BORGO CASTAGNAIO

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Nel bel letto di ferro battuto, sotto una leggera trapunta a fiori, Donata sta dormendo beata, lontana dall’afa insopportabile della città, nella villetta di campagna che ha affittato per l’estate. Il posto è molto isolato; poche case in fondo ad una valle che s’incunea fra le montagne, a qualche chilometro di distanza dal paese più vicino.
“La pace è assicurata” ha detto Donata alle amiche che non riescono a capire una scelta del genere, per di più in compagnia del marito sessantacinque anni come lei, ma ormai da molti anni cieco a causa di un diabete che ha colpevolmente trascurato.
“Ma sei sicura?” le ha chiesto la sorella più giovane “Se lui si sente male che fate lassù?”
“Non ti preoccupare, non succederà nulla” Donata ostenta sicurezza “al paese più grande di cui Borgo Castagnaio è una frazione, ci sono medici, la farmacia, una sede della Misericordia con l’ambulanza, mi sono informata”.
“Se vuoi, ti tengo il cane quando parti; la casa ha un bel giardino” Donata tenta di sottolineare i vantaggi della situazione per tranquillizzare la sorella. In realtà non è preoccupata: sa che lei è Aldo si terranno compagnia, come hanno fatto negli ultimi quieti anni di vita in comune e che se la caveranno in qualche modo.
Immersa nel sonno, Donata sta sognando.
È la bambina con le trecce e il grembiule da casa chiuso dietro perché non si sporchi che assiste incantata al lavoro della nonna e della mamma. Le due donne stanno impastando acqua e farina per tirare le tagliatelle. Il  ragù sobbolle dolcemente sul fuoco.
Si sveglia bruscamente: un rumore forte e cupo l’ha strappata agli odori del sogno.
Un attimo per capire dove è, poi si riprende, è nella casa in campagna.
Cerca di accendere la luce sul comodino, ma non c’è corrente. Accanto a lei, Aldo continua a dormire; è diventato anche un po’ sordo. “Non lo svegliano neppure le cannonate” pensa.
Si alza, trova l’accendino sul comodino, accanto alle sigarette, e riesce così ad arrivare a prendere la torcia, sulla mensola del camino in salotto.
È una delle manie di Aldo portarsi dietro una torcia “a cosa possa servire una torcia a un cieco non è dato a sapersi” ha pensato lei ma l’ha accontentato e in effetti, in quella circostanza, l’oggetto si rivela provvidenziale.
Esce sulla terrazza per individuare l’origine del boato “Forse un terremoto?” Non è la sola a essersi svegliata. Nella casa davanti s’intravede il tremolio di una candela. Vede Gino, uno dei residenti, sulla scala esterna. Anche lui ha sentito un rumore fortissimo.
“Oh mamma, ho avuto una paura tremenda” dice sua moglie Marzia.
“Avete la luce?”
“Macché, è andata via”
Nessun segnale dall’abitazione di Romolo e sua moglie Luisa; più a monte nessun movimento neppure dai due anziani Marco e Maria e dal loro badante peruviano Manuel. C’è un bagliore di luce nella casa sopra la botteghina del paese. Stefano, il proprietario, si affaccia alla finestra. È solo; la bionda ucraina con cui si è accompagnato per spezzare la solitudine, non si è più vista. Donata li ha sentiti litigare qualche giorno prima. È andata via di sicuro, la sua auto non c’è più.
“Che succede secondo voi?”
Anche Stefano è, come Donata, un estraneo. Ha rilevato da poco la bottega coltivando sogni di gloria; s’illude di farne un ristorante alla moda. C’è l’insegna pretenziosa “Delizie del borgo” ma di clienti non si è visto nessuno.
Però la sera tutti vanno lì a giocare a carte, al fresco, sotto la pergola; si consumano vino, caffè e fette di cocomero. 
Donata si è chiesta come abbia fatto un cinquantenne come Stefano a finire lì, in quel posto sperduto, a tentare un’impresa impossibile.  Secondo le voci che circolano (Donata si è premurata di chiedere distrattamente a Marzia e alle altre signore locali) lui faceva il falegname. Il che spiega perché nella bottega si servano solo affettati, prosciutto e melone, dolci confezionati e panini. Si sussurra che abbia avuto problemi di droga e di carcere e che prendere la gestione di quel negozietto, ormai chiuso da decenni, sia stata l’unica cosa si è potuto permettere una volta fuori.
Stefano comunque è gentile con tutti e, a parte l’ucraina che ha suscitato qualche occhiata di disapprovazione, è generalmente benvoluto. La mattina scende in paese con la sua moto e se c’è da fare qualche commissione, comprare il pane o le medicine o altro, si presta volentieri.
L’uomo è sceso in strada in maglietta e pantaloncini, scalzo e cerca campo per il cellulare.  Si passa le mani fra i capelli, va in su e in giù davanti casa.
“Non c’è linea, non si piglia il segnale” annuncia agli altri, ma nessuno si stupisce: i cellulari, nella frazione, prendono sempre poco e male. Circondati come sono da montagne, il segnale non arriva. Internet neppure a parlarne. 
“Vado a provare con il fisso” annuncia Marzia. Rientra in casa con la sua andatura dondolante, dovuta a un ginocchio che le fa male e di cui si lamenta in continuazione con tutti.
Anche Donata torna dentro, Aldo dorme sempre. Si riaffaccia quando sente Marzia, tornata sulle scale, che urla con il suo vocione sgraziato “Non c’è linea neanche sul fisso, ho provato anche ad accendere la Tv ma nulla, è come morta”.
“Che si fa allora?” chiede Donata
“Io torno a letto, domani mattina si vedrà” dice Gino; in effetti non c’è altro da fare.
Donata si guarda intorno per vedere se c’è la sua gatta ma quella, approfittando dell’inusuale varco notturno, è andata a giro chissà dove. La Tina ama la casa in campagna dove ha scoperto un mondo a lei, animale di città, sconosciuto. Caccia le lucertole, si arrampica sugli alberi, si arrota le unghie sui tronchi e ama molto stare al fresco sotto le ortensie del giardino che, grazie al clima, sono rigogliosissime, con grappoli di fiori celesti e blu grossi come un pallone da calcio. Donata lascia la porta di casa leggermente socchiusa nel caso che la Tina torni e va a letto.
La mattina presto viene svegliata, come al solito, dai rumori di Gino che lavora nell’orto e dalle voci che si scambia con la moglie dentro casa.
Non sono abituati ad avere vicini. La casa dove sta Donata, con la camera che affaccia sul loro giardino, viene affittata solo d’estate, i proprietari non ci abitano più da tempo.
Donata si alza e controlla, la luce non è tornata e neppure l’acqua, la pompa va con la corrente elettrica.
Si fa un caffè con l’acqua minerale, la bombola del gas per fortuna è piena. “Gino anche voi sempre senza luce?”
“Sì, non c’è.”
Arriva in auto la Marcella, altra residente fissa.
È una bella donna sui cinquanta anni, sempre molto curata. Anche quella mattina scende dall’auto in perfetta tenuta da signora di campagna, adeguata allo status di insegnante che la colloca nella parte alta della gerarchia del borgo: pantaloni corti color coloniale, camicia bianca, collana etnica, truccata e pettinata come se dovesse andare chissà dove. “E sono solo le otto di mattina” pensa Donata che si aggira ancora in camicia da notte con la tazzina del caffè in mano.
” Io non ho né acqua né luce. Simone è sceso in paese per capire cosa è successo perché non c’è modo di telefonare. Voi come siete messi? “
Dopo una decina di minuti di scambio di varie considerazioni preoccupate, arriva anche Simone sulla sua Land Rover. “Brutte notizie gente” annuncia “Non sono riuscito ad arrivare in paese. Una frana ha completamente ostruito la strada. Forse il tuono di stanotte era dovuto al crollo. Non si passa. Siamo isolati.”
“Magnifico” pensa Donata “isolati senza acqua né luce” e fa un rapido calcolo di quanti sono: lei e Aldo, Marco e Maria con il badante Manuel,Stefano da solo,la Marcella, suo marito Simone e il loro figlio ventenne Yuri,Romolo e sua moglie Giulia, entrambi anziani, villeggianti abituali, Settimo, un residente anche lui molto anziano.
Poi ci sono Teresa e Ugo, lui operaio, lei infermiera con il figlio adolescente Christian e una bambina di sei anni Asia.
C’è Riccardo ma nessuno lo chiama così, tutti usano il soprannome Spino, data la sua abitudine di fumarsi spesso sigarette di marijuana che coltiva amorevolmente in un punto segreto del bosco. Vive in una colonica ancora più verso il monte, con la moglie Aurora e i figli Rumi e Shirin (chiamati così in onore dei trascorsi orientaleggianti dei genitori) di diciotto e sedici anni e con i suoi muli con cui svolge il suo lavoro da boscaiolo.
All’agriturismo della sorella di Marcella non c’è nessuno, gli affari vanno male, quest’anno non ha avuto prenotazioni.
 “Siamo qui” pensa Donata “vecchi, malati come Aldo, ragazzini e bambini e pochi uomini sani”.
Marcella e Marzia parlottano fra sé.
Visto che non c’è luce e c’è roba nei frigoriferi di tutti che può andare a male, si decide di organizzare un pranzo e una cena collettiva nella bottega di Stefano. In un clima quasi da festa, trascorrono la prima giornata tutti insieme.  Sarebbe stata forse l’ultima occasione di divertimento ma questo ancora non lo sapevano. Aldo, che ha alle spalle un passato da brillante jazzista, pesantemente ridimensionato dall’invalidità, suona il suo sassofono, ricevendo gli applausi del pubblico, qualcuno canta.
“Speriamo che mandino a rimuovere la frana” pensa Donata, sempre più inquieta.
Il terzo giorno, all’ora di pranzo nella bottega, il dubbio comincia a circolare. “Strano che non siano riusciti a fare tornare la luce” dice Marzia.
Donata annuisce.
Romolo che, per il suo prestigio d’avvocato in pensione, è presidente della locale sezione della pro-loco, suggerisce che forse si dovrebbe scendere in paese.
All’unanimità viene deciso che il giorno dopo una spedizione di uomini proverà a superare la frana e raggiungere a piedi l’abitato.
Partono la mattina dopo, presto, e ritornano verso mezzogiorno,
Le donne stanno sfornando il pane. Il forno a legna del paese è stato riattivato, ci sono scorte di farina nella sede della pro-loco, quindi il pane non manca e si può anche fare una pizza per tutti.
Guida la colonna Spino. Cammina a capo basso, seguito dagli altri “Che c’è, che novità?” chiedono le donne “che dicono in paese?” “Sono tutti spariti, in paese non c’è nessuno”.
Spino inizia a raccontare, a tratti gli trema la voce. Dopo avere scavalcato la frana, sono arrivati in mezz’ora al paese.
La strada provinciale era deserta, un silenzio irreale, senza traffico, senza voci, senza un movimento, neppure un cinguettio di uccellini o un abbaiare di cane.
Prima del ponte che porta al paese, hanno trovato una macchina di traverso, ferma in mezzo alla strada. Dentro nessuno. Al posto di guida un mucchietto di cenere con piccoli frammenti di osso.
In paese negozi e case chiuse come se fosse notte.
Simone è andato a cercare la cognata, hanno bussato, nessuna risposta. Hanno forzato la finestra e sono entrati. In casa tutto in ordine, ma non c’era nessuno, solo due mucchietti di cenere sul letto della camera matrimoniale e altri due monticini, uno per letto, nella camera dei bambini.
“In tutto il paese è così” continua Spino “sono andato dalla figlia di Settimo, me lo aveva chiesto lui, in casa del parroco e da qualcun altro Non c’era nessuno. Solo quella maledetta cenere.”
Spino infila due bestemmie.  “Mi dispiace per tua sorella, ma penso che siano tutti morti.”
Le donne lo fissano incredule.
 “Ma siete sicuri?   Cosa significa?”
“E’ l’apocalisse, quella di cui parla Teresa di Neumann, l’olocausto nucleare del segreto non rivelato di Fatima”. Aldo ha sentito il racconto di Spino, seduta sulla veranda della bottega con Romolo. Lui ha subito la sua spiegazione e nessuno è in grado di contraddirlo.
“Si ma perché noi siamo vivi?” Incalza Donata, che cerca una spiegazione più logica del disastro voluto da un Dio incollerito con l’umanità.
“Non lo so” scuote la testa Spino.
Tutti si chiedono quale sia l’entità del disastro, preoccupati per parenti e amici che non abitano nel borgo.
Donata e Aldo hanno figlio e nipoti in Liguria, parenti a Firenze e in Sicilia.
Il figlio di Romolo, Andrea, che non ha voluto seguire le orme del padre e fare l’avvocato come da tradizione familiare, è in viaggio in India, perso in qualche Ashram degli Hare Krisna.
Ugo si offre di andare a dare la notizia al vecchio Settimo.
La moglie di Romolo, Luisa va a informare i due anziani Marco e Maria e il badante.
“Chissà cosa è successo in Perù e come ci arrivi poi? ““Che fai, fermati!” Manuel, esce di casa, inseguito da Luisa, e urla in spagnolo: “Y el fin del mundo, es una maldicion divina. No quiero quedarme aquì, Mi casa, mi esposa, me tengo que ir, me tengo que ir” 
Non c’è modo di calmarlo. Tutti cercano di dirgli qualcosa.
“Calmati Manuel” dice Luisa.


“Non fare così, ancora non sappiamo bene cosa è successo”
“Me tengo que ir, me tengo que ir” continua a ripetere lui; rientra in casa e ne riesce veloce con il borsello e una giacca. Spinge da parte Stefano che gli si fa incontro e si avvia verso l’uscita dal borgo, inseguito dai richiami degli altri. Dopo la casa di Settimo c’è una curva e Manuel sparisce dalla vista. “Non lo vedremo più” pensa Donata ““e abbiamo in più due vecchi soli da accudire, magnifico” Sconvolta, ascolta distrattamente Aldo che illustra a Romolo le sue teorie catastrofiche, aggiungendo dettagli su dettagli al racconto dell’Apocalisse.
Un brivido le corre lungo la schiena; bisognerà organizzarsi per i mesi a venire.
Donata è a disagio. Lei è una villeggiante, una donna di città, non sa fare nulla di manuale, non sa accendere il fuoco, aggiustare qualcosa di rotto, cucire, fare il pane. Le sue abilità cittadine, come il sapere scrivere , non sono molto spendibili in un contesto dove c’è da pensare a sopravvivere.
“Speriamo che ci accettino nel gruppo con Aldo che è solo un peso”.
Donata prova a tastare il terreno “Cosa si fa adesso? Proviamo a ragionare tutti insieme?”
“D’accordo” dice Marzia.  Marcella annuisce. Viene così organizzata la resistenza.
Gli uomini validi iniziano a fare la legna. In ogni casa c’è un camino. Un altro gruppo scenderà in paese a fare scorte di medicinali e di  generi alimentari non deperibili e bisognerà prendere anche vestiti pesanti, coperte e piumoni di cui le case di villeggiatura sono sprovviste, in previsione dell’inverno, portare su, almeno fino alla frana, qualche auto con la benzina e, aggiunge Stefano, “anche qualche arma, qualche fucile da caccia, non si sa mai, “ Alla conta è risultato che, nel borgo, ci sono tre fucili da caccia, uno del vecchio Settimo, uno di Simone, marito della Marcella, cacciatore a tempo perso e uno di Gino, cacciatore convinto.
Più avanti si programma di scendere in città, per verificare se c’è qualche sopravvissuto e cercare parenti e amici, anche se questa pare una mossa disperata.
Qualche giorno dopo, a bordo di un’auto, parte una prima spedizione, composta da Stefano, Donata e Teresa che ha il compito di cercare nell’ospedale cittadino tutto quello che potrebbe servire.
Donata guarda sconfortata il paesaggio. Non c’è un solo movimento, i sacchetti di plastica spinti dal vento sono l’unica cosa che si muove.
Un silenzio irreale ottunde tutto. Si sente solo il rumore del motore e, qualche volta, una finestra o una porta che sbatte.
I tre hanno concordato di andare prima all’ospedale e poi di scendere a in città per verificare gli indirizzi di parenti e amici: hanno con sé una lunga inutile lista.
Donata si fa lasciare a casa sua, gli altri torneranno a prenderla.
Apre la porta con un tuffo al cuore. È tutto a posto, ma c’è un tanfo orribile. Il cibo nel freezer senza corrente è andato a male.  Deve aprire le finestre per respirare: prende piumoni e abiti pesanti per sé e per Aldo, qualche oggetto d’oro nel caso possa servire come merce di scambio, qualche foto e qualche libro e qualche ricordo inutile di una vita tranquilla e ben organizzata.
“Basta così, non essere ridicola”: L’unica cosa saggia da fare è buttare per strada le vaschette del freezer piene di una poltiglia maleodorante, per preservare la casa dove forse non tornerà più nessuno, chiudere le finestre e scappare.  Decide comunque di lasciare un indizio del suo passaggio, nel caso che qualcuno cerchi lei o Aldo. In una busta di plastica trasparente, perché non si bagni, ben fissato con lo scotch perché il vento non lo porti via, attacca sulla porta d ‘entrata del condominio, un messaggio rivolto non si sa a chi. “Sono a Borgo Castagnaio con Aldo. Stiamo bene. Se potete, provate a raggiungerci”.
Con Stefano e Teresa è già passata dalla casa del fratello e della sorella, nessuna risposta. Non ha altre verifiche da fare.
Si siede su una panchina con due borsoni pieni e aspetta che tornino a prenderla.
Inizia a Borgo Castagnaio un periodo piovoso e umido.
Donata si è svegliata presto e si è fatta il caffè: si sono assicurati, nel corso di varie incursioni in paese, un’adeguata scorta di bombole e di confezioni di acqua minerale.
Piove, il fumo esce dal camino della casa di Gino e Marzia. Anche loro sono svegli.
Per un attimo Donata si mette ad ascoltare la pioggia. Sembra tutto così normale, il caffè, la pioggia, il fumo dal camino.
Poi si riscuote “Fra un po’ arriva l’inverno e saranno cazzi amari”.
“Oggi è la giornata pizza. Devo scendere ad aiutare. Devo rendermi utile. Devo cercare di stare al passo per non farmi emarginare. “
Quando arriva nella cantinetta della casa di Romolo, intabarrata con un pesante golf grigio sopra la tuta felpata, trova Marcella e Marzia e le altre già al lavoro. “Ha già perso un po’ di eleganza” pensa Donata osservando la Marcella con due dita di ricrescita in testa.  Non sono tempi da preoccuparsi del colore dei capelli.
Arriva la Teresa con il figlio al seguito. “Aurora, la moglie di Spino non viene” annuncia la Marcella “Me l’ha detto ieri”
“Quelli fanno razza a sé” osserva con una punta di acidità Marzia.
Donata non dice nulla; a lei Spino e sua moglie stanno simpatici, ma non vuole mettersi contro le altre.
Docilmente si mette a impastare, la pasta sarà lievitata per la sera e pronta per la pizza.
Un urlo di aiuto di Stefano interrompe i lavori.
A lui è stato delegato il compito di fare visite giornaliere a Settimo e a Marco e Maria.
“Teresa! “urla dalla casa di Settimo.
Lei si pulisce le mani sul grembiule e corre, seguita dalle altre. Entrano nel piccolo giardino dove Settimo ha trascorso, malinconico, le ultime giornate di sole.
Stefano indica la camera da letto.
La casa è piccola, c’è la cucina con una credenza in formica anni 60, un rubinetto sgocciola, il camino è spento. Teresa entra nella camera, tasta il polso di Settimo, scuote la testa. È morto, probabilmente stanotte, è passato dal sonno alla morte.”
“Bella morte” pensa Donata
“Non ha sofferto” dice Marzia “Non ha retto la morte della figlia, se n’è andato così, senza pesare troppo sugli altri e senza lasciare tracce di sé.”
Gli uomini discutono dove seppellirlo “Bisogna aspettare ventiquattro ore per legge” dice l’infermiera. Più che altro è inutile saltare la pizza. Si può seppellirlo domani.
“Tanto morto è morto” pensa Donata “Meno uno”
Il giorno dopo viene calato in una fossa profonda, in un grande prato all’ingresso del borgo, sarà lo spazio del cimitero. Spino ha preparato una bara rudimentale con delle assi, Gino ha fatto una croce “poi ci metterò il nome” dice scusandosi per la pochezza del manufatto.
Insieme, attingendo alla memoria di altri funerali, recitano insieme un Requiem aeternam.
“Chi sarà il prossimo?” pensa Donata.
Non ci vuole molto a capirlo: il prossimo sarà Aldo. Il vomito che lo tormenta da tempo è aumentato, mangia pochissimo, è dimagrito e sempre più debole. Da un po’ lamenta forti dolori all’addome.
“Che cosa ha, secondo te?”  chiede Donata a Teresa.
La donna si schernisce, cercando di non incrociare lo sguardo dell’altra. “Non lo so, senza accertamenti è impossibile dirlo”.
Teresa lavora da molti anni in ospedale, è una donna di cinquanta anni calma e pacata e in tanti anni di lavoro ne ha viste di tutte, sa anche che, per i parenti, l’avvicinarsi della fine di una persona cara può provocare reazioni di ogni tipo, dalle più normali ad altre inaspettate.
Donata torna da Aldo che è in camera sotto un piumone, ha sempre freddo, ormai passa quasi tutto il giorno rannicchiato lì sotto. Non ha più fiato per suonare il sassofono, con cui nei primi tempi dell’isolamento ha rallegrato le serate del gruppo dei sopravvissuti. Anche la musica lo sta lasciando.
I suoi lunghi discorsi con Romolo o con Stefano o con chiunque volesse ascoltarlo sono stati interrotti dalla mancanza di forza: ora c’è solo silenzio rotto appena da qualche richiesta “Ho sete, ho freddo, devo andare in bagno”. La vita si è ridotta a un’essenzialità insignificante, senza spessore, la malattia gli ha mangiato la personalità.
Teresa non si è espressa ma Donata ha capito che resta poco tempo e anche Aldo lo ha capito: pochi giorni prima le ha detto: “Io sono pronto, il Signore mi sta chiamando”
Negli ultimi anni, dopo essere diventato cieco, ha sviluppato una fede incrollabile e fanatica. “La religione è l’oppio dei popoli” ha più volte pensato Donata in quegli anni ma è anche, deve ammetterlo, una grande consolazione.
Per anni lui ha ascoltato Radio Maria e Radio Voce della speranza, ha seguito con convinzione tenace tutte le vicende della Madonna di Medjugorje che Donata trova noiosissime e anche molto ambigue.
Ora la sua radiolina tace, niente radio, neppure la consolazione della fede e le prediche di Padre Livio a fargli compagnia.
Donata l’ha osservato negli ultimi tempi. Qualche volta ritrova in lui dei movimenti familiari, un rapido alzarsi dal letto o dal divano reclinando la testa leggermente indietro. Quando era giovane era il segnale che era pronto a muoversi, che qualche idea strampalata o qualche progetto impossibile lo aveva catturato e stava per inseguirne la realizzazione con la stessa incrollabile fiducia di Don Chisciotte che dà la caccia ai mulini a vento. Doveva incontrare un amico , prendere contatti per un lavoro, organizzare una serata musicale o semplicemente uscire. La strada, non la casa, era lo scenario della sua vita, luogo d’incontri e di relazioni da tessere, di avventure e disavventure. Ora quei movimenti , ancora riconoscibili, preludono solo ad un lento barcollare per le stanze, tastando lo spazio con il bastone.
Con il passare dei giorni, mentre il freddo aumenta impietoso e le giornate sono sempre più umide e nebbiose, la situazione peggiora. Teresa ha provato a dargli vari antidolorifici ma nulla sembra fargli effetto.
I dolori aumentano, da giorni non mangia e urina pochissimo. “Donata devo parlarti” dice Teresa che negli ultimi giorni sta passando spesso a controllare il malato.
“Secondo me, è un tumore” Ecco fatto, la parola è pronunciata. E da un po’ che anche Donata ci pensa “in queste condizioni c’è poco da fare. Possiamo solo non farlo soffrire. Io comincerei con la morfina, ne ho presa all’ospedale, ma, ti avverto, il cuore potrebbe non reggere. E poi piano piano entrerà in coma.”
“Aldo” dice Donata “la Teresa pensa che tu abbia un tumore e lo penso anch’io. Se sei d’accordo cominciamo con la morfina” Lui annuisce, trova la forza di dire va bene, e poi un pensiero affettuoso, inaspettato a sigillo di una vita a due fatta di molti alti e bassi.” Mi dispiace lasciarti sola.” Donata si agita innervosita: questo tardivo riconoscimento di una relazione l’ha completamente  spiazzata. Lei non ama le affettuosità, non le ha mai capite, non le cerca e non le offre, chiusa nel bozzolo di pragmaticità e razionalità che le ha sempre fatto da valida difesa. 
Teresa inizia con la morfina. Donata è stata esonerata da tutti i lavori della comunità. Gli altri passano giornalmente a trovarli. Marzia ha portato un minestrone di verdure.  Spino si è affacciato con il berretto in mano a chiedere come va e ha lasciato a Donata una manciata delle sue sigarette . Stefano e Simone l’hanno aiutata a tenere calda la casa rifornendo sempre i due camini e badando che il fuoco fosse sempre acceso.
Aldo è ormai assente. Una notte Donata l’ha trovato sul divano, cercava di stare seduto per respirare meglio, ma si era vomitato addosso senza neppure accorgersene, stava lì, immobile, con il vomito che gli gocciolava dal mento e con i piedi che sguazzano in una pozza per terra.
Donata cerca di rimediare, gli pulisce la bocca, toglie con uno straccio lo sporco da terra e prova a farlo alzare . Lui non collabora. Donata gli sfila la maglia e i pantaloni sporchi e lo pulisce alla meglio con un asciugamano bagnato e lo riveste prima che pigli freddo. Riesce anche a riportarlo a letto, ormai pesa così poco che può fare tutto da sola, senza bisogno di chiamare qualcuno ad aiutarla.
“Non si può andare avanti così” devo parlare con Teresa
“Devi sedarlo di più” le dice la mattina dopo, finito il racconto della notte da incubo che ha passato.
L’altra capisce e annuisce. Aldo resterà nel letto, incosciente e sedato, ancora per un giorno, una notte, un giorno.
Nel pomeriggio Donata, che è seduta in camera, accanto al letto, vede che il respirò gli si fa più breve e rapido, piccoli respiri uno dopo l’altro, sorsi d’aria.
Qualcosa non va. Chiede aiuto, Gino dall’orto la sente, corre a chiamare Teresa che arriva in pochi minuti. Donata sta fissando Aldo: il respiro breve e affannoso ora è cessato.
Teresa gli sente il polso. Guarda Donata e scuote la testa “Non c’è più nulla da fare “La reazione di Donata arriva rapida, inarrestabile, con un pianto dirotto di cui lei stessa non si sarebbe creduta capace.
Mentre Teresa cerca di consolarla, Gino le dice “Ha smesso di soffrire, vado ad avvisare gli altri.”

IN UN PICCOLO COMUNE DELL’ENTROTERRA LIGURE

Nel cuore della notte, un forte boato sveglia Dario.  Prova ad accendere la luce, ma non c’è corrente. A tentoni arriva alla finestra del salotto per vedere qualcosa.E’ preoccupato che sia scoppiato qualcosa alla raffineria, che è stata costruita vicinissima al paese, negli anni dell’ industrializzazione selvaggia,  in cui non esistevano regole né urbanistiche né di buon senso.
Da quando si era trasferito lì per mettere su casa con Nadia, quella presenza lo aveva sempre inquietato.
Arrivando dall’autostrada, prima del casello, la prima volta del suo ingresso in paese, diversi anni prima, era rimasto stupito da quella visione mostruosa: un agglomerato di silos, cisterne e ciminiere da cui usciva un fumo grigiastro. La notte il complesso era tutto illuminato da luci rosse, come un sinistro albero di Natale.

Dopo vari lavori precari, Dario aveva rilevato un chiosco, nella piazza centrale del paese, e chiacchierando con i clienti, per lo più anziani, che si fermavano volentieri a parlare dopo avere comprato il giornale, aveva capito che la fabbrica viveva di vita propria: gli operai, per lo più tecnici specializzati, venivano da fuori e preferivano alloggiare nel vicino capoluogo, più ricco di occasioni di svago.
A parte qualcuno del posto che ci lavora come custode o addetto alle pulizie raffineria e paese si ignorano.
Sempre dai racconti dei suoi clienti aveva saputo che, prima di quell’insediamento, il borgo era un posto tranquillo, allungato lungo la riva del fiume, dove si poteva andare a fare il bagno e pescare. Ma sono decenni che nessuno si arrischia più ad entrare nelle acque inquinate dagli scarichi della fabbrica.
Dopo il boato, dalla finestra, Dario non vede nulla di insolito. Sente un rumore per le scale. La loro vicina, una giovane ucraina, si è affacciata con il suo bambino in braccio.
Sulle scale c’è anche Giovanna, la cognata di Dario, che vive al piano di sopra con la madre Marisa.
“Ragazze” dice Dario “avete sentito anche voi? Avete la luce?”
“No luce” risponde Svetlana.
“Nemmeno noi”, nella voce di Giovanna si sente vibrare la paura. “Cosa può essere successo?”
“Non lo so” dice Dario “per ora stiamo calmi e torniamo a letto, domani ci informiamo in paese”.
Rientrato in casa passa dalla camera delle figlie, si accerta che dormano, rimbocca la coperta a Giada che la notte si scopre sempre e torna a letto. Angela dorme tranquilla.
La mattina dopo realizza che i guai sono appena cominciati. Non c’è ancora né luce né acqua. Per fortuna hanno la cucina con la bombola a gas, Nadia si è svegliata e comincia ad agitarsi. Durante la notte non ha sentito nulla, ma ora si aggira per casa inquieta, raccogliendo i giocattoli delle bambine e buttandoli in una cesta, in un tentativo improbabile di fare ordine.
“Dario, scendi in paese a vedere se qualcuno sa qualcosa. Il cellulare non funziona e anche il fisso è morto. La Tv non funziona e neppure Internet”
Lui si veste ed esce; vuole anche controllare che non ci siano danni alla sua edicola.
 Il condominio dove abita è un po’ distante dal centro, protetto dalle colline, ci si arriva da una strada ripida che parte dalla provinciale.
In passato il posto era chiamato la ghiacciaia, perché si trova in una sorta di avvallamento. L’inverno fa freddo, ma l’estate, come si vanta sempre con sua madre Donata “c’è un bel fresco, i condizionatori non servono. Qui non si muore di caldo come a Firenze” le dice sempre.
In paese non trova anima viva. I due bar non hanno aperto, anche il benzinaio è chiuso. Si dirige allora verso il Comune, dove c’è sempre qualcuno. La sede della Municipale è aperta. In un’auto che doveva essere di pattuglia la notte prima, parcheggiata con i fari accesi, non c’è nessuno: solo un mucchio di cenere al posto di guida.
Sempre più sconvolto Dario va a cercare l’amico del bar. Sa dove abita. Lo chiama, nessuna risposta. Scavalca il cancello della villetta, forza una finestra, ma dentro non c’è nessuno. Nella camera matrimoniale e in quella dei figli , sui letti, ci sono solo mucchi di cenere.
Esce in giardino e vomita. Si è reso conto che sono tutti morti, il paese è ormai un grande lugubre cimitero.
Torna a casa e, ancora turbato, spiega quello che ha trovato alla moglie, alla cognata e ai vicini. Nessuno riesce a capire cosa è successo e perché loro siano ancora vivi. “Forse“ azzarda Dario ”è perché noi siamo lontani dalla strada principale. Qualunque virus o radiazione o chissà cosa diavolo altro qui non è arrivato, è stato fermato dalla collina”.
Tutti si rendono conto che sopravvivere in quelle condizioni è impossibile, senza acqua né luce, con il pericolo che, mancando la manutenzione, la fabbrica esploda.
Dario scende in paese e, forte delle sue esperienze giovanile quando con la sua banda rubava auto e motorini, apre e mette in moto un pulmino Ford, dove può fare salire tutta la famiglia e con lo spazio sufficiente per caricare scorte di viveri, abiti e coperte.
L’idea sarebbe quella di andare verso il capoluogo, passando dalla provinciale, e fermarsi nella casa di un amico che è di strada, vedere cosa gli è successo e fermarsi eventualmente da lui. La sua casa di campagna ha un pozzo per l’acqua ed un cammino e stufe a pellet.
L’organizzazione richiede qualche giorno. Nel palazzo hanno cucinato quello che avevano in frigo e diviso il cibo. Nessuno vuole restare, tutti si stanno organizzando per raggiungere una meta, andare da amici o parenti.
“Auguri Svetlana, spero che tu arrivi dai tuoi parenti” Dario saluta la vicina e gli altri. “Buona fortuna, ce ne sarà bisogno”.

IL VIAGGIO

Lungo la strada Dario si ferma alla casa dell’amico. Non c’è nessuno. Solo quella maledetta cenere.
“Possiamo fermarci qui” dice Nadia” La casa è bella ed è attrezzata anche per l’inverno.”
Ma scartano l’idea. E’ troppo triste vivere nella casa di una persona che non c’è più, dove hanno passato giornate di festa, senza potere prevedere la catastrofe che si sarebbe abbattuta su tutti loro. Si trattengono solo qualche giorno e poi prendono una decisione. Cercheranno di raggiungere la madre di Dario che, insieme al padre, è in un piccolo paese del Mugello. Ci sono poche speranze, ma Dario vuole sapere almeno se sono vivi o morti.
Arrivano al capoluogo. La città è desolata, il vento trasporta ovunque nuvole di cenere, le auto, spesso messe di traverso, ostruiscono le strade, un silenzio irreale si è sostituito ai rumori di una città vivente.
Proseguono il viaggio, trovando spesso interruzioni lungo il percorso che li costringe a soste e deviazioni.
Le bambine sono scombussolate e confuse. Giovanna ha completamente ceduto ad una depressione cupa, spiccica qualche parola solo quando le viene rivolta una domanda. Anche Marisa, l’anziana suocera di Dario, è disorientata e non elargisce, come suo solito, consigli e suggerimenti come se si intendesse di tutto.
“Cosa ha la Giada?” chiede Dario. Mentre guida, con la coda dell’occhio, ha visto che la bambina è molto pallida e si è addormentata.
“È calda, ha la febbre”
Questa non ci voleva” dice Dario, accompagnando la frase con una colorita serie di bestemmie.
Si fermano in un piccolo paese della costa e occupano una villetta, una seconda casa, sgombra dalla cenere. Al momento del disastro non ci abitava evidentemente nessuno.
Dario trova una farmacia, scassla porta e prende i farmaci che gli paiono più adatti.
Anche Angela ha gli stessi sintomi della sorella.
Trascorrono alcuni giorni, lentamente le bambine si riprendono.
“Per fortuna non è stato nulla di grave, forse solo un virus influenzale” dice Dario a Nadia. I due si guardano ancora preoccupati. Senza un pediatra avrebbero potuto trovarsi in seria difficoltà.
“Che dici? lasciamo le bambine a tua madre e a tua sorella e usciamo a fare due passi?  Ho voglia di sgranchirmi le gambe.” Mentre scendono verso la spiaggia, sentono un rumore strano, che spezza il silenzio a cui sono ormai abituati.
“Cazzo, sono motociclisti”
“Da dove spuntano questi e che intenzioni avranno?” si preoccupa Nadia
Dario la spinge in un vicolo laterale e si affaccia prudentemente da dietro un cassonetto, per osservare senza essere visto.
Vede sfilare una banda di motociclisti e nota che sono tutto armati: a tracolla portano fucili e mitragliette.
Il cuore di Dario e Nadia si stringe dall’angoscia” Speriamo che non abbiano visto la villetta dove sono le bambine”
“Magari non hanno cattive intenzioni” prova a dire lei “potrebbero dirci da dove vengono, se sanno cosa è successo, se hanno incontrato altre persone”
“Si magari! Secondo me potrebbero essere strafatti e fuori controllo. Meglio non rischiare. Quando sono abbastanza lontano torniamo alla casa e ce ne andiamo velocemente. Loro stanno andando verso nord, noi invece dobbiamo procedere verso sud.”
Dario, a cui la vista di quella banda armata non è piaciuta per nulla, prima di riprendere il viaggio, fa una sosta in un negozio di armi e prende tre fucili e munizioni, per sé e per la moglie e la cognata. “Meglio essere prudenti e pronti a tutto” ha detto alle donne che lo hanno visto tornare con le armi.
Il viaggio continua attraverso strade deserte e paesaggi sconvolti dalla tragedia.
A una decina di chilometri dalla partenza dal mare, incappano in un altro corteo. Questa volta sono tre macchine in fila: dai finestrini sventola la bandiera italiana.
Dario si fa vedere e si avvicina alle macchine ferme: ha comunque preso uno dei fucili.
“Chi siete?”
ll guidatore della prima auto risponde ” Siamo del governo provvisorio che si è ricostituito a Roma. La nostra missione è scoprire quanti sono i sopravvissuti.”
“Ma avete capito cosa è successo?”
“No, un gruppo di scienziati ci sta lavorando ma per ora non abbiamo certezze. È chiaro che chi è sopravvissuto si trovava in zone che per i venti o per la conformazione geografica, non sono stati raggiunti da queste radiazioni.”
“Quanti saranno quelli ancora vivi? “
“Non tantissimi, ma almeno non tutti sono morti. E dalle informazioni che siamo riusciti ad avere è così in tutto il mondo, tutti i continenti sono stati colpiti.”
“Voi dove eravate?”
“Noi eravamo sopra Genova, in una piccola valle come dici tu, protetta dalle colline. Insieme con noi anche i nostri vicini sono sopravvissuti, ma ci siamo separati per paura della raffineria che c’è accanto al paese e ogni famiglia ha deciso di provare a raggiungere familiari e amici che abitano in altri posti, Non ho più notizie di nessuno.”
“E dove state andando? “
“Verso Firenze, spero di avere notizie di mio padre e mia madre.”
“Ok buona fortuna. Ti segno, se non ti dispiace nell’elenco che stiamo compilando”
“Ok no problem. Buon lavoro, Spero che riuscite a ricostruire qualcosa di buono.”
“Buon viaggio e state attenti ”.
Finalmente riescono ad arrivare alla casa dei genitori. Dario ha poche speranze. Il paesaggio è il solito: deserto, silenzio e cenere.
Sulla porta di casa, protetto da una busta e attaccato bene in vista, vede il biglietto lasciato dalla madre ”Sono a Borgo Castagnaio con Aldo. Stiamo bene. Se potete, provate a raggiungerci”.
“Sono vivi, sono vivi” urla Dario.
“Che bello” dice Nadia “Bambine, si va dai nonni. “
Dario, in cuor suo ammette, che lo spirito organizzativo della madre che lo ha sempre infastidito, in questo caso è stato utile: senza quella indicazione non avrebbero saputo dove cercarli: lui sapeva solo che erano in vacanza in campagna e, come suo solito, aveva prestato poca attenzione ai dettagli che la madre gli aveva raccontato per telefono prima dell’estate. Ora che sa dove sono, si dirige verso il Mugello. Il viaggio non è lungo.

BORGO CASTAGNAIO, in una mattina qualunque

Donata assieme a Marzia e alle altre è sotto il portico della bottega di Stefano. Hanno sentito il rumore di un’auto. Si guardano preoccupate. Donata si aggiusta gli occhiali sul naso, Marzia strofina le mani sul grembiule sudicio e urla con il suo vocione. “Stefano, Gino dove siete? Sta arrivando qualcuno”.
Stefano, Gino e Ugo, armati, si avviano circospetti verso la frana.
Vedono un gruppetto di persone che avanza a fatica, portando bagagli vari: un uomo, due donne giovani e una anziana, due bambine.
“Chi siete?”  urla Stefano, che ha visto che tre del gruppo hanno fucili a tracolla.
“Sono Dario il figlio di Donata e di Aldo. Sono con le mie figlie, mia moglie, mia cognata e mia suocera.” “Benvenuti. Corro a dirlo a tua madre. Ti diamo una mano con i bagagli.”
Donata, avvertita da Stefano, corre verso l’inizio del borgo. Fra lacrime, abbracci e spiegazioni Dario racconta come sono arrivati fino a lì grazie al il biglietto della madre.
“Dov’è mio padre?” “È morto. Non abbiamo potuto fare nulla”.
Dario annuisce, se lo aspettava: si copre il viso con le mani e soffoca un singhiozzo.
Circondati dalla curiosità di tutti, i nuovi arrivati sono sommersi dalle domande.
Lui racconta delle difficoltà del viaggio, dell’incontro con la banda di motociclisti e poi quello con le auto del governo provvisorio.
“C’è un governo provvisorio?” Allora ci sono sopravvissuti”“Si pochi, ma ci sono. Si sa che il disastro è a livello mondiale.  Stanno cercando di fare un censimento per riorganizzarsi.”
“Questa è una buona notizia” esclama Gino. Donata guarda sorridendo le nipoti che, mentre i grandi parlano, stanno correndo in su e in giù per la strada e esplorando incuriosite il posto nuovo.
All’improvviso un nuovo forte boato interrompe i discorsi degli adulti e i giochi delle bambine.

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