Malik

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La mia vita è quella di un’ombra che si aggira tra le luci di una piccola città italiana, dove sono finito, spinto solo dal caso.
La mia pelle scura mi rende ben identificabile e diverso da tutte le persone che incontro.
I miei occhi riflettono il sogno di una vita migliore che non ho trovato.
Le mie giornate iniziano presto. Mi muovo dalla casa occupata dove vivo con altri come me. È un edificio vecchio e cadente, ma almeno abbiamo un tetto sopra la testa, la possibilità di parlare la nostra lingua e, qualche volta, se il denaro è abbastanza, cuciniamo qualche piatto che ci ricorda i sapori e gli odori speziati della nostra cucina.
Mi sposto in bicicletta, non mi fa fatica, sono giovane, che Allah mi conservi la salute.
Raggiungo la postazione che ormai considero mia, fra due negozi: da una parte l’ortolano, dall’altra il fornaio.
Posiziono, su una cassetta di frutta rovesciata che prendo in prestito dal negozio accanto, le poche cose che ho rimediato da vendere: accendini, mollette per il bucato e altri piccoli oggetti.
È un quartiere tranquillo. I negozianti ormai mi conoscono e non cercano più di scacciarmi come facevano all’inizio.
Anzi, alle volte, quando arrivano i furgoncini dei fornitori, li aiuto a scaricare la merce e rimedio anche qualche spicciolo per il lavoro che ho fatto.
Saluto tutti quelli che passano e le persone che entrano nei negozi con un sorriso, anche se mi sento triste. Ho imparato qualche parola di saluto e un po’ della loro lingua. “Buon giorno, buona sera, ciao”.
La mia gentilezza è la chiave per entrare in questo mondo che sembra non volermi accettare in un altro modo.
Alcuni mi guardano con simpatia e rispondono al saluto, altri con indifferenza. Ci sono quelli che fanno finta di non vedermi, mentre altri, soprattutto gli anziani, si fermano per fare due chiacchiere e mi chiedono da dove vengo, se sono sposato o se ho figli. In qualche modo riusciamo, con il mio italiano stentato, a capirci.
In queste occasioni mi sembra quasi che mi vedano come un uomo e non come uno straniero dalla pelle scura.
Le giornate scorrono lente, specialmente quelle fredde e piovose, quando sono costretto a stare accanto al muro, riparato dalle sporgenze dei terrazzi del palazzo. Se c’è un raggio di sole invece mi appoggio ai cassonetti della spazzatura, che sono affiancati al marciapiede e da lì mi godo un po’ di calore e posso tenere d’occhio la mia merce.
Alle volte vendo qualcosa oppure accetto l’elemosina di chi mi dà dei soldi senza comprare nulla.
Spesso mi perdo nei ricordi della mia terra lontana, così diversa da questa.
Penso alle strade polverose del mio villaggio, al maffè che preparava mia madre, ai colori vivaci dei tessuti del mercato.
Vivo di speranze e di sogni spezzati, fra il profumo del pane appena sfornato e l’odore di frutta e verdura che non conosco e che non ho mai assaggiato.
La mia voce si perde nel rumore del traffico, ma continuo a salutare e a sorridere, a cercare qualcosa che possa dare un senso al mio cammino incerto.
Sono Malik, immigrato clandestino dal Senegal e spero un giorno di trovare un luogo da potere di nuovo chiamare casa.

2 risposte a “Malik”

  1. Avatar Laura
    Laura

    bello!

    1. Avatar parolevagabonde

      Grazie!

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