno prima, che era nata un’amicizia e che lei lo aveva invitato a casa sua.

In breve i due avevano avuto una relazione.

“ Ma dai!” aveva esclamato Donata , guardando il suo occasionale compagno di letto .

Era abituata al pavoneggiarsi degli uomini, ma questa le sembrava grossa.

La professoressa, il sesso. Incredibile!

Ma la storia di lui era, tutto sommato, credibile  e, dopo una seconda occhiata critica ad Antonio, lei aveva capito che si trattava di un episodio vero, lievemente emerso, sul filo dei ricordi.

Antonio le parla di un fidanzato morto a pochi mesi dalle nozze già fissate  , di una giovinezza consumata nel lutto, con l’unico conforto dello studio, di genitori severi e poco affettuosi.

Questo  tornava: si sapeva che la professoressa era figlia di un militare e che i suoi l’avevano tenuta rinchiusa in un bel palazzo antico del centro della città, da cui solo lo studio  le permetteva la fuga.

Donata ne  poteva immaginare la  vita priva di amore, senza uno sgarro o una trasgressione  ed aveva avvertito un profondo senso di pena.

Quella sera, terminata la cena  e ascoltato distrattamente il telegiornale , Donata si era chiesta come fosse finita la storia.

In camera davanti  al suo  computer,  era entrata in Facebook. Aveva cercato in chat Antonio, recentemente ritrovato in rete insieme a molti altri vecchi amici ed  amanti varii.

“ Ti ricordi la professoressa Trevi? Cosa è successo dopo la vostra relazione?” aveva chiesto lei questa volta.

“ L’ho vista ancora  a metà degli anni ’70, ma sempre meno. Lei aveva trovato un uomo, un ingegnere milanese suo coetaneo di cui era molto innamorata”

“ Innamorata? E poi?” digita lei

“ Doveva combattere  con le resistenze dei suoi, ormai molto anziani, a farla andare via. All’ultimo incontro   mi disse che era riuscita a spuntarla e che  partiva.”

Donata chiude la chat e sorride . Immagina la professoressa che raggiunge il suo amore a Milano , finalmente con i capelli sciolti senza più quei terribili tailleur. “Magari – pensa –    per una volta avrà anche indossato una gonna lunga a fiori”.

Solidale,  le augura di essere stata felice.

Un Commento

  1. Mi piace, molto!
    Apre alla speranza….

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