Missing


Donata è davanti allo specchio in bagno.

A dodici anni comincia a prendere coscienza di sè e del suo aspetto. Il tempo inconsapevole e felice dell’infanzia, quando nessuno nega ad un bambino un complimento, è passato e lei comincia a capire che c’è qualcosa che non va.

Vede riflessa l’immagine di una ragazzina dal volto quadrato, le labbra sono troppo sottili, il naso è troppo grosso in proporzione al resto. Quando era piccola, scherzando , i suoi la chiamavano, per questo, patatona. I capelli sono di un banale castano scuro , gli occhi piccoli, marroni, sepolti sotto sopracciglia troppo folte.

Insomma, Donata è brutta.

Le compagne di scuola sbocciano intorno a lei, come farfalle uscite dal bozzolo, lei è e resterà un bozzolo informe.

Si rifugia in camera, e si mette a piangere. Questo sconforto la prenderà più e più volte quell’anno e gli anni successivi. Non sono le fisime di una adolescente, è la dura realtà con cui dovrà convivere ma che Donata non riesce ad accettare, senza cadere nella più cupa disperazione.

Finita la scuola media, afflitta da una timidezza che la impaccia nelle interrogazioni e la esclude dai rapporti con gli altri, oggetto di qualche battuta cattiva sul suo aspetto sgraziato, Donata si rifiuta di proseguire gli studi.

“Perchè non vuoi continuare?” indaga sua madre ” potresti fare le magistrali , non ti piacerebbe lavorare con i bambini?”

Ma non c’è nulla da fare. I suoi si arrendono presto. Dopo tutto c’è un’alternativa: può andare a lavorare con loro nel negozio di alimentari di famiglia.

” In fondo” conclude suo padre, ragionando con la moglie ” cosa c’è di male? Sta con noi e impara un mestiere”.

In negozio, a prezzo di grandi sforzi , Donata si sforza di tenere a bada la sua timidezza. Con i clienti riesce ad essere gentile, il repertorio è facile ed è sempre lo stesso. ” Buongiorno, buonasera, mezzo chilo di pane? come lo vuole, cotto bene?” , qualche rapida divagazione sul più e sul meno del tipo “oggi fa caldo, più di ieri” ed è fatta.

Donata torna sempre stremata da questi sforzi di autocontrollo ma nessuno se ne accorge. I suoi si limitano ad essere soddisfati del suo lavoro, di più non vogliono sapere.

Solo quando è ormai vicina ai vent’anni ,qualche preoccupazione comincia a prendere spazio nella loro mente.

Donata è una brava ragazza, lavora bene, ma non esce, non ha amiche.

Quando parlano di lei la sera, in camera, per non farsi sentire, si chiedono se potrà mai trovare un marito, anche se, in fondo al cuore, sanno che Donata è destinata a restare zitella. Impacciata, scorbutica fuori dal lavoro, bruttina, anche loro la vedono per quello che è: non ha chance.

Provano comunque a sollecitarla ad uscire con le cugine che hanno all’incirca la sua età.

I tentativi si rivelano fallimentari. Dopo un po’ le cugine si rifiutano di portarsela dietro.

“Mamma” si lamenta una di loro ” la zia deve smettere di chiedermi di uscire con Donata. Mi mette in imbarazzo. Io con le amiche rido, scherzo, ci divertiamo; lei sta lì come un salame, non spiccica una parola e poi, diciamolo francamente, è bruttina, si veste male e i ragazzi la guardano con commiserazione e la prendono in giro “.

Abortiti gli infruttuosi tentativi di socializzazione, Donata si avvia verso i trent’anni. Le giornate trascorrono monotone, sempre uguali, lei è sempre più cupa e depressa.

Un giorno, uscita dal negozio dei suoi per la pausa pranzo, viene presa da un ansia insopportabile, un malessere violentissimo che non conosce e che non riesce a controllare. Comincia a sudare e a tremare. Il cuore le batte forte, avverte un senso di soffocamento, barcolla, ha le vertigini e la nausea . Donata pensa ad un infarto e viene travolta dai suoi pensieri più bui. ” Che vita è questa? Cosa ci faccio al mondo? Era meglio se non ero nata, tanto per quello che faccio è come se fossi già morta”.

In preda all’agitazione, appena le torna un po’ di fiato, si mette a camminare veloce e invece di tornare a casa, come in trance, arriva alla stazione. Senza sapere nemmeno lei perchè, in cerca di un po’ di pace, prende il primo treno che capita e si ritrova a Milano.

” Forse qui posso cominciare una nuova vita, è una grande città, avrò alla fine la mia occasione” .

Prende alloggio prima in una pensione, poi trova in affitto un bilocale. Per pura coincidenza ha con sè in borsa il suo libretto postale, con i soldi parsimoniosamente accumulati in una vita fatta di nulla. Può permettersi una pausa. Dopo qualche giorno di tedio , passato per lo più a piangere, trova, poco distante dal bilocale, un bar che cerca personale. Donata si presenta. Il titolare la soppesa cinicamente ” Ok, questa non attira clienti ma nemmeno mi si sposa o va in maternità, niente congedi o aspettative, è un risparmio assicurato. ” Così , su due piedi , decide di assumerla in prova. Per la prima volta la bruttezza di Donata le è servita a qualcosa.

“Almeno mi passa un po’ il tempo” pensa Donata

Nel lavoro presto ricade nella routine ” Buongiorno, buonasera, un caffè e una pasta, ecco lo scontrino, si oggi è caldo” .

La Milano scintillante della cultura e della moda è lontana da quel piccolo bar di periferia.

Una sera, sul tardi, il bar chiude verso le 22, Donata alza gli occhi e alla TV sempre accesa sopra il bancone vede sua madre e suo padre che dalla trasmissione ” Chi l’ha visto?” lanciano un appello disperato. “Nostra figlia è sparita da mesi. Non sappiamo dov’è. Donata se puoi, se nessuno ti trattiene o ti ha fatto male , chiamaci.”

Donata si guarda intorno . La madre esibisce davanti alle telecamere una sua foto, ma nè il proprietario nè i pochi avventori seguono il programma, è solo un sottofondo alle solite chiacchiere.

Donata ha un brusco risveglio, non aveva messo in conto che i suoi avrebbero sentito la sua mancanza, in realtà non aveva messo in conto nulla, forse per un attimo ha sperato in un cambiamento, ma fra vendere salami e caffè e cappuccino non c’è molta differenza.

” E ora come faccio? li cerco e gli dico che sono a Milano? come mi giustifico? come spiego il silenzio di questi mesi? Non so nemmeno io perchè sono qui, non so nulla di nulla, non so cosa ci faccio, cosa sto a fare al mondo? Non posso affrontarli, non ce la faccio , e non posso continuare con questa vita o tornare a quella di prima . Sono sola, resterò sola, così è andata, così doveva andare”

Donata “si vede esclusa per sempre dalla sua vita, senza la possibilità di rientrarvi” (1)

Torna nel suo bilocale, poggia la borsa e le chiavi sul mobile all’ingresso, apre la finestra e, senza esitazioni, si butta giù. “Questo si che è un cambiamento ” è il suo ultimo pensiero prima di sfracellarsi sul marciapiede.

Adesso che giace scomposta in una pozza di sangue non è poi così importante che sia brutta.

(1) libera trasposizione da Luigi Pirandello “Il fu Mattia Pascal”

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