Burnout

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Dopo 25 anni di rispettata e rispettabile carriera, la Dottoressa Paola, medico di famiglia con 1500 pazienti, non ne poteva più.

Sentire sempre i soliti discorsi e la relativa descrizione dei sintomi, era diventata per lei, che aveva scelto con giovanile entusiasmo la professione medica per aiutare gli altri, una noia mortale.

Spesso andava in ambulatorio vestita con gli abiti che aveva in casa, “tanto” pensava “copro tutto con il camice”; a stento si dava una spazzolata ed una sistemata ai capelli, spesso non si truccava, convinta che i pazienti, presi dai loro guai, non la vedessero neppure.

Il Covid aveva complicato la situazione. L’ansia dei pazienti l’aveva travolta come uno tsunami. Certo qualcuno era stato veramente male, ma ad altri bastava uno starnuto perchè la tempestassero di telefonate, messaggi via mail e, nonostante tutte le controindicazioni qualcuno, si presentava allo studio senza appuntamento.

Quel pomeriggio, verso le 18, aveva già visitato una ventina di persone ed era davanti a lei il Signor Mario, uno dei suoi primi pazienti, un anziano afflitto dai numerosi acciacchi dell’età avanzata.

Le stava raccontando della sua colite: strizzoni di pancia, stitichezza, diarrea , flautolenza ( ma lui aveva usato un termine meno raffinato).

Lei lo ascoltava annuendo, ma in realtà stava cercando di capire come fare a poterlo liquidare, magari con una ricetta o due per tenerlo buono.

Ad un certo punto le uscì uno sbadiglio profondo che non riuscì a mascherare con la mano.

“Cosa c’è , dottoressa’” chiese lui preoccupato ” Mi sta ascoltando? Sono grave?”

Lei non riuscì a trattenersi e sbottò di fronte al paziente allibito: ” No, va tutto bene. E’ che del colore della sua cacca a me non me ne frega nulla”.

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